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Bancarotta preferenziale: inammissibile il ricorso

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per bancarotta preferenziale. L’imputato aveva creato una nuova società per proseguire l’attività di quella in dissesto, utilizzando i proventi di una fittizia cessione di partecipazioni per pagare alcuni creditori a danno di quelli privilegiati. La Corte ha ritenuto che il ricorso fosse un mero tentativo di rivalutare i fatti, funzione preclusa in sede di legittimità, confermando la logicità della decisione dei giudici di merito.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Bancarotta Preferenziale: La Cassazione Conferma la Condanna

La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 25037/2024, offre un’importante lezione sul reato di bancarotta preferenziale e sui limiti del ricorso in sede di legittimità. Il caso riguarda un imprenditore condannato per aver favorito alcuni creditori a scapito di altri, in particolare l’Erario, poco prima della dichiarazione di fallimento della sua azienda. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la sua funzione non è quella di riesaminare i fatti, ma di verificare la corretta applicazione della legge.

I Fatti di Causa: Una Complessa Operazione Societaria

I giudici di merito avevano accertato che l’amministratore di una società in conclamato stato di insolvenza aveva architettato un’operazione per salvare l’attività aziendale. Pochi giorni prima di mettere in liquidazione la società, poi fallita, aveva costituito una nuova cooperativa. Successivamente, aveva ceduto a questa nuova entità una partecipazione societaria detenuta dalla società ormai decotta.

Secondo l’accusa, confermata in primo e secondo grado, questa cessione era un mero artificio. I proventi dell’operazione, invece di essere usati per soddisfare i creditori secondo l’ordine di legge (dando priorità a quelli privilegiati, come lo Stato), erano stati impiegati per pagare debiti verso specifici fornitori (creditori chirografari). Tale condotta integra pienamente il reato di bancarotta preferenziale, poiché viola il principio della par condicio creditorum.

La Difesa dell’Imputato e i Motivi del Ricorso

L’imprenditore ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su tre motivi principali:
1. Errata valutazione della prova: La difesa sosteneva che i giudici non avessero considerato adeguatamente il contratto di cessione, che prevedeva un pagamento rateale e non immediato, contestando la ricostruzione dei pagamenti preferenziali.
2. Vizio di motivazione: Si lamentava che la condanna fosse basata su indizi e non su prove concrete, definendo la motivazione della Corte d’Appello illogica e contraddittoria.
3. Mancato riconoscimento delle attenuanti: L’imputato riteneva che la Corte non avesse adeguatamente valutato il suo comportamento collaborativo e un accordo transattivo raggiunto con la curatela fallimentare, negandogli la prevalenza delle attenuanti generiche.

L’Analisi della Corte: Inammissibilità per Bancarotta Preferenziale

La Corte di Cassazione ha trattato congiuntamente i primi due motivi, rigettandoli come manifestamente infondati e ‘fuori fuoco’. Gli Ermellini hanno sottolineato come la ricostruzione dei fatti fosse solida, basandosi anche sulle stesse ammissioni dell’imputato contenute in una relazione consegnata alla curatela.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso rappresentava un tentativo di ottenere una nuova e diversa lettura del compendio probatorio. Questa attività, tuttavia, è riservata esclusivamente ai giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello) e non è consentita in sede di legittimità. La Cassazione non può sostituire la propria valutazione a quella dei giudici precedenti, a meno che la motivazione di questi ultimi non sia manifestamente illogica o contraddittoria, cosa che nel caso di specie non è stata riscontrata. Anzi, la decisione impugnata è stata definita ‘articolata, piana e persuasiva’.

Anche il terzo motivo, relativo alle attenuanti, è stato giudicato infondato. La Corte ha ritenuto logica la decisione dei giudici di merito di non concedere la prevalenza delle attenuanti, data la ‘significativa entità della distrazione di risorse’ e la ‘ragguardevole entità del passivo’, solo marginalmente intaccato dall’accordo transattivo.

Le Conclusioni: Quando il Ricorso è un Tentativo di Rilettura dei Fatti

In conclusione, la sentenza ribadisce un principio fondamentale del nostro sistema processuale: la Corte di Cassazione è giudice della legge, non del fatto. Un ricorso che mira a contestare la ricostruzione fattuale operata nei gradi di merito, senza evidenziare un vizio logico palese nel ragionamento del giudice, è destinato all’inammissibilità. Per gli imprenditori in crisi, questa decisione serve da monito: le operazioni societarie volte a favorire alcuni creditori a danno di altri costituiscono un grave reato, e le prove, una volta acquisite e valutate dai giudici di merito, difficilmente possono essere rimesse in discussione in Cassazione.

È possibile contestare in Cassazione la valutazione delle prove fatta dai giudici di merito?
No, non è possibile. La Corte di Cassazione non può procedere a una ‘rilettura’ degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione, non riesaminare le prove. Un ricorso che tenta di farlo è considerato inammissibile.

Cosa costituisce il reato di bancarotta preferenziale?
Il reato di bancarotta preferenziale si configura quando un imprenditore, prima o durante la procedura fallimentare, esegue pagamenti a favore di alcuni creditori a scapito di altri, violando il principio della parità di trattamento tra creditori (par condicio creditorum). Nel caso specifico, l’imprenditore ha pagato fornitori (creditori chirografari) invece di creditori privilegiati come l’Erario.

Un accordo transattivo con la curatela fallimentare garantisce l’ottenimento delle attenuanti generiche?
No, non lo garantisce. Sebbene un comportamento collaborativo e un parziale risarcimento del danno possano essere valutati positivamente, il giudice deve bilanciarli con altri elementi, come la gravità del fatto. In questo caso, la ‘significativa entità della distrazione’ e l’ingente passivo hanno indotto i giudici a ritenere l’imputato non meritevole della prevalenza delle attenuanti, nonostante l’accordo transattivo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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