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Coadiutore di fatto: no peculato per il parente

La Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare per il reato di peculato a carico della moglie del titolare di un’azienda sottoposta ad amministrazione giudiziaria. La Corte ha stabilito che la donna non poteva essere considerata un ‘coadiutore di fatto’ dell’amministratore, e quindi pubblico ufficiale, perché la legge vieta tale incarico ai parenti e perché le sue azioni erano finalizzate a depauperare l’azienda, in contrasto con gli scopi della gestione giudiziaria. Sono state invece confermate le accuse di associazione per delinquere e autoriciclaggio.

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Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Coadiutore di fatto: la Cassazione esclude il peculato per il parente dell’imprenditore

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 47768 del 2023, offre un’importante chiarificazione sulla figura del coadiutore di fatto dell’amministratore giudiziario e sulle conseguenze penali che ne derivano. Il caso riguarda la moglie del titolare di un’azienda agricola sottoposta a sequestro, la quale, pur continuando a gestire di fatto i rapporti commerciali, non può essere accusata del reato di peculato. La Corte ha stabilito che, per assumere la qualifica di pubblico ufficiale, anche solo di fatto, è necessario agire in collaborazione e per gli scopi dell’amministrazione, e non in contrasto con essa.

I Fatti: La Gestione Familiare di un’Azienda Sotto Sequestro

La vicenda ha origine dal sequestro preventivo di un’azienda agricola, la cui gestione viene affidata a degli amministratori giudiziari. La moglie dell’originario titolare, tuttavia, continuava a operare all’interno dell’azienda, gestendo i rapporti con i clienti e avendo accesso ai conti correnti. Secondo l’accusa, la donna si sarebbe appropriata di ingenti somme di denaro, utilizzandole per finanziare una nuova società agricola, acquistare immobili e veicoli, e sostenere altre spese familiari, di fatto depauperando il patrimonio dell’azienda sotto amministrazione.

Per queste condotte, le veniva contestato, tra gli altri, il reato di peculato, sul presupposto che la sua gestione di fatto la qualificasse come ‘coadiutore’ dell’amministratore giudiziario e, di conseguenza, come pubblico ufficiale.

La Decisione della Corte: Esclusione del Peculato e del Ruolo di Coadiutore di Fatto

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa su questo punto cruciale, annullando la misura cautelare per il reato di peculato. La decisione si basa su una netta distinzione tra una gestione illecita e l’assunzione, anche solo di fatto, di una funzione pubblica.

L’Insussistenza del Reato di Peculato

Il reato di peculato (art. 314 c.p.) può essere commesso solo da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio. L’accusa sosteneva che l’indagata fosse un coadiutore di fatto. Tuttavia, la Cassazione ha smontato questa tesi, evidenziando due ostacoli insormontabili:
1. Incompatibilità legale: La legge (art. 35, d.lgs. 159/2011) vieta esplicitamente che il coniuge, i parenti e gli affini del soggetto a cui sono stati sequestrati i beni possano assumere l’incarico di amministratore giudiziario o di coadiutore.
2. Finalità dell’azione: L’attività dell’indagata non era di collaborazione con gli amministratori, ma al contrario, era finalizzata a spogliare l’azienda dei suoi beni. Un coadiutore di fatto deve agire per perseguire gli scopi della pubblica funzione, cioè la corretta gestione e conservazione del patrimonio sequestrato, non per danneggiarlo.

La condotta, pertanto, pur penalmente rilevante, non può essere qualificata come peculato, ma al più come appropriazione indebita (art. 646 c.p.).

La Conferma del Reato Associativo e dell’Autoriciclaggio

Nonostante l’annullamento dell’accusa di peculato, la Corte ha confermato la gravità indiziaria per altri reati, tra cui l’associazione per delinquere (art. 416 c.p.) e l’autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.). Secondo i giudici, le azioni sistematiche e coordinate dei membri della famiglia, volte a sottrarre risorse dall’azienda amministrata per reimpiegarle in nuove attività economiche ‘pulite’, configurano un programma criminoso stabile e duraturo, che va oltre il semplice concorso in singoli reati.

