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Bonus cultura truffa: la Cassazione conferma sequestro

La Corte di Cassazione ha confermato un’ordinanza di sequestro preventivo per equivalente su un immobile, nell’ambito di un’indagine per una bonus cultura truffa. L’indagato, dipendente di un CAF, è accusato di aver partecipato a un’associazione per delinquere finalizzata a convertire il bonus in denaro per conto di diciottenni, simulando acquisti in una libreria compiacente. La Corte ha ritenuto sussistenti sia i gravi indizi di colpevolezza (fumus commissi delicti), basati su intercettazioni e prove documentali, sia il pericolo che l’indagato potesse disperdere il proprio patrimonio prima della condanna (periculum in mora), legittimando così la misura cautelare reale.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Bonus Cultura Truffa: Sequestro Confermato dalla Cassazione

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso di bonus cultura truffa, confermando il sequestro preventivo di un immobile di proprietà di uno degli indagati. Questa decisione offre importanti chiarimenti sulla qualificazione giuridica di tali frodi e sui presupposti per l’applicazione di misure cautelari reali, come il sequestro, finalizzate a garantire il recupero dei profitti illeciti.

Il caso: un meccanismo fraudolento per monetizzare il bonus

L’indagine ha svelato un’associazione criminale dedita a frodare lo Stato attraverso il “bonus cultura”, un’erogazione pubblica destinata ai diciottenni. Il perno del sistema era un giovane impiegato di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF), il quale, sfruttando la sua posizione, accedeva agli elenchi dei beneficiari.

Il suo ruolo era quello di “procacciatore”: contattava i giovani, li convinceva a cedere il loro bonus in cambio di una somma di denaro inferiore al valore nominale e gestiva l’intero processo. La monetizzazione avveniva tramite una libreria compiacente che simulava la vendita di beni culturali. In realtà, nessuna transazione culturale avveniva: la libreria emetteva fatture false e chiedeva il rimborso integrale allo Stato, dividendo poi i profitti con gli altri membri dell’associazione. Ai ragazzi veniva corrisposta una percentuale del valore del buono, spesso tramite ricariche su carte prepagate.

L’iter giudiziario: la corretta qualificazione del reato

Il percorso giudiziario è stato complesso. Inizialmente, il Tribunale del riesame aveva annullato il sequestro, derubricando il fatto da truffa aggravata (art. 640-bis c.p.) a mero illecito amministrativo (art. 316-ter c.p.). Secondo questa prima interpretazione, mancava l'”induzione in errore” dello Stato, poiché il sistema di erogazione era automatizzato.

Tuttavia, la Procura aveva impugnato tale decisione e una precedente sentenza della Cassazione aveva ribaltato la situazione, stabilendo che l’intero schema – l’uso di un’attività commerciale come schermo, la ricerca dei giovani, la falsa prospettazione delle operazioni e l’invio di fatture fittizie – costituiva un insieme di “artifici e raggiri” idonei a indurre in errore l’ente pubblico. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale del riesame, che, conformandosi ai principi della Suprema Corte, ha confermato il sequestro. La sentenza in commento decide il ricorso dell’indagato contro quest’ultima ordinanza.

L’analisi della Cassazione sul bonus cultura truffa

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’indagato, ritenendolo infondato su tutti i fronti. L’analisi si è concentrata sui due pilastri necessari per ogni misura cautelare reale: il fumus commissi delicti e il periculum in mora.

La sussistenza del “Fumus Commissi Delicti”

La Corte ha confermato la presenza di “gravi indizi di colpevolezza”. Il coinvolgimento dell’indagato nel meccanismo fraudolento è stato ritenuto evidente sulla base di molteplici elementi:

* Ruolo attivo: Non era un semplice partecipante, ma un procacciatore attivo che utilizzava la sua posizione lavorativa per reperire clienti.
* Gestione operativa: Si occupava personalmente di creare le identità digitali (SPID) necessarie per l’attivazione del bonus e di seguire le operazioni sulle piattaforme.
* Prove materiali: Durante le perquisizioni, sono state trovate fotocopie di codici QR del “bonus cultura” e un foglio manoscritto con nomi dei beneficiari, importi e conteggi.

Questi elementi, nel loro insieme, hanno delineato un quadro indiziario solido e coerente, sufficiente a giustificare il mantenimento della misura del sequestro.

La motivazione del “Periculum in Mora”

Anche riguardo al pericolo nel ritardo, la Cassazione ha ritenuto corretta la valutazione del Tribunale. Citando un’importante sentenza delle Sezioni Unite (sent. Ellade, n. 36959/2021), ha ribadito che la motivazione del periculum in mora in un sequestro finalizzato alla confisca non deve essere eccessivamente dettagliata. È sufficiente indicare le ragioni concrete per cui è necessario anticipare gli effetti della confisca.

Nel caso specifico, il sequestro dell’immobile è stato ritenuto indispensabile per impedire all’indagato di venderlo o trasferirlo a terzi durante il processo. Tale operazione avrebbe frustrato la possibilità per lo Stato di recuperare il profitto del reato in caso di condanna definitiva.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su una visione complessiva del fenomeno criminale, che non può essere frammentato in singole condotte. L’insieme degli artifici posti in essere, dalla ricerca dei beneficiari alla presentazione di fatture false, integra pienamente il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. La Corte ha inoltre precisato che, in caso di concorso di persone nel reato, qualora non sia possibile determinare la quota di profitto di ciascuno, il sequestro per equivalente può essere disposto per l’intero importo nei confronti di uno qualsiasi dei concorrenti, in base a un principio di solidarietà.

Le conclusioni

Questa sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso nei confronti delle frodi legate ai bonus statali. Stabilisce chiaramente che l’organizzazione di sistemi per monetizzare illecitamente tali benefici costituisce una truffa aggravata e non un semplice illecito. Inoltre, rafforza gli strumenti a disposizione della magistratura per aggredire i patrimoni illeciti, confermando che il sequestro preventivo è uno strumento valido ed efficace per impedire che i proventi del reato vengano dispersi prima della conclusione del processo.

Trasformare il bonus cultura in denaro è una truffa?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, orchestrare un sistema complesso che simula acquisti culturali per convertire il bonus in contanti integra il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.), poiché l’intero apparato è volto a indurre in errore lo Stato.

Quali sono i presupposti per il sequestro dei beni in una bonus cultura truffa?
Sono necessari due elementi fondamentali: il “fumus commissi delicti”, ovvero la presenza di gravi indizi di colpevolezza che dimostrino la probabile commissione del reato, e il “periculum in mora”, cioè il rischio concreto che l’indagato possa vendere o nascondere i propri beni prima della sentenza definitiva, impedendo una futura confisca.

Se più persone commettono la truffa, a chi possono essere sequestrati i beni?
La sentenza chiarisce che, quando non è possibile individuare con precisione il profitto ottenuto da ciascun concorrente, il sequestro per un valore equivalente all’intero profitto del reato può essere disposto nei confronti di uno qualsiasi dei correi, in virtù del principio di solidarietà che li lega nell’attività illecita.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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