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Atto di depredazione: la Cassazione e il reato di pirateria

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18884 del 2024, ha confermato la misura cautelare per un membro dell’equipaggio di un peschereccio accusato di pirateria. Il caso riguardava la sottrazione del motore di un barchino di migranti in acque internazionali. La difesa sosteneva si trattasse di estorsione, ma la Corte ha qualificato il fatto come un vero e proprio atto di depredazione, rientrante nella nozione di pirateria secondo l’art. 1135 del codice della navigazione, poiché vi è stata un’impossessamento materiale e non una disposizione patrimoniale da parte delle vittime.

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Pubblicato il 1 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Atto di depredazione: la Cassazione definisce i contorni del reato di pirateria

La Suprema Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 18884/2024, è tornata a pronunciarsi su un tema tanto affascinante quanto complesso: il reato di pirateria. La decisione offre un’importante chiave di lettura per distinguere un atto di depredazione marittima da altre figure di reato come la rapina o l’estorsione, specialmente quando i fatti avvengono in acque internazionali. Analizziamo insieme i dettagli di questa pronuncia per comprenderne la portata e le implicazioni.

I fatti di causa

Il caso sottoposto all’esame della Corte riguarda un episodio avvenuto in acque internazionali, ma contigue al mare territoriale italiano. L’equipaggio di un motopeschereccio tunisino aveva abbordato un piccolo barchino su cui si trovavano 49 migranti in condizioni di pericolo. Dopo un primo contatto in cui i migranti avevano offerto il motore della loro imbarcazione in cambio del salvataggio, l’equipaggio del peschereccio, non soddisfatto, aveva proceduto in modo diverso.

Alcuni membri dell’equipaggio salivano a bordo del barchino e, senza attendere alcuna consegna volontaria, svincolavano e si impossessavano materialmente del motore fuoribordo, portandolo sul loro peschereccio. Successivamente, veniva preteso e ottenuto un compenso in denaro dai migranti per trainare la loro imbarcazione, ormai alla deriva, verso acque più sicure.

A seguito di questi eventi, uno dei membri dell’equipaggio veniva sottoposto a misura cautelare in carcere con l’accusa di pirateria. La difesa dell’indagato proponeva ricorso, sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come estorsione e che, essendo avvenuto in acque internazionali, non rientrasse nella giurisdizione italiana.

La distinzione tra atto di depredazione ed estorsione

Il fulcro del ricorso difensivo si basava sulla corretta qualificazione giuridica del fatto. Secondo la difesa, la condotta non configurava un atto di depredazione, elemento tipico della pirateria, ma piuttosto un’estorsione. La differenza non è di poco conto: l’estorsione (art. 629 c.p.) richiede una ‘cooperazione’ della vittima che, sebbene costretta, compie un atto di disposizione patrimoniale. La rapina (art. 628 c.p.), invece, vede la vittima in un ruolo puramente passivo, subendo la sottrazione violenta del bene.

La difesa sosteneva che i migranti non fossero stati completamente privati della loro capacità di autodeterminazione. Tuttavia, la Corte ha seguito un percorso argomentativo diverso, incentrato sulla natura specifica della condotta tenuta dall’equipaggio del peschereccio.

Le motivazioni della Suprema Corte

La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo corretta la qualificazione del fatto come pirateria. Il ragionamento della Corte si è sviluppato su due livelli: l’interpretazione del termine “depredazione” e l’analisi della condotta concreta.

Innanzitutto, i giudici hanno chiarito che la nozione di “atti di depredazione”, prevista dall’art. 1135 del codice della navigazione, deve essere letta in combinato disposto con le convenzioni internazionali, in particolare la Convenzione di Montego Bay del 1982. Il testo inglese di tale convenzione utilizza l’espressione “any act of depredation”, un concetto più ampio dell’italiano “rapina”. La giurisprudenza ha già chiarito che la “depredazione” non si limita alle sole ipotesi di rapina, ma può includere anche condotte che presentano elementi dell’estorsione.

Tuttavia, nel caso specifico, la Corte ha ritenuto superfluo addentrarsi in questa sofisticata distinzione. La ricostruzione dei fatti ha dimostrato che l’azione principale non è stata una richiesta estorsiva, ma un impossessamento materiale e diretto. L’equipaggio ha abbordato il barchino e ha prelevato fisicamente il motore, senza che le vittime compissero alcun atto di “consegna” o disposizione del bene. La vittima, in questo frangente, è stata un soggetto meramente passivo della spoliazione.

Questa azione, secondo la Corte, integra pienamente e senza incertezze gli estremi dell’atto di depredazione. La successiva richiesta di denaro per il traino è stata considerata un evento distinto e successivo, ininfluente sulla qualificazione del primo fatto, ovvero la sottrazione del motore.

Le conclusioni

La sentenza consolida un principio fondamentale: per configurare il reato di pirateria è sufficiente un atto di depredazione inteso come spoliazione materiale e unilaterale di un bene, in cui la vittima non ha alcun ruolo attivo. La Corte ha stabilito che l’azione di salire su un’altra imbarcazione e prelevarne il motore costituisce un’ipotesi paradigmatica di tale condotta.

Di conseguenza, la qualificazione del reato come pirateria è stata confermata, così come la giurisdizione dello Stato italiano a procedere, trattandosi di un crimine che il diritto internazionale consente a qualsiasi Stato di perseguire, indipendentemente dal luogo di commissione. La decisione ribadisce quindi una nozione ampia di pirateria, adeguata a contrastare fenomeni criminali complessi che si verificano in alto mare.

Che cos’è un ‘atto di depredazione’ secondo la Cassazione?
Un ‘atto di depredazione’ è un’azione di spoliazione materiale e unilaterale di un bene, come la sottrazione fisica di un oggetto da un’imbarcazione altrui. Si distingue dall’estorsione perché la vittima subisce passivamente la sottrazione senza compiere alcun atto di disposizione patrimoniale, neanche se costretta.

Perché il fatto è stato qualificato come pirateria e non come estorsione?
Il fatto è stato qualificato come pirateria perché l’azione principale è consistita nell’impossessamento fisico e diretto del motore del barchino da parte dell’equipaggio del peschereccio. I migranti non hanno ‘consegnato’ il motore sotto minaccia, ma lo hanno subito. Questa condotta rientra pienamente nella nozione di ‘atto di depredazione’ previsto dall’art. 1135 del codice della navigazione.

Lo Stato italiano ha giurisdizione per un reato commesso in acque internazionali?
Sì, nel caso della pirateria. La pirateria è considerata dal diritto internazionale un ‘crimen iuris gentium’, ovvero un crimine contro l’intera comunità internazionale. Pertanto, qualsiasi Stato ha la facoltà di perseguire e processare i responsabili, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal luogo esatto in cui il crimine è stato commesso in alto mare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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