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Circostanze attenuanti generiche: no se c’è recidiva

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due donne condannate per furto aggravato, confermando la decisione dei giudici di merito. La sentenza ribadisce che la concessione delle circostanze attenuanti generiche è un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice, che può legittimamente negarle in presenza di una personalità del reo incline a delinquere, come dimostrato da precedenti condanne specifiche e reiterate (recidiva).

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Pubblicato il 3 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Circostanze attenuanti generiche e recidiva: la Cassazione fa chiarezza

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18131 del 2024, ha affrontato un caso complesso riguardante furti aggravati, fornendo importanti chiarimenti sui limiti alla concessione delle circostanze attenuanti generiche. La decisione sottolinea come la valutazione della personalità del reo e la presenza di una storia criminale (recidiva) siano elementi decisivi che possono giustificare il diniego di questo beneficio, anche a fronte di altri fattori potenzialmente favorevoli.

I Fatti: una serie di furti e l’appello in Cassazione

Il caso riguarda due donne condannate in primo e secondo grado per una serie di reati. Le imputazioni includevano furto in abitazione aggravato, indebito utilizzo di una carta bancomat e altri due furti ai danni di religiosi, aggravati dalla violenza sulle cose per aver forzato un cancello e una porta d’ingresso.

La Corte d’Appello di Milano aveva confermato integralmente la sentenza di primo grado. Le due imputate, non rassegnate alla condanna, hanno quindi proposto ricorso per cassazione, sollevando diverse questioni di natura sia procedurale sia sostanziale.

I Motivi del Ricorso: tra vizi procedurali e la richiesta di attenuanti

I ricorsi presentati si basavano su diversi argomenti. Una delle ricorrenti lamentava un vizio procedurale legato al rigetto di una proposta di ‘patteggiamento in appello’, sostenendo che il giudice avrebbe dovuto concedere tempo per una nuova formulazione.

Entrambe, poi, contestavano il riconoscimento dell’aggravante della violenza sulle cose, affermando che le prove video non mostravano una vera e propria forzatura del cancello. Infine, il fulcro del ricorso verteva sul mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e sulla loro mancata prevalenza sulla recidiva contestata a una delle due donne, che vantava un curriculum criminale significativo.

La Decisione della Corte: perché le circostanze attenuanti generiche sono state negate

La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili, ritenendo le motivazioni infondate. Sul piano procedurale, ha chiarito che il giudice non è obbligato a concedere una sospensione dopo aver rigettato una proposta di concordato, specialmente se la difesa procede comunque con la discussione nel merito.

Per quanto riguarda l’aggravante della violenza sulle cose, la Corte ha stabilito che la valutazione dei giudici di merito era logica e ben motivata, basandosi sulla testimonianza della persona offesa (che parlava di cancello ‘scassinato’) e sui filmati che mostravano le imputate ‘armeggiare’ sulla serratura. Questa valutazione dei fatti non è sindacabile in sede di legittimità se non palesemente illogica.

le motivazioni

Il punto cruciale della sentenza risiede nella motivazione sul diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha ribadito un principio consolidato: la concessione o meno delle attenuanti rientra in un giudizio di fatto rimesso alla piena discrezionalità del giudice di merito. Tale giudizio deve essere motivato in modo sufficiente a illustrare la valutazione sull’adeguatezza della pena rispetto alla gravità del reato e alla personalità del reo.

Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva correttamente evidenziato elementi ostativi alla concessione del beneficio. Per una delle imputate, la confessione era stata giudicata inadeguata. Per entrambe, pesavano la gravità dei fatti, l’intensità del dolo e la personalità, già segnata da precedenti condanne specifiche e reiterate. In particolare, per la ricorrente con otto precedenti specifici, la Corte ha sottolineato come la commissione di nuovi reati dimostrasse ‘indifferenza alle esperienze giudiziarie pregresse e alle occasioni di risocializzazione’. Fattori come la giovane età o la condizione di madre sono stati ritenuti recessivi di fronte a una capacità a delinquere così marcata e persistente.

le conclusioni

La sentenza in esame conferma che la recidiva non è un mero automatismo, ma un indicatore fondamentale della pericolosità sociale e della colpevolezza del reo. Quando un soggetto, nonostante le precedenti condanne, persevera nella commissione di reati della stessa indole, dimostra una personalità che non merita il trattamento più mite derivante dalle circostanze attenuanti generiche. Il giudice ha il potere, e il dovere, di valutare in concreto tutti gli elementi indicati dall’art. 133 c.p., e la presenza di una recidiva specifica e reiterata può legittimamente essere considerata un fattore ostativo prevalente, rendendo la decisione di negare le attenuanti immune da censure di legittimità, se logicamente motivata.

Quando il giudice può negare le circostanze attenuanti generiche?
Il giudice può negare le circostanze attenuanti generiche quando individua elementi ostativi legati alla gravità del reato o alla personalità del reo. Come stabilito in questa sentenza, una marcata capacità a delinquere, dimostrata da precedenti condanne specifiche e reiterate (recidiva), è una ragione sufficiente e logicamente valida per escludere il beneficio.

Cosa si intende per ‘violenza sulle cose’ nel reato di furto?
Secondo la Corte, l’aggravante della violenza sulle cose sussiste non solo in caso di rottura evidente, ma anche quando si compiono azioni volte a superare le difese di un bene, come ‘armeggiare’ su una serratura per aprirla. La valutazione si basa su elementi come le testimonianze e le prove video, e spetta al giudice di merito interpretarle.

Se una proposta di ‘patteggiamento in appello’ viene rigettata, il processo deve essere sospeso per una nuova proposta?
No, la sentenza chiarisce che il giudice non è obbligato a disporre una sospensione. Se la proposta viene rigettata durante l’udienza di discussione e la difesa procede a concludere nel merito, si intende che abbia implicitamente rinunciato a formulare un nuovo accordo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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