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Bancarotta fraudolenta documentale: la responsabilità

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24371/2024, ha esaminato il ricorso di un amministratore condannato per bancarotta fraudolenta documentale e altri reati fallimentari. La Corte ha confermato la condanna per la cattiva tenuta delle scritture contabili, sottolineando che l’imprenditore non è esente da responsabilità neanche se delega la contabilità a terzi, in quanto ha un obbligo di vigilanza. Per la bancarotta documentale è sufficiente il dolo generico. Un altro capo d’imputazione è stato invece dichiarato estinto per prescrizione.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Bancarotta Fraudolenta Documentale: La Delega non Esclude la Colpa

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 24371/2024) offre spunti cruciali sul tema della bancarotta fraudolenta documentale, chiarendo i confini della responsabilità dell’amministratore. Anche quando la contabilità è affidata a un professionista esterno, l’imprenditore non può considerarsi esente da colpe. La decisione ribadisce l’esistenza di un inderogabile obbligo di vigilanza e controllo sull’operato dei delegati.

I Fatti del Processo

Il caso riguarda l’amministratore unico e poi liquidatore di una società a responsabilità limitata, dichiarata fallita. L’imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per tre distinti reati fallimentari:

1. Bancarotta fraudolenta per distrazione (capo A): per aver sottratto il prezzo di vendita di un’autovettura della società.
2. Bancarotta fraudolenta documentale (capo B): per aver tenuto le scritture contabili in modo tale da impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.
3. Aggravamento del dissesto (capo C): per aver ritardato la richiesta di fallimento.

L’imputato, tramite il suo difensore, ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sua responsabilità su tutti i fronti.

I Motivi del Ricorso e la Responsabilità per Bancarotta Fraudolenta Documentale

La difesa ha articolato diversi motivi di ricorso. Per la bancarotta per distrazione, ha sostenuto che le somme erano state usate per pagare utenze e dipendenti, senza alcun profitto ingiusto. Per la bancarotta fraudolenta documentale, ha richiesto la riqualificazione del reato in bancarotta semplice, sostenendo la mancanza del dolo specifico e attribuendo le irregolarità alla propria scarsa cultura economico-commerciale e all’operato di un commercialista.

Infine, per il ritardato fallimento, ha affermato di aver fatto di tutto per salvare l’azienda. Altri motivi riguardavano la presunta eccessività della pena e la mancata applicazione di attenuanti.

La Decisione della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha rigettato gran parte del ricorso, confermando la solidità delle decisioni dei giudici di merito, ma ha rilevato l’estinzione per prescrizione del reato di aggravamento del dissesto (capo C).

Per quanto riguarda la distrazione, i giudici hanno ritenuto le argomentazioni difensive del tutto congetturali e infondate. La Corte ha precisato che la destinazione del denaro a creditori specifici, in violazione della par condicio creditorum, costituisce comunque un atto distrattivo.

La parte più interessante della sentenza riguarda la bancarotta fraudolenta documentale. La Corte ha respinto la tesi difensiva, chiarendo due principi fondamentali.

Le Motivazioni

La Corte ha smontato le argomentazioni difensive con rigore giuridico. Innanzitutto, è stato ribadito che per il reato di bancarotta fraudolenta documentale generica (ovvero la tenuta delle scritture in modo da non permettere la ricostruzione del patrimonio) è sufficiente il dolo generico. Questo significa che basta la coscienza e la volontà di tenere la contabilità in modo irregolare, senza che sia necessario il fine specifico di arrecare pregiudizio ai creditori.

In secondo luogo, e questo è il punto cruciale, la Cassazione ha affermato un principio consolidato: l’imprenditore non è esente da responsabilità per il solo fatto di aver affidato la contabilità a un soggetto esterno qualificato, come un commercialista. Sull’imprenditore grava un preciso obbligo di vigilanza e controllo sulle attività svolte dai suoi delegati. Si presume, fino a prova contraria (che deve essere rigorosa), che i dati contabili siano stati trascritti secondo le indicazioni fornite dal titolare dell’impresa. L’imputato, nel caso di specie, non ha fornito alcuna prova in grado di superare questa presunzione.

Per il reato di cui al capo C), la Corte non è entrata nel merito delle doglianze, ma ha dovuto prendere atto dell’intervenuta prescrizione, annullando la sentenza su questo punto senza rinvio.

Le Conclusioni

La sentenza n. 24371/2024 è un monito importante per ogni amministratore e imprenditore. La gestione contabile e amministrativa di una società è una responsabilità diretta e personale, che non può essere semplicemente ‘scaricata’ su consulenti esterni. La delega di funzioni non equivale a una delega di responsabilità. È fondamentale implementare sistemi di controllo interno e vigilare costantemente sull’operato dei professionisti incaricati, per evitare di incorrere in gravi reati come la bancarotta fraudolenta documentale. La decisione conferma che la legge richiede un comportamento attivo e diligente da parte di chi gestisce un’impresa, specialmente in momenti di crisi.

Un imprenditore è responsabile per bancarotta documentale se la contabilità è gestita da un commercialista?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, l’imprenditore non è esente da responsabilità. Egli ha l’obbligo di vigilare e controllare l’attività del delegato e sussiste una presunzione che i dati contabili siano stati trascritti secondo le sue indicazioni, salvo una rigorosa prova contraria.

Quale tipo di dolo è richiesto per il reato di bancarotta fraudolenta documentale generica?
Per questo reato è sufficiente il dolo generico, ovvero la coscienza e la volontà di tenere le scritture contabili in modo irregolare e tale da non consentire la ricostruzione del patrimonio e degli affari. Non è necessario dimostrare l’intento specifico di danneggiare i creditori.

Cosa accade se un reato si estingue per prescrizione durante il processo di Cassazione?
Se la Corte di Cassazione rileva una causa di estinzione del reato, come la prescrizione, deve annullare la sentenza di condanna per quel specifico reato senza rinviarla a un altro giudice. Se ci sono altri reati non prescritti, la Corte rigetta il ricorso per quelle imputazioni e rinvia alla Corte d’Appello solo per la rideterminazione della pena complessiva.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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