LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Chat criptate: la Cassazione conferma l’uso

Un individuo è stato sottoposto a misura cautelare per traffico internazionale di stupefacenti sulla base di prove derivanti da chat criptate. La difesa ne contestava l’utilizzabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che le chat criptate, acquisite da un’autorità giudiziaria estera tramite Ordine di Indagine Europeo (OEI), sono pienamente utilizzabili come prova. La sentenza ribadisce la validità del principio di reciproco riconoscimento e la presunzione di legittimità delle prove raccolte in un altro Stato membro dell’UE.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Chat criptate: la Cassazione ne conferma l’utilizzabilità come prova

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32961 del 2024, ha affrontato una questione di cruciale importanza nel panorama della procedura penale moderna: l’utilizzabilità delle chat criptate ottenute da autorità giudiziarie estere. La decisione consolida i principi espressi dalle Sezioni Unite, stabilendo che tali dati, se acquisiti tramite un Ordine di Indagine Europeo (OEI), costituiscono una prova pienamente legittima nel processo penale italiano. Questo articolo analizza la pronuncia, illustrandone i fatti, le motivazioni e le implicazioni pratiche per la prova digitale.

Il caso: traffico di stupefacenti e prove da chat criptate

Il caso trae origine da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un soggetto gravemente indiziato di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L’impianto accusatorio si fondava in larga parte sulle conversazioni intercorse su una nota piattaforma di messaggistica cifrata, i cui contenuti erano stati decriptati e messi a disposizione dall’autorità giudiziaria francese.

L’acquisizione di queste conversazioni da parte della Procura italiana era avvenuta tramite l’emissione di un Ordine di Indagine Europeo (OEI), uno strumento di cooperazione giudiziaria che consente di ottenere prove situate in un altro Stato membro dell’UE.

I motivi del ricorso: dubbi sulla prova digitale

La difesa dell’indagato ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su quattro motivi principali, tutti volti a contestare la validità delle chat criptate come fonte di prova:

1. Inutilizzabilità della prova: Si sosteneva che l’acquisizione non avesse rispettato le garanzie previste dalla legge sulla “prova digitale” (L. 48/2008), in particolare per quanto riguarda la catena di custodia e la verifica dell’integrità dei dati tramite codici hash.
2. Violazione delle norme sulle intercettazioni: Si argomentava che i dati acquisiti non fossero semplici documenti, ma flussi di comunicazione, la cui acquisizione avrebbe dovuto seguire le più rigide regole previste per le intercettazioni.
3. Erronea applicazione della legge: Si contestava la legittimità stessa dell’acquisizione, ritenendo violate le norme del codice di procedura penale.
4. Carenza di motivazione: Si criticava il ragionamento che aveva attribuito all’indagato l’uso dei telefoni criptati e il suo ruolo di promotore nell’associazione criminale.

La decisione della Cassazione sull’utilizzo delle chat criptate

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato. Per farlo, ha richiamato e applicato i principi stabiliti da due recenti e fondamentali sentenze delle Sezioni Unite (n. 23756 e 23755 del 2024), che hanno fatto chiarezza proprio sull’acquisizione di chat criptate tramite OEI.

L’Ordine di Indagine Europeo e la prova preesistente

Il punto centrale della decisione è che l’OEI è stato utilizzato per acquisire prove che erano già a disposizione dell’autorità francese. Non si trattava di avviare una nuova attività di intercettazione, ma di ottenere dati già raccolti e conservati. In questo scenario, la disciplina applicabile non è quella delle intercettazioni, ma quella relativa alla circolazione di prove già formate in altri procedimenti, anche stranieri. La normativa sull’OEI (Direttiva 2014/41/UE) è lo strumento designato per regolare in modo organico questa forma di cooperazione, basata sulla fiducia e sul reciproco riconoscimento tra Stati membri.

La presunzione di legittimità e l’onere della difesa

La Corte ha ribadito un principio chiave: esiste una presunzione relativa di conformità ai diritti fondamentali dell’attività svolta dall’autorità giudiziaria dell’altro Paese UE. Ciò significa che non è necessario che l’autorità italiana verifichi puntualmente il rispetto di tutte le proprie regole procedurali. Spetta invece alla difesa, che lamenta una violazione, l’onere di allegare e provare specificamente il fatto da cui tale violazione dipenderebbe. Nel caso di specie, la difesa non ha fornito alcuna prova concreta di un’alterazione dei dati o di un pregiudizio effettivo ai diritti difensivi.

Le motivazioni

La Suprema Corte ha spiegato che le garanzie sulla “prova digitale”, come l’uso dei codici hash, non sono un requisito per l’ammissibilità di prove provenienti da un altro Stato membro tramite OEI. Il sistema si fonda sulla fiducia reciproca e sulla presunzione che lo Stato di esecuzione abbia agito nel rispetto della legalità. Inoltre, la Corte ha escluso che l’impossibilità per la difesa di accedere all’algoritmo di decifrazione costituisca di per sé una violazione del diritto di difesa. Il pericolo di alterazione dei dati è stato ritenuto remoto, poiché il contenuto di ogni messaggio è inscindibilmente legato alla sua chiave di cifratura.

Infine, la Corte ha dichiarato inammissibile il motivo relativo all’attribuzione dei telefoni e al ruolo dell’indagato, in quanto questione di merito non sollevata correttamente nelle sedi precedenti e comunque già adeguatamente motivata dal Tribunale del riesame.

Le conclusioni

Questa sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale di fondamentale importanza per la lotta alla criminalità organizzata, che fa ampio uso di tecnologie di comunicazione cifrata. Viene confermata la piena legittimità dell’acquisizione di chat criptate tramite Ordine di Indagine Europeo, qualificandole come prove documentali preesistenti. La decisione rafforza il principio del reciproco riconoscimento probatorio all’interno dell’Unione Europea e chiarisce che l’onere di dimostrare eventuali violazioni dei diritti fondamentali ricade sulla difesa, che deve fornire allegazioni specifiche e concrete.

Le chat criptate ottenute da un’autorità estera sono prove valide in un processo italiano?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che sono prove pienamente valide e utilizzabili se acquisite tramite un Ordine di Indagine Europeo (OEI), in quanto considerate prove già formate e legittimamente raccolte dall’autorità dello Stato membro che le fornisce.

È necessario applicare le norme italiane sulla “prova digitale” (L. 48/2008) alle prove fornite da un altro Stato UE?
No. La Corte ha chiarito che, in base al principio del reciproco riconoscimento, vige una presunzione di legittimità dell’attività svolta dall’autorità estera. Non è richiesta una puntuale applicazione di tutte le regole procedurali italiane, ma solo la verifica del rispetto dei diritti fondamentali.

L’impossibilità per la difesa di analizzare l’algoritmo di decifrazione rende le chat inutilizzabili?
No. Secondo la sentenza, questo non costituisce di per sé una violazione dei diritti di difesa. La Corte ritiene minimo il rischio di alterazione dei dati e stabilisce che spetta alla difesa l’onere di fornire allegazioni specifiche e concrete su eventuali manomissioni o pregiudizi subiti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati