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Concorso esterno mafioso: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di un imprenditore accusato di concorso esterno mafioso per aver collaborato con un’associazione criminale nel settore ortofrutticolo. Pur confermando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, la Corte ha annullato l’ordinanza di arresti domiciliari. La motivazione risiede nella carenza di argomentazioni da parte del Tribunale del riesame riguardo all’attualità delle esigenze cautelari, dato il tempo trascorso dai fatti contestati. La sentenza ribadisce che, anche per reati gravi, la limitazione della libertà personale deve essere fondata su un pericolo concreto e attuale, non presunto.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Concorso Esterno Mafioso: Quando il Tempo Incide sulle Misure Cautelari

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 25662/2024 offre un’importante analisi sul delicato equilibrio tra la lotta alla criminalità organizzata e la tutela delle libertà individuali. Il caso riguarda un imprenditore accusato di concorso esterno mafioso, per il quale la Suprema Corte, pur riconoscendo la solidità degli indizi, ha annullato la misura degli arresti domiciliari. La ragione risiede in un vizio di motivazione cruciale: la mancata dimostrazione dell’attualità del pericolo che giustifica la misura cautelare.

I Fatti del Caso: Un Patto tra Impresa e Criminalità

La vicenda giudiziaria trae origine da un’indagine su una potente cosca criminale operante nel crotonese. Secondo l’accusa, un imprenditore agricolo, in concorso con un socio straniero e un dipendente, avrebbe stretto un’alleanza con il clan.

In questo schema, l’imprenditore gestiva di fatto un’azienda agricola che coltivava ortofrutta su terreni controllati dalla cosca, alcuni dei quali addirittura sotto sequestro giudiziario. L’organizzazione criminale non solo forniva “protezione” e terreni, ma garantiva anche un regime di monopolio di fatto, eliminando la concorrenza. In cambio, gli imprenditori avrebbero permesso al capo clan di inserirsi stabilmente nel redditizio commercio internazionale di ortaggi, condividendo con lui direttive, investimenti e profitti. Questo patto di mutuo vantaggio costituiva, secondo gli inquirenti, un contributo consapevole al rafforzamento economico e al controllo del territorio da parte del sodalizio criminale.

Il Concorso Esterno Mafioso e la Conferma degli Indizi

Il Tribunale del riesame, inizialmente, aveva confermato la misura cautelare, ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. La difesa dell’imprenditore ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che l’imprenditore fosse in realtà una vittima soggiogata dall’intimidazione del clan.

La Corte di Cassazione, sul punto, ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. I giudici hanno ritenuto logica e congrua la motivazione del Tribunale riguardo alla configurabilità del reato di concorso esterno mafioso. Hanno evidenziato come le indagini avessero fatto emergere una vera e propria “società di fatto” tra gli imprenditori e i vertici della cosca. L’interazione era sinergica e causalmente orientata a rafforzare le capacità economiche dell’organizzazione criminale, alimentando un rapporto di vantaggi reciproci: l’espansione dell’attività imprenditoriale si nutriva del potere di controllo del territorio della cosca, che a sua volta gestiva occultamente l’impresa per trarne profitto.

Le Motivazioni: La Carenza sull’Attualità delle Esigenze Cautelari

Il punto di svolta della sentenza risiede nell’analisi delle esigenze cautelari. La difesa aveva lamentato che i fatti contestati erano risalenti nel tempo (principalmente al 2016-2019) e che mancava una motivazione sull’attualità del pericolo di reiterazione del reato.

La Cassazione ha accolto questa doglianza, definendo la motivazione del Tribunale del riesame “assolutamente apodittica”. Il Tribunale si era limitato a sostenere che le condotte fossero contestate “fino all’attualità”, senza però indicare alcun elemento concreto successivo al 2019 che potesse dimostrare la persistenza del legame tra l’imprenditore e il clan.

Secondo la Suprema Corte, la disciplina sulle misure cautelari, anche in un “contesto mafioso”, richiede una valutazione rigorosa. Nonostante la legge preveda una presunzione di pericolosità per tali reati, il giudice ha sempre l’obbligo di motivare puntualmente la rilevanza del tempo trascorso. Per il concorrente esterno, che per definizione non è un affiliato stabile del clan, questa valutazione è ancora più cruciale. È necessario spiegare, sulla base di elementi concreti o massime di esperienza plausibili, perché si ritenga ancora attuale il pericolo che l’imprenditore possa ripetere la condotta illecita.

Conclusioni: L’Importanza di una Motivazione Puntuale

La sentenza n. 25662/2024 ribadisce un principio fondamentale dello stato di diritto: la compressione della libertà personale, anche di fronte a reati gravissimi come il concorso esterno mafioso, non può basarsi su automatismi o motivazioni generiche. La decisione di applicare una misura cautelare deve fondarsi su una valutazione individualizzata, concreta e, soprattutto, attuale del pericolo sociale. Il semplice trascorrere del tempo dai fatti contestati, in assenza di elementi che ne dimostrino la persistenza, impone al giudice un onere motivazionale rafforzato. L’annullamento con rinvio impone ora al Tribunale del riesame di condurre un nuovo esame, verificando se, dopo il 2019, siano emerse circostanze che giustifichino concretamente e attualmente la necessità di una misura cautelare.

Quando si configura il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per un imprenditore?
Si configura quando l’imprenditore, pur non essendo un membro organico del clan, instaura con esso un rapporto di reciproci vantaggi, fornendo un contributo consapevole che rafforza l’organizzazione criminale (ad esempio, mettendo a disposizione la propria impresa) e ottiene in cambio benefici come il dominio sul mercato o protezione.

La gravità del reato di concorso esterno mafioso giustifica sempre la custodia cautelare?
No. Sebbene esista una presunzione di pericolosità, il giudice deve sempre motivare in modo puntuale e specifico l’attualità delle esigenze cautelari. Non è sufficiente basarsi sulla gravità del reato, specialmente se è trascorso un considerevole lasso di tempo dai fatti contestati.

Perché la Cassazione ha annullato l’ordinanza pur confermando i gravi indizi di colpevolezza?
La Corte ha annullato l’ordinanza perché la motivazione del Tribunale del riesame sulle esigenze cautelari è stata giudicata “apodittica”, cioè insufficiente e non argomentata. Il Tribunale non ha spiegato perché, nonostante gli ultimi fatti documentati risalissero al 2019, il pericolo di reiterazione del reato fosse ancora concreto e attuale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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