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Confisca e prezzo del reato: l’errore sul profitto

La Corte di Cassazione annulla una sentenza che aveva disposto la confisca basandosi su un calcolo ipotetico del profitto societario. Si chiarisce che in caso di emissione di fatture false, l’oggetto della confisca è il ‘prezzo del reato’, ovvero il compenso ricevuto dagli autori del reato, e non il ‘profitto’ contabile dell’azienda. La sentenza sottolinea l’inattendibilità dei documenti contabili creati per la frode stessa ai fini del calcolo della confisca e prezzo del reato.

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Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca e prezzo del reato: la Cassazione chiarisce la differenza nelle frodi fiscali

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 47410/2023) offre un’importante lezione sulla corretta determinazione della confisca e prezzo del reato nei casi di frodi fiscali complesse, come le cosiddette ‘frodi carosello’. La Corte ha annullato una decisione di merito che aveva calcolato l’importo da confiscare basandosi su un profitto societario ipotetico, ribadendo un principio fondamentale: la confisca deve colpire il compenso ricevuto per l’illecito, non un astratto margine di guadagno aziendale.

I Fatti: Una Complessa Frode Carosello

Il caso riguardava gli amministratori di fatto di una società estera, coinvolta in una classica frode carosello. Questa società agiva come ‘sponda’, acquistando beni e rivendendoli fittiziamente a società ‘cartiere’ italiane. Attraverso l’emissione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, permetteva a terzi di evadere l’IVA. L’operazione fraudolenta consentiva agli anelli della catena di spartirsi l’imposta indebitamente detratta.

La Decisione della Corte di Appello e il Calcolo del Profitto

In sede di rinvio, la Corte di Appello era chiamata a quantificare le somme da confiscare agli imputati. Per farlo, ha adottato un criterio che la Cassazione ha successivamente definito ‘approssimativo ed ipotetico’. I giudici di merito hanno confrontato le fatture di acquisto e di vendita della società estera per desumere un margine di profitto medio, fissandolo prudenzialmente all’1,32% (il valore minimo registrato in uno degli anni di imposta contestati). Su questa base, hanno calcolato un importo complessivo di oltre 488.000 euro da sottoporre a confisca.

L’errore nel calcolo della Confisca e prezzo del reato

Questo approccio è stato duramente criticato nel ricorso per cassazione. La difesa ha sostenuto che il calcolo era puramente ‘cartolare’ e non basato su un utile di cassa effettivo, confondeva il margine lordo con quello netto e, soprattutto, sovrapponeva il presunto utile della società con il prezzo del reato conseguito dalle persone fisiche.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha accolto pienamente le censure, definendo il ragionamento della Corte territoriale ‘manifestamente illogico’. Il punto centrale della motivazione risiede in due errori fondamentali commessi dai giudici di merito.

Inattendibilità della Documentazione

In primo luogo, il calcolo si basava su documenti (le fatture) che erano stati creati ‘ad hoc’ proprio per mascherare l’operazione fraudolenta. Tali documenti, essendo parte integrante del reato, sono per definizione inattendibili e non possono costituire una base probatoria certa per una misura afflittiva come la confisca. La certezza richiesta dal sistema penale non può essere soddisfatta da stime e congetture basate su prove false.

La Distinzione tra Profitto e Prezzo del Reato

In secondo luogo, e in modo ancora più decisivo, la Corte di Appello ha confuso i concetti di ‘profitto’ e ‘prezzo’ del reato. Per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, la somma confiscabile non è il ‘profitto’ che la società emittente potrebbe aver teoricamente conseguito (la differenza tra costi e ricavi), ma il ‘prezzo’ del reato. Il prezzo è il compenso specifico che gli amministratori hanno ricevuto dagli utilizzatori delle fatture false per fornire loro questo ‘servizio’ illecito. La Corte avrebbe dovuto indagare e quantificare quanto gli imputati avessero effettivamente incassato per la loro partecipazione alla frode, non calcolare un ipotetico margine di guadagno della loro società.

Conclusioni

La sentenza stabilisce un principio di rigore fondamentale per l’applicazione della confisca. Quando si persegue chi fornisce un servizio illecito, come l’emissione di false fatture, l’autorità giudiziaria deve concentrarsi sulla prova del compenso pattuito e ricevuto per tale servizio. Non è ammissibile ricorrere a calcoli presuntivi basati su documentazione inaffidabile per determinare un profitto aziendale astratto. Questa decisione rafforza le garanzie per l’imputato, richiedendo all’accusa un onere probatorio più stringente e ancorato a fatti concreti, distinguendo nettamente la posizione economica della persona giuridica da quella della persona fisica che ha commesso il reato.

Nella confisca per reati di emissione di fatture false, cosa si deve considerare: il profitto della società o il compenso ricevuto dagli amministratori?
Secondo la sentenza, si deve considerare il ‘prezzo del reato’, ovvero il compenso versato agli imputati dagli utilizzatori delle fatture emesse per operazioni inesistenti, e non il ‘profitto’ della società.

È possibile basare il calcolo della confisca su documenti contabili che sono parte integrante della frode?
No. La Corte ha stabilito che tale approccio è manifestamente illogico, poiché si fonda su una documentazione inattendibile per definizione, in quanto creata ad hoc per commettere il reato e attribuire una parvenza di liceità a operazioni fraudolente.

Qual è la differenza fondamentale tra ‘profitto’ e ‘prezzo’ del reato ai fini della confisca in questo contesto?
Il ‘profitto’ è il vantaggio economico generato dall’operazione commerciale (differenza tra ricavi e costi), che in questo caso è basato su dati fittizi. Il ‘prezzo’ del reato, invece, è il compenso specifico ricevuto dalla persona fisica per aver commesso l’illecito, cioè per aver fornito le fatture false.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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