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Commisurazione della pena: quando è insindacabile?

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due imputati che contestavano la congruità della sanzione inflitta per reati legati agli stupefacenti. La Suprema Corte ha ribadito che la commisurazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità, a meno che la pena non sia prossima al massimo edittale o la motivazione sia palesemente illogica, cosa non avvenuta nel caso di specie.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Commisurazione della Pena: Quando la Decisione del Giudice è Insindacabile?

La determinazione della giusta pena è uno dei compiti più delicati del giudice. La legge fornisce dei criteri, ma la loro applicazione concreta è spesso frutto di una valutazione discrezionale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci offre l’occasione per approfondire i limiti entro cui questa valutazione può essere contestata. Il caso riguarda la corretta commisurazione della pena e stabilisce un principio fondamentale: la scelta del giudice di merito è insindacabile in Cassazione se la sanzione si attesta su livelli medi o minimi e la motivazione è logicamente coerente.

I Fatti di Causa

Due persone, condannate per un reato in materia di stupefacenti previsto dall’art. 73, comma 5, del D.P.R. 309/1990 (fatto di lieve entità), vedevano la loro pena rideterminata dalla Corte di Appello di Venezia. Non soddisfatti della quantificazione della sanzione, proponevano ricorso per Cassazione attraverso il loro difensore. La doglianza era unica e identica per entrambi: una presunta erronea applicazione della legge, in particolare dell’art. 133 del codice penale, che elenca i parametri per la commisurazione della pena.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili. Questa decisione non entra nel merito della “giustezza” della pena inflitta, ma si concentra su un aspetto puramente procedurale e di diritto: il motivo addotto dai ricorrenti non era proponibile in sede di legittimità. In altre parole, contestare la valutazione discrezionale del giudice sulla quantità della pena non è, di per sé, un valido motivo di ricorso in Cassazione, se non a determinate e stringenti condizioni.

Le Motivazioni: la Discrezionalità sulla Commisurazione della Pena

Il cuore della pronuncia risiede nella spiegazione dei ruoli distinti tra giudice di merito (Tribunale e Corte d’Appello) e giudice di legittimità (Corte di Cassazione). Il Collegio ha ribadito un orientamento consolidato: la valutazione e la scelta della sanzione penale da irrogare rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito. Questo potere non è assoluto, ma è guidato dai criteri dell’art. 133 c.p. (gravità del danno, intensità del dolo, capacità a delinquere, etc.).

La Corte di Cassazione può intervenire su questo punto solo in casi eccezionali. La giurisprudenza citata nell’ordinanza chiarisce che una motivazione specifica e dettagliata sulla pena è richiesta solo quando:

1. La sanzione è quantificata in misura prossima al massimo edittale.
2. La sanzione è comunque superiore alla media edittale.

In tutti gli altri casi, specialmente quando la pena inflitta è vicina al minimo o si colloca nella media, la scelta del giudice è considerata implicitamente motivata dal semplice richiamo ai criteri di legge. Si presume che il giudice li abbia valutati correttamente. Di conseguenza, una scelta di questo tipo diventa “insindacabile” in sede di legittimità, perché contestarla significherebbe chiedere alla Cassazione una nuova valutazione dei fatti, compito che non le spetta.

Conclusioni: le Implicazioni Pratiche

L’ordinanza in esame conferma un principio cruciale del nostro sistema processuale: non ci si può rivolgere alla Corte di Cassazione sperando in uno “sconto di pena” basato su una diversa valutazione delle circostanze. Il ricorso per la commisurazione della pena ha successo solo se si dimostra una palese violazione di legge o una motivazione manifestamente illogica o assente da parte del giudice di merito, soprattutto a fronte di una pena particolarmente severa. Per pene miti o medie, le porte della Cassazione restano, di regola, chiuse. La decisione finale ha comportato per i ricorrenti, oltre alla conferma della condanna, anche il pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.

È possibile contestare in Cassazione la quantità della pena decisa dal giudice?
Sì, ma solo in casi limitati. La contestazione non è ammissibile se riguarda la mera valutazione discrezionale del giudice (il “merito”) e la pena si colloca in una misura media o prossima al minimo legale. È possibile solo se la motivazione è assente o manifestamente illogica, oppure se la pena si avvicina al massimo edittale senza un’adeguata giustificazione.

Cosa significa che un ricorso è “inammissibile”?
Significa che il ricorso non può essere esaminato nel suo contenuto (nel merito) perché presenta un vizio preliminare. In questo caso, il motivo del ricorso – la contestazione sulla commisurazione della pena – non rientrava tra quelli che la legge consente di presentare alla Corte di Cassazione.

Perché la motivazione sulla pena non deve essere sempre dettagliata?
Perché, secondo la giurisprudenza, quando un giudice irroga una pena vicina al minimo o nella media prevista dalla legge, si presume che abbia implicitamente considerato tutti i criteri dell’art. 133 c.p. in modo equilibrato. Una motivazione specifica e approfondita è invece necessaria per giustificare una sanzione particolarmente aspra, vicina al massimo consentito.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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