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Confisca del denaro senza redditi: Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso contro la confisca di 4.500 euro. La Corte ha confermato che la confisca del denaro è legittima quando il possessore non ha redditi leciti dimostrabili, in base all’art. 85-bis D.P.R. 309/1990 e all’art. 240-bis c.p. Il ricorso è stato giudicato generico, in quanto non contestava specificamente questo punto, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di un’ammenda.

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Pubblicato il 4 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca del denaro e assenza di redditi: La Cassazione fa chiarezza

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, è tornata a pronunciarsi su un tema di grande rilevanza pratica: la confisca del denaro di provenienza illecita. Il caso in esame offre lo spunto per analizzare i presupposti di questa misura ablativa, specialmente quando la difesa contesta la mancanza di una prova diretta che leghi la somma sequestrata a uno specifico reato. La decisione evidenzia come, in determinate circostanze, l’assenza di redditi leciti del soggetto sia un elemento sufficiente a giustificare la confisca.

I Fatti del Caso

La vicenda trae origine dal ricorso presentato da un individuo avverso una sentenza emessa dal Tribunale di Lecco. Tale sentenza, pronunciata a seguito di un rito alternativo, aveva disposto la confisca di una somma di denaro pari a 4.500 euro, rinvenuta nella sua disponibilità. L’imputato decideva di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando l’illegittimità della misura, presumibilmente sulla base dell’assunto che non fosse stato dimostrato in modo inequivocabile che quel denaro costituisse il profitto diretto di un’attività criminale.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Secondo i giudici, il motivo di ricorso era da considerarsi non solo generico, ma anche manifestamente infondato. La decisione si basa su due pilastri fondamentali: uno di natura processuale, relativo alla genericità dell’impugnazione, e uno di natura sostanziale, inerente ai requisiti per la confisca del denaro in ipotesi particolari.

Le Motivazioni alla base della decisione sulla confisca del denaro

La Corte ha innanzitutto sottolineato come il ricorrente non avesse mosso critiche specifiche alla motivazione della sentenza impugnata. Il Tribunale, infatti, aveva giustificato l’ablazione della somma facendo leva su un elemento cruciale: l’assenza di redditi leciti in capo all’imputato. Questa circostanza, secondo il giudice di merito, rappresentava un solido indizio della provenienza illecita dei 4.500 euro.

Entrando nel merito della questione giuridica, la Cassazione ha ribadito la correttezza del ragionamento del Tribunale, richiamando due norme chiave: l’art. 85-bis del D.P.R. 309/1990 (Testo Unico Stupefacenti) e l’art. 240-bis del codice penale. Queste disposizioni disciplinano una forma di confisca “allargata” o per sproporzione. In base a tali norme, ai fini della confisca, è indifferente che la somma di denaro costituisca il prezzo, il provento o il profitto diretto del reato per cui si procede. Ciò che rileva è la sproporzione tra il bene posseduto e la capacità reddituale lecita del soggetto, che fa presumere un’origine illecita del bene stesso. Poiché il ricorrente non ha fornito alcuna prova contraria o contestazione specifica su questo punto, il suo ricorso è risultato privo di fondamento.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

L’ordinanza in esame consolida un importante principio in materia di misure patrimoniali. Essa conferma che la confisca del denaro può essere legittimamente disposta anche in assenza di una prova diretta del nesso di causalità tra la somma e uno specifico crimine, qualora il possessore non sia in grado di giustificarne la legittima provenienza attraverso i propri redditi. Questo approccio sposta, di fatto, l’onere della prova sul condannato, il quale deve dimostrare che le somme in suo possesso hanno un’origine lecita. La decisione funge anche da monito per la difesa: un ricorso per cassazione deve essere specifico e puntuale nel contestare le ragioni giuridiche della decisione impugnata, altrimenti rischia una declaratoria di inammissibilità con conseguente condanna alle spese e al pagamento di una sanzione pecuniaria.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché ritenuto generico e manifestamente infondato. Il ricorrente non ha contestato in modo specifico le motivazioni del tribunale, in particolare quella relativa all’assenza di redditi leciti che giustificassero il possesso del denaro.

È sempre necessario dimostrare che il denaro è il profitto di un reato per poterlo confiscare?
No. Secondo la Corte e le norme richiamate (art. 85-bis D.P.R. 309/1990 e art. 240-bis c.p.), in determinate ipotesi è sufficiente dimostrare la sproporzione tra la somma posseduta e l’assenza di redditi leciti, essendo indifferente che il denaro costituisca il prezzo, il provento o il profitto del reato.

Quali sono state le conseguenze economiche per il ricorrente a seguito della decisione?
Oltre alla conferma della confisca, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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