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Attenuanti generiche: la valutazione del giudice

Un soggetto condannato per cessione di stupefacenti ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una pena eccessiva e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione della personalità del reo, desunta anche da elementi come la sottoposizione a misure di prevenzione o condanne successive, giustifica sia un leggero aumento della pena base sia il diniego delle attenuanti generiche. Queste ultime non sono un diritto, ma una concessione basata su elementi positivi.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Attenuanti Generiche: Come il Giudice Valuta la Personalità dell’Imputato

La concessione delle attenuanti generiche rappresenta uno dei momenti più delicati nel processo di determinazione della pena. Non si tratta di un diritto automatico per l’imputato, ma di una valutazione discrezionale del giudice. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sent. n. 25763/2024) offre importanti chiarimenti sui criteri che guidano questa decisione, sottolineando il peso della personalità complessiva del reo, desunta anche da condanne successive o dalla sottoposizione a misure di prevenzione.

Il caso in esame: dalla cessione di stupefacenti al ricorso in Cassazione

La vicenda processuale ha origine dalla condanna di un uomo da parte del Tribunale di primo grado per due reati: la cessione di un grammo di marijuana e la detenzione ai fini di spaccio di un quantitativo maggiore della stessa sostanza. La Corte d’Appello, in parziale riforma, ha assolto l’imputato dall’accusa di detenzione per spaccio, ritenendo che le circostanze non permettessero di escludere con certezza l’uso personale. Tuttavia, ha confermato la condanna per l’episodio di cessione, rideterminando la pena in otto mesi di reclusione e 1100 euro di multa.

Non ritenendosi soddisfatto, l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, affidandosi a tre motivi principali.

I motivi del ricorso: una critica alla pena e alle mancate attenuanti generiche

L’imputato ha contestato la decisione della Corte d’Appello su tre fronti:

1. Fragilità della prova: Sosteneva che le prove a suo carico per la cessione fossero deboli e contraddittorie, basate sulla percezione non del tutto certa di un operante di polizia e smentite dal presunto acquirente.
2. Pena sproporzionata: Riteneva la pena ingiusta, in quanto i giudici l’avevano aumentata rispetto al minimo edittale valorizzando il fatto che egli fosse sottoposto a una misura di prevenzione al momento del reato, una circostanza che, a suo dire, avrebbe dovuto essere contestata come aggravante specifica.
3. Mancata concessione delle attenuanti generiche: Lamentava che i giudici di merito avessero negato le attenuanti senza una motivazione adeguata, replicando un’omissione già presente nella sentenza di primo grado.

La decisione della Suprema Corte e la valutazione delle attenuanti generiche

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato, rigettandolo in toto. Sulla questione probatoria, ha chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le argomentazioni già respinte in appello, senza muovere una critica specifica alla motivazione della Corte territoriale, che era stata logica e coerente nel valorizzare la percezione diretta dell’agente e l’esito della successiva perquisizione.

Più interessanti, dal punto di vista giuridico, sono le conclusioni della Corte