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Comportamento abituale: no tenuità del fatto

La Corte di Cassazione annulla una sentenza che applicava la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a un imputato di evasione. La Corte ha stabilito che la presenza di precedenti penali per reati della stessa indole, come evasione e resistenza a pubblico ufficiale, configura un comportamento abituale che osta all’applicazione del beneficio, a prescindere dalla gravità del singolo episodio.

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Pubblicato il 4 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Comportamento Abituale: Quando i Precedenti Escludono la Tenuità del Fatto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17515/2024, torna a pronunciarsi sui limiti di applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, disciplinata dall’art. 131-bis del codice penale. La decisione chiarisce come la presenza di un comportamento abituale, desumibile da precedenti penali specifici, rappresenti un ostacolo insormontabile per il riconoscimento di tale beneficio, anche a fronte di un reato di per sé non grave.

I Fatti del Processo

Il caso trae origine da una sentenza del Tribunale di Campobasso, che aveva dichiarato il non doversi procedere nei confronti di un imputato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari (art. 385 c.p.), ritenendo il fatto di particolare tenuità.

Contro questa decisione, il Procuratore della Repubblica ha proposto ricorso immediato per cassazione. La Procura lamentava la mancata considerazione, da parte del Tribunale, del casellario giudiziale dell’imputato, caratterizzato da numerosi e gravi precedenti penali. Tra questi, spiccavano condanne per reati della stessa indole, come una precedente evasione e resistenza a pubblico ufficiale, oltre alla contestazione di una recidiva specifica e reiterata. Secondo il ricorrente, tale quadro indicava chiaramente un comportamento abituale dell’imputato, ostativo all’applicazione dell’art. 131-bis c.p.

La Decisione della Cassazione sul comportamento abituale

La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, annullando la sentenza impugnata e rinviando il caso alla Corte di Appello per un nuovo giudizio. I giudici di legittimità hanno ritenuto fondate le censure mosse dalla Procura, ribadendo i principi che regolano l’istituto della particolare tenuità del fatto.

Le Motivazioni

Il cuore della motivazione risiede nella definizione di comportamento abituale come presupposto ostativo alla non punibilità. La Corte richiama un consolidato orientamento, inaugurato dalle Sezioni Unite con la sentenza Tushaj (n. 13681/2016), secondo cui il comportamento è da considerarsi abituale quando l’autore del reato ha commesso almeno due illeciti della stessa indole, oltre a quello per cui si sta procedendo.

Nel caso di specie, l’imputato vantava precedenti specifici per evasione e per resistenza a pubblico ufficiale. La Cassazione ha qualificato entrambi come reati “della stessa indole”, in quanto espressione di una medesima “insofferenza dell’imputato per le regole della vita associata”. Questa valutazione è stata ritenuta sufficiente per integrare l’abitualità del comportamento e, di conseguenza, per escludere la possibilità di applicare la causa di non punibilità.

La Corte ha specificato che il solo richiamo a queste precedenti condanne era decisivo, rendendo irrilevante l’analisi di altri precedenti penali per reati di natura diversa. L’interpretazione fornita chiarisce che la relazione di identità dell’indole deve intercorrere tra i precedenti e il reato oggetto del giudizio, per evitare di dare un peso sproporzionato a precedenti non correlati alla specifica manifestazione di scarsa rilevanza che l’istituto della tenuità del fatto intende escludere dalla punibilità.

Le Conclusioni

La sentenza in esame riafferma un principio fondamentale: la valutazione sulla particolare tenuità del fatto non può limitarsi al singolo episodio criminoso, ma deve estendersi a un giudizio complessivo sulla condotta dell’autore. La presenza di precedenti penali per reati della stessa indole è un indicatore oggettivo di un comportamento abituale e di una tendenza a violare la legge che rendono il soggetto non meritevole del beneficio della non punibilità. Questa pronuncia serve da monito per i giudici di merito, affinché conducano un’analisi attenta e completa del casellario giudiziale prima di applicare l’art. 131-bis c.p., garantendo che l’istituto non venga utilizzato per soggetti che manifestano una persistente inclinazione al crimine.

Quando un comportamento è considerato “abituale” ai fini dell’esclusione della tenuità del fatto?
Secondo la Corte di Cassazione, il comportamento è abituale quando l’autore, oltre al reato per cui si procede, ha commesso almeno due altri illeciti della stessa indole. Questo indica una tendenza a delinquere che impedisce l’applicazione del beneficio.

I precedenti penali impediscono sempre l’applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto?
Sì, se i precedenti penali riguardano reati “della stessa indole” rispetto a quello per cui si procede. La sentenza chiarisce che la presenza di condanne per evasione e resistenza a pubblico ufficiale è sufficiente per escludere la tenuità del fatto per un nuovo reato di evasione, in quanto manifestano la stessa insofferenza per le regole.

Cosa si intende per reati “della stessa indole”?
Sono reati che, pur avendo nomi diversi, rivelano la stessa tendenza criminale. Nel caso analizzato, l’evasione e la resistenza a pubblico ufficiale sono stati considerati della stessa indole perché entrambi dimostrano un rifiuto delle regole della convivenza civile e dell’autorità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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