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Bancarotta per compensi: quando è reato?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35228/2024, ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta di due amministratori. La Corte ha stabilito che l’autoliquidazione di compensi da parte degli amministratori, in assenza di una valida e specifica delibera assembleare che ne determini l’importo, integra il reato di bancarotta per compensi per distrazione. Inoltre, ha ribadito che le dichiarazioni rese dall’imputato al curatore fallimentare sono pienamente utilizzabili nel processo penale, in quanto il curatore non è un’autorità giudiziaria.

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Pubblicato il 13 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Bancarotta per compensi: la Cassazione stabilisce i limiti per l’amministratore

L’autoliquidazione dei compensi da parte degli amministratori di una società è una pratica diffusa, ma nasconde insidie significative, soprattutto quando l’azienda naviga in cattive acque. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 35228/2024) ha fatto luce sui confini tra un legittimo diritto e il grave reato di bancarotta fraudolenta. Il caso analizzato offre spunti fondamentali per comprendere la bancarotta per compensi e le responsabilità penali che ne derivano, delineando un quadro rigoroso per la gestione societaria.

I Fatti del Caso

Due amministratori di una società di trasporti, successivamente dichiarata fallita, sono stati condannati in primo e secondo grado per bancarotta fraudolenta, sia documentale che per distrazione. La contestazione principale riguardava il prelievo di somme dalle casse sociali a titolo di compenso per la loro attività. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione, basandolo su due motivi principali:
1. L’inutilizzabilità delle dichiarazioni da loro rese al curatore fallimentare, sostenendo che avrebbero dovuto essere assistiti da garanzie difensive.
2. L’errata qualificazione dei prelievi come distrazione fraudolenta, affermando che si trattava di compensi legittimi, al più qualificabili come bancarotta preferenziale.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando integralmente la condanna. La sentenza è cruciale perché affronta due temi di grande rilevanza pratica: la validità probatoria delle dichiarazioni al curatore e, soprattutto, i presupposti per la configurazione della bancarotta per compensi.

Le Motivazioni

La Corte ha smontato le argomentazioni difensive con un ragionamento logico e aderente alla giurisprudenza consolidata.

Utilizzabilità delle Dichiarazioni al Curatore

Sul primo punto, la Cassazione ha ribadito un principio fermo: il curatore fallimentare non è né un’autorità giudiziaria né un organo di polizia giudiziaria. La sua attività è ispettiva e di gestione, finalizzata alla tutela dei creditori. Di conseguenza, le dichiarazioni che il fallito gli rende non sono soggette alle garanzie processuali previste per gli interrogatori (art. 63 c.p.p.), come il diritto al silenzio o la presenza di un difensore. La relazione del curatore, che può contenere tali dichiarazioni, costituisce una prova documentale pienamente utilizzabile nel processo penale.

La Disciplina della Bancarotta per Compensi

Il cuore della sentenza risiede nella disamina del secondo motivo. La Corte ha chiarito in modo inequivocabile che l’amministratore che preleva somme a titolo di compenso commette bancarotta fraudolenta per distrazione se il suo credito non è certo, liquido ed esigibile. Secondo i giudici, il credito per il compenso, anche se previsto genericamente nello statuto, diventa liquido solo a seguito di una specifica delibera assembleare che ne determini l’esatto ammontare (quantum).

In assenza di tale delibera, o in presenza di una delibera ‘pro forma’ o priva di data certa (come nel caso di specie), il credito è considerato illiquido. Pertanto, il prelievo di denaro dalle casse sociali costituisce un atto di spoliazione del patrimonio aziendale a danno dei creditori, integrando la distrazione fraudolenta e non la meno grave bancarotta preferenziale. Quest’ultima, infatti, presuppone l’esistenza di un debito effettivo e liquido della società.

La Corte ha inoltre sottolineato che spetta all’amministratore dimostrare la congruità del compenso prelevato in base a parametri oggettivi, come l’impegno profuso, i risultati raggiunti e i compensi di mercato, onere che nel caso di specie non è stato assolto.

Le Conclusioni

La sentenza n. 35228/2024 lancia un monito severo agli amministratori societari. La gestione dei propri compensi richiede la massima trasparenza e il rispetto scrupoloso delle procedure formali. L’autoliquidazione ‘selvaggia’, senza una preventiva e chiara determinazione da parte dell’assemblea dei soci, espone al rischio concreto di una condanna per bancarotta fraudolenta. Per evitare conseguenze penali devastanti, è indispensabile che ogni compenso sia deliberato formalmente dall’organo competente, con una motivazione che ne giustifichi la congruità, specialmente in contesti di crisi aziendale.

Le dichiarazioni che l’imprenditore fallito rilascia al curatore possono essere usate contro di lui nel processo penale?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che le dichiarazioni rese al curatore fallimentare sono utilizzabili come prova documentale nel processo penale. Il curatore non è considerato un’autorità giudiziaria o di polizia, pertanto non si applicano le garanzie difensive previste per gli interrogatori, come il diritto al silenzio.

Quando il prelievo di somme dalle casse sociali da parte di un amministratore a titolo di compenso costituisce bancarotta per compensi?
Costituisce bancarotta fraudolenta per distrazione quando tali prelievi avvengono in assenza di una delibera assembleare che ne abbia determinato specificamente l’importo. In mancanza di tale delibera, il credito dell’amministratore è considerato illiquido, e il prelievo è un atto di spoliazione del patrimonio sociale a danno dei creditori.

È sufficiente una delibera dell’assemblea per giustificare il compenso dell’amministratore ed evitare l’accusa di bancarotta?
No, non sempre. La delibera deve essere valida, avere data certa e determinare l’ammontare del compenso in modo non generico. Una delibera adottata ‘pro forma’, solo per giustificare un prelievo già avvenuto o sproporzionato, non è sufficiente a scriminare la condotta. L’amministratore deve anche essere in grado di dimostrare la congruità del compenso rispetto all’attività effettivamente svolta e ai parametri di mercato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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