Le Motivazioni della Sentenza

Le motivazioni della Corte si concentrano sulla rigorosa interpretazione dei requisiti necessari per attribuire la qualifica di pubblico ufficiale a un soggetto che agisce senza una nomina formale.

I Requisiti del Coadiutore di Fatto: Collaborazione e Finalità Pubblica

La sentenza ribadisce che per essere considerati un coadiutore di fatto non è sufficiente svolgere attività gestorie. Sono necessari due elementi fondamentali, entrambi assenti nel caso di specie:
1. La diretta collaborazione: Il soggetto deve operare in modo coordinato e funzionale all’attività dell’amministratore giudiziario.
2. Il perseguimento degli scopi pubblici: L’attività deve essere finalizzata alla conservazione e all’incremento del valore dei beni sequestrati, in linea con gli obiettivi dell’amministrazione giudiziaria.

Poiché l’indagata agiva autonomamente, contro la volontà degli amministratori (che infatti l’avevano denunciata) e con lo scopo di depauperare l’azienda, la qualifica di pubblico ufficiale è stata correttamente esclusa.

La Distinzione tra Associazione per Delinquere e Concorso di Persone

La Corte ha ritenuto che il sodalizio familiare non fosse un accordo occasionale per commettere alcuni reati, ma una vera e propria struttura organizzata. Il programma non era semplicemente quello di spogliare l’azienda, ma di procurarsi fonti di guadagno illecite e durature nel tempo, fino a riconquistare il mercato attraverso una nuova società. Questa indeterminatezza degli obiettivi e la stabilità del patto sono gli elementi che distinguono l’associazione per delinquere dal semplice concorso di persone nel reato continuato.

Le Conclusioni

In conclusione, la sentenza traccia un confine netto: la gestione di un’azienda in amministrazione giudiziaria da parte di un parente, se svolta in contrasto con gli scopi della procedura e con finalità illecite, non integra il reato di peculato perché manca la qualifica soggettiva di pubblico ufficiale. Sebbene la condotta resti penalmente rilevante sotto altre fattispecie (come appropriazione indebita e autoriciclaggio), questa precisazione è fondamentale per la corretta qualificazione giuridica dei fatti e per l’applicazione delle misure cautelari, che dovranno essere rivalutate dal Tribunale del riesame alla luce del ridimensionamento del quadro accusatorio.

Perché l’indagata non è stata considerata un ‘coadiutore di fatto’ pur gestendo concretamente l’azienda sequestrata?
Perché la sua azione mancava di due requisiti essenziali: la diretta collaborazione con gli amministratori giudiziari e il perseguimento delle finalità pubbliche di conservazione del patrimonio aziendale. Inoltre, la legge (d.lgs. 159/2011) vieta esplicitamente ai parenti stretti di ricoprire tale ruolo.

Qual è la differenza tra peculato e appropriazione indebita emersa in questa sentenza?
La differenza fondamentale risiede nella qualifica di chi commette il reato. Il peculato può essere commesso solo da un pubblico ufficiale che si appropria di beni di cui ha la disponibilità per il suo ufficio. L’appropriazione indebita, invece, è un reato comune che può essere commesso da chiunque si appropri di beni altrui di cui abbia il possesso. Avendo la Corte escluso la qualifica di pubblico ufficiale, il fatto è stato riqualificato come potenzialmente riconducibile all’appropriazione indebita.

Perché è stata confermata l’accusa di associazione per delinquere anche se i reati erano rivolti a danneggiare una sola vittima (l’azienda)?
Perché il programma criminale era stabile, duraturo e non predeterminato nel tempo. L’obiettivo del gruppo familiare non era solo commettere singoli reati di spoliazione, ma creare una struttura organizzata per procurarsi fonti di guadagno illecite e reinvestirle, dimostrando un vincolo associativo che andava oltre la singola consumazione dei delitti-scopo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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