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Concorso in spaccio: convivere non basta a provare colpa

La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di due conviventi condannati per detenzione di stupefacenti. La Corte ha confermato la condanna per l’uomo, ritenendo corretta la valutazione sulla gravità del fatto, ma ha annullato quella della donna. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sul concorso in spaccio: la sola convivenza e la conoscenza del reato non bastano a fondare una responsabilità penale, essendo necessaria la prova di un contributo attivo e consapevole alla condotta illecita.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Concorso in spaccio: la Cassazione traccia il confine tra complicità e semplice convivenza

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24330/2024, è intervenuta su un tema tanto delicato quanto frequente nelle aule di giustizia: il concorso in spaccio di stupefacenti tra conviventi. La pronuncia chiarisce che la semplice coabitazione e la conoscenza dell’attività illecita del partner non sono sufficienti per affermare una responsabilità penale. È necessario, infatti, che l’accusa dimostri un contributo attivo, un supporto consapevole alla realizzazione del reato.

I Fatti del Processo

Il caso riguarda due conviventi condannati in primo e secondo grado alla pena di quattro anni e due mesi di reclusione ciascuno per detenzione in concorso di cocaina e marijuana. Le sostanze erano state rinvenute all’interno dell’abitazione condivisa. Entrambi gli imputati hanno presentato ricorso per Cassazione, ma con motivazioni distinte.

L’uomo contestava principalmente il mancato riconoscimento dell’ipotesi di reato di lieve entità (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90), sostenendo che la presenza di due diverse tipologie di droga non potesse, da sola, escludere tale qualificazione. La donna, invece, lamentava un vizio di motivazione riguardo alla sua effettiva partecipazione al reato, sostenendo che la sua colpevolezza non potesse essere dedotta dalla sola circostanza che lo stupefacente fosse occultato in varie parti della casa comune.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha adottato una decisione divisa. Ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’uomo, confermando di fatto la sua condanna, ma ha accolto quello della donna, annullando la sentenza nei suoi confronti con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Appello per un nuovo esame.

Le Motivazioni: la prova del concorso in spaccio del convivente

Il punto cruciale della sentenza risiede nella motivazione con cui è stato accolto il ricorso della donna. La Corte ha ribadito un principio consolidato: la responsabilità per concorso in spaccio di un familiare convivente non può essere desunta automaticamente dalla circostanza che la droga sia conservata in luoghi accessibili a tutti i membri della famiglia. Farlo significherebbe estendere la responsabilità a tutti i componenti del nucleo familiare, trasformandoli in “codetentori” presunti.

I giudici hanno tracciato una netta linea di demarcazione tra la “connivenza non punibile” e il “concorso nel reato”. La prima consiste in una condotta meramente passiva, un’assistenza inerte, che non apporta alcun contributo causale alla realizzazione dell’illecito, pur essendone a conoscenza. Il concorso, al contrario, richiede un apporto consapevole – morale o materiale – che agevoli o rafforzi il proposito criminoso dell’altro. Nel caso di specie, la Corte d’Appello si era limitata ad affermare apoditticamente che la condotta della donna non si era “certo esaurita nel tollerare la presenza in casa dello stupefacente”, senza però individuare quale fosse stato in concreto il suo apporto causale. Tale motivazione è stata giudicata carente e insufficiente a fondare una condanna.

Le Motivazioni: perché è stato negato il fatto di lieve entità

Per quanto riguarda la posizione dell’uomo, la Cassazione ha ritenuto infondate le sue censure. Ha chiarito che, sebbene la detenzione di sostanze di diverso tipo non precluda in automatico il riconoscimento del fatto di lieve entità, il giudice deve compiere una valutazione globale. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano correttamente motivato il diniego sulla base del quantitativo complessivo di dosi ricavabili (108,5 di cocaina e 228 di marijuana), un dato che indicava un collegamento con circuiti criminali e una capacità di diffusione non occasionale della sostanza, elementi incompatibili con la lievità del fatto.

Conclusioni

Questa sentenza offre importanti implicazioni pratiche. Per l’accusa, rafforza la necessità di non basarsi su presunzioni, ma di fornire prove concrete del contributo attivo di ciascun concorrente nel reato, specialmente in contesti familiari. Per la difesa, costituisce un precedente fondamentale per contrastare le accuse di concorso in spaccio fondate unicamente sul legame affettivo o di convivenza con l’autore principale del reato. In definitiva, la Corte riafferma un principio di civiltà giuridica: la responsabilità penale è personale e non può mai derivare da una mera “colpa d’ambiente”.

Vivere con una persona che detiene droga in casa mi rende automaticamente suo complice?
No. La sentenza chiarisce che la mera convivenza e la conoscenza della presenza di stupefacenti non sono sufficienti per essere considerati complici. L’accusa deve dimostrare un contributo attivo, materiale o morale, alla detenzione della sostanza.

Perché il ricorso dell’uomo è stato respinto e quello della donna accolto?
Il ricorso dell’uomo è stato respinto perché la Corte ha ritenuto ben motivata la decisione di non qualificare il fatto come di ‘lieve entità’, dato l’ingente quantitativo di droga (oltre 330 dosi totali). Il ricorso della donna è stato accolto perché la motivazione sulla sua partecipazione al reato era carente, non specificando quale fosse stato il suo contributo effettivo oltre la mera tolleranza.

La detenzione di più tipi di droga esclude sempre l’ipotesi del ‘fatto di lieve entità’?
No. La Corte ribadisce che la presenza di sostanze diverse non è di per sé un ostacolo al riconoscimento del fatto di lieve entità. Il giudice deve compiere una valutazione complessiva di tutti gli elementi, come quantità, qualità, mezzi e modalità dell’azione, per determinare la gravità del reato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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