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Bancarotta documentale: il prestanome è responsabile?

La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due amministratori condannati per bancarotta documentale. La Corte ha annullato la condanna per l’amministratore ‘prestanome’, ritenendo non sufficientemente provato il dolo specifico, ovvero l’intenzione di pregiudicare i creditori. La sentenza sottolinea che la sola accettazione della carica e la negligenza nella tenuta contabile non bastano per integrare il reato, distinguendo nettamente la posizione dell’amministratore fittizio da quella dei gestori di fatto. Il ricorso del secondo amministratore, coinvolto attivamente nella gestione, è stato invece dichiarato inammissibile.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Bancarotta Documentale: Quando l’Amministratore ‘Prestanome’ Non è Punibile

L’accettazione della carica di amministratore di una società comporta doveri e responsabilità precise. Ma cosa succede quando tale carica è puramente formale e la gestione è affidata ad altri? Una recente sentenza della Corte di Cassazione affronta il delicato tema della bancarotta documentale e del ruolo del cosiddetto ‘prestanome’, chiarendo i confini della responsabilità penale.

I Fatti del Caso

La vicenda riguarda una società dichiarata fallita, per la cui gestione si erano succeduti due amministratori unici. Entrambi erano stati condannati in primo grado e in appello per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale.

Uno dei due amministratori, subentrato nella carica pochi mesi prima del fallimento, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di essere stato un mero ‘prestanome’. A sua difesa, ha evidenziato di essere stato assolto dall’accusa di distrazione di beni sociali, proprio perché ritenuto estraneo alla gestione effettiva. Inoltre, poco dopo aver assunto l’incarico e accortosi di gravi irregolarità, aveva presentato una denuncia alla Guardia di Finanza. Nonostante ciò, i giudici di merito lo avevano condannato per bancarotta documentale, ritenendolo responsabile della mancata tenuta delle scritture contabili.

L’altro amministratore, che aveva gestito la società in precedenza, ha impugnato la sentenza per motivi procedurali e di merito, contestando il suo coinvolgimento nei fatti.

La Decisione della Corte di Cassazione sulla bancarotta documentale

La Suprema Corte ha emesso due decisioni differenti per i due ricorrenti, evidenziando principi fondamentali in materia.

L’Annullamento della Condanna per il ‘Prestanome’

Il ricorso dell’amministratore ‘prestanome’ è stato accolto. La Corte ha annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso alla Corte d’Appello per un nuovo esame. La Cassazione ha ritenuto illogica e contraddittoria la motivazione dei giudici di merito.

L’Inammissibilità del Ricorso del Primo Amministratore

Il ricorso del primo amministratore è stato invece dichiarato inammissibile. La Corte ha respinto le sue argomentazioni, ritenendole infondate e volte a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.

Le Motivazioni

Il cuore della sentenza risiede nelle motivazioni relative all’annullamento della condanna per il ‘prestanome’. La Cassazione ha stabilito che per configurare il reato di bancarotta documentale non è sufficiente la semplice omissione della tenuta delle scritture contabili o un atteggiamento negligente. È necessario, invece, provare il ‘dolo specifico’: l’amministratore deve aver agito con la precisa intenzione di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di arrecare un danno ai creditori.

La Corte ha osservato che i giudici d’appello, pur avendo riconosciuto che l’imputato era estraneo alla vita sociale e inconsapevole delle attività distrattive poste in essere dai gestori di fatto, lo hanno condannato per la sparizione dei documenti contabili. Questa conclusione è apparsa contraddittoria: come poteva avere l’intenzione specifica di nascondere un’attività di cui era inconsapevole? Secondo la Cassazione, i giudici di merito hanno confuso un atteggiamento di grave superficialità e negligenza con il dolo specifico richiesto dalla norma penale. La mera accettazione della carica, anche a fronte di un compenso, non integra automaticamente l’elemento soggettivo del reato. Era necessario dimostrare che il prestanome fosse a conoscenza dello stato delle scritture e avesse agito con lo scopo preciso di impedire la ricostruzione dei fatti aziendali a danno dei creditori.

Le Conclusioni

Questa pronuncia riafferma un principio cruciale: la responsabilità penale è personale e richiede un’attenta valutazione dell’elemento psicologico. Nel caso della bancarotta documentale, la condanna di un amministratore ‘prestanome’ non può basarsi su una responsabilità oggettiva derivante dalla sola carica ricoperta. Il giudice deve fornire una motivazione rigorosa che dimostri, al di là di ogni ragionevole dubbio, la conoscenza e la volontà dell’imputato di contribuire, con la propria condotta omissiva, a un progetto fraudolento finalizzato a pregiudicare i creditori. La negligenza, per quanto grave, resta su un piano diverso dal dolo specifico richiesto per questo grave reato fallimentare.

Essere un amministratore ‘prestanome’ porta automaticamente a una condanna per bancarotta documentale?
No. Secondo la sentenza, la mera accettazione della carica non è sufficiente. È necessario che l’accusa provi il ‘dolo specifico’, ovvero la volontà cosciente dell’amministratore di sottrarre o non tenere le scritture contabili con il preciso fine di recare pregiudizio ai creditori o di ottenere un ingiusto profitto.

Perché la Corte di Cassazione ha annullato la condanna dell’amministratore subentrato?
La Corte ha ritenuto la motivazione della sentenza d’appello contraddittoria. Non è logico assolvere l’amministratore dal reato di distrazione per mancanza di consapevolezza delle operazioni reali della società e, allo stesso tempo, condannarlo per bancarotta documentale senza dimostrare come potesse avere l’intenzione specifica di occultare attività di cui era all’oscuro.

Qual è la differenza tra negligenza e dolo specifico evidenziata dalla Corte?
La negligenza consiste in un comportamento superficiale e trascurato, come il totale disinteresse per gli obblighi contabili. Il dolo specifico, invece, è un elemento psicologico più intenso: richiede la volontà di non tenere le scritture contabili con lo scopo preciso di creare un danno ai creditori o di trarre un profitto illecito, rendendo impossibile la ricostruzione dei movimenti d’affari.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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