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Concordato in appello: i limiti al ricorso in Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25887/2024, ha dichiarato inammissibili i ricorsi di alcuni imputati che, dopo aver raggiunto un ‘concordato in appello’ e rinunciato a specifici motivi, hanno tentato di riproporli in sede di legittimità. La Corte ha ribadito che la rinuncia preclude la possibilità di contestare circostanze attenuanti, aggravanti o il criterio di calcolo della pena base, se non per manifesta illegalità. Questa decisione rafforza la natura definitiva dell’accordo raggiunto in appello, limitando drasticamente le successive vie di impugnazione.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Concordato in appello: parola fine al processo?

Il concordato in appello, noto anche come ‘patteggiamento in appello’, rappresenta uno strumento processuale cruciale che consente di definire il giudizio di secondo grado attraverso un accordo sulla pena. Tuttavia, quali sono le conseguenze di tale accordo sulla possibilità di impugnare ulteriormente la decisione? Con la recente sentenza n. 25887 del 2024, la Corte di Cassazione ha tracciato una linea netta, stabilendo i rigidi confini del ricorso successivo a un concordato in appello e dichiarando inammissibili le doglianze su punti che si devono considerare coperti dalla rinuncia.

Il caso in esame

La vicenda processuale trae origine da una condanna in primo grado per gravi reati in materia di stupefacenti. In sede di appello, gli imputati e la Procura Generale raggiungevano un accordo sulla pena, ai sensi dell’art. 599-bis del codice di procedura penale. Tale accordo prevedeva la rinuncia a tutti i motivi di gravame, ad eccezione di quelli relativi al trattamento sanzionatorio. La Corte di Appello, accogliendo l’accordo, riformava parzialmente la sentenza, concedendo ad alcuni imputati le attenuanti generiche con un giudizio di prevalenza su un’aggravante.

Nonostante l’accordo, diversi imputati proponevano ricorso per cassazione, sollevando questioni che, a ben vedere, erano strettamente connesse ai motivi cui avevano rinunciato. Nello specifico, alcuni lamentavano un’errata individuazione del reato più grave per la determinazione della pena base; altri contestavano il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche; un altro ancora sollevava un difetto di motivazione su una circostanza aggravante.

I limiti del ricorso dopo un concordato in appello

La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili, cogliendo l’occasione per ribadire principi fondamentali in materia. L’essenza del concordato in appello risiede proprio nella rinuncia ai motivi di impugnazione come contropartita per un trattamento sanzionatorio concordato. Una volta che l’imputato rinuncia, la cognizione del giudice è limitata esclusivamente ai motivi non oggetto di rinuncia.

La Cassazione ha chiarito che non è possibile, attraverso il ricorso per ‘pena illegale’, reintrodurre surrettiziamente questioni di merito che sono state oggetto di rinuncia. La ‘pena illegale’, che può sempre essere dedotta, è solo quella che si colloca al di fuori del sistema edittale o che è diversa per specie da quella prevista dalla legge, non quella che è il risultato di una presunta erronea valutazione di circostanze o di un errato bilanciamento tra reati.

Le motivazioni

La Corte ha smontato punto per punto le censure dei ricorrenti, basandosi su un solido impianto logico-giuridico.

1. Sulla determinazione della pena base: I giudici hanno affermato che la Corte di Appello ha correttamente individuato la pena base nel reato associativo (art. 74 d.P.R. 309/1990), in quanto astrattamente più grave del reato di spaccio (art. 73). Questo è il criterio standard in caso di concorso di reati e non costituisce illegalità della pena.

2. Sulle circostanze attenuanti generiche: Il ricorso sul mancato riconoscimento delle attenuanti (art. 62-bis c.p.) è stato ritenuto inammissibile perché la rinuncia ai motivi di appello, diversi dalla misura della pena, comprende necessariamente anche la rinuncia a questo punto, che è autonomo rispetto al mero calcolo sanzionatorio. Le attenuanti attengono a una valutazione discrezionale del giudice su aspetti che esulano dal calcolo matematico della pena.

3. Sulla circostanza aggravante: Analogamente, la contestazione relativa a una circostanza aggravante (nella specie, quella di cui all’art. 416-bis.1 c.p.) riguarda il piano della responsabilità e degli elementi circostanziali del reato. Di conseguenza, rientra a pieno titolo tra i motivi a cui si presta rinuncia con il concordato in appello, e non può essere riproposta in sede di legittimità.

Le conclusioni

La sentenza in commento rafforza la natura ‘tombale’ del concordato in appello rispetto alle questioni di merito. Chi sceglie questa via processuale deve essere pienamente consapevole che sta barattando la certezza di una pena più mite con la rinuncia a far valere gran parte delle proprie doglianze. Il ricorso in Cassazione rimane un’ipotesi eccezionale, limitata a vizi macroscopici come l’illegalità della pena in senso stretto o vizi del consenso prestato all’accordo. Questa pronuncia serve da monito: l’accordo in appello non è una tappa intermedia, ma, nella maggior parte dei casi, il capitolo finale del processo.

Dopo un concordato in appello, si può contestare in Cassazione il calcolo della pena base?
No, a meno che la pena applicata non sia ‘illegale’, cioè determinata al di fuori dei limiti edittali previsti dalla legge o di specie diversa. Non è possibile contestare il criterio con cui il giudice ha individuato il reato più grave tra quelli in concorso, poiché tale valutazione rientra tra i motivi oggetto di rinuncia implicita nell’accordo.

La rinuncia ai motivi di appello in un concordato include anche la richiesta di circostanze attenuanti?
Sì. Secondo la Cassazione, la rinuncia a tutti i motivi di appello, ad eccezione della misura della pena, è comprensiva anche della rinuncia all’applicazione delle circostanze attenuanti generiche (art. 62-bis c.p.). Queste ultime costituiscono un punto autonomo della decisione che non attiene al mero calcolo aritmetico della sanzione.

È possibile impugnare in Cassazione la valutazione su un’aggravante se si è rinunciato ai relativi motivi in appello?
No. La questione relativa alla sussistenza o meno di una circostanza aggravante attiene al piano della contestazione degli elementi circostanziali della responsabilità. Pertanto, resta preclusa dalla rinuncia ai motivi diversi da quelli concernenti il trattamento sanzionatorio, essendo un punto autonomo rispetto a quest’ultimo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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