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Confisca denaro per spaccio: il nesso con il reato

La Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di confisca denaro nei confronti di un soggetto accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. La Suprema Corte ha stabilito che, per essere legittima, la confisca deve riguardare il profitto diretto e immediato del reato specifico contestato. Nel caso di mera detenzione, il denaro rinvenuto non può essere considerato profitto, in quanto manca l’atto di vendita che lo genera, rendendo così la confisca illegittima per assenza del necessario nesso di pertinenzialità.

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Pubblicato il 21 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca Denaro per Spaccio: La Cassazione Chiarisce i Limiti

La confisca denaro in casi di reati legati agli stupefacenti è una misura frequente, ma non sempre legittima. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 46378 del 2023, ha posto un paletto fondamentale, ribadendo un principio cruciale: per poter confiscare una somma di denaro, è indispensabile dimostrare che essa sia il profitto diretto dello specifico reato per cui si è stati condannati. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti alla Base della Sentenza

Il caso ha origine da una sentenza del Tribunale di Milano, che aveva applicato una pena su richiesta delle parti (patteggiamento) a un individuo per il reato di detenzione di sostanza stupefacente a fini di spaccio, previsto dall’art. 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti (d.P.R. 309/90). Oltre alla pena principale, il giudice aveva disposto la confisca di una somma di denaro trovata nella disponibilità dell’imputato, qualificandola come profitto del reato ai sensi dell’art. 240 del codice penale.

L’imputato, tramite il suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione avverso questa decisione, contestando specificamente la legittimità della confisca. La difesa ha sostenuto che il giudice di primo grado avesse errato nel considerare il denaro come profitto del reato di detenzione, senza fornire alcuna motivazione sul vincolo di pertinenzialità tra la somma e il reato contestato. Infatti, il reato addebitato era la mera detenzione finalizzata allo spaccio, non la vendita effettiva della sostanza.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla parte relativa alla confisca del denaro. Di conseguenza, ha ordinato l’immediato dissequestro della somma e la sua restituzione all’avente diritto.

Le Motivazioni della Cassazione: perché la confisca denaro era illegittima?

Il cuore della decisione risiede nella corretta interpretazione dell’art. 240 del codice penale. Questa norma permette la confisca delle cose che costituiscono il profitto del reato. La giurisprudenza, anche a Sezioni Unite, è costante nell’affermare che il ‘profitto’ è il vantaggio economico che deriva in modo diretto e immediato dal reato per cui si procede.

Nel caso di specie, il reato contestato e per cui è intervenuta condanna era la detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, e non la vendita. La Corte ha chiarito che il denaro, per sua natura, non può essere il profitto di una condotta di mera detenzione. Il profitto, in questo contesto, si realizza solo con la cessione, ovvero la vendita, della sostanza. Poiché non era stata contestata alcuna vendita, la somma di denaro rinvenuta non poteva essere legalmente qualificata come profitto del reato di detenzione.

Viene quindi a mancare il cosiddetto nesso di pertinenzialità tra il reato ascritto all’imputato e il denaro sequestrato. Il denaro avrebbe potuto derivare da precedenti e diverse cessioni di droga, ma queste costituirebbero altri reati, estranei a quello per cui si procedeva. La confisca può colpire esclusivamente il provento del reato per cui l’imputato è stato condannato, non di altre condotte illecite, anche se ipotizzabili.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa pronuncia rafforza un importante principio di garanzia nel diritto penale. La confisca denaro non può essere una conseguenza automatica del rinvenimento di contanti durante un’operazione legata agli stupefacenti. Per procedere a una misura così incisiva, l’accusa deve provare, e il giudice motivare adeguatamente, il legame diretto e causale tra la somma e il reato specifico contestato.

In pratica, se a un soggetto viene contestata solo la detenzione per spaccio (art. 73), il denaro trovato in suo possesso non può essere confiscato come profitto di quel reato. Diversamente, se la contestazione riguarda anche episodi di spaccio (vendita), allora il denaro ricavato da tali vendite può legittimamente essere oggetto di confisca. La sentenza, quindi, serve da monito a evitare automatismi e a garantire che ogni statuizione ablatoria sia fondata su prove concrete e rigorosi accertamenti giuridici.

È possibile confiscare il denaro trovato addosso a una persona accusata solo di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio?
No. Secondo la sentenza, il denaro non può essere considerato il profitto del reato di mera detenzione, in quanto il profitto deriva dalla vendita, che è una condotta diversa e non contestata nel caso specifico. Pertanto, la confisca in questo caso è illegittima.

Cosa si intende per ‘profitto del reato’ ai fini della confisca secondo l’art. 240 cod. pen.?
Il profitto del reato è il vantaggio economico che ha una derivazione causale diretta e immediata dal reato per cui l’imputato è stato condannato. Non può includere proventi di altre condotte illecite non oggetto del procedimento.

Qual è la conseguenza se un giudice ordina la confisca del denaro senza dimostrare il nesso con il reato contestato?
La sentenza che dispone la confisca è illegittima e deve essere annullata. La Corte di Cassazione, come avvenuto in questo caso, annulla la statuizione relativa alla confisca e ordina la restituzione del denaro all’avente diritto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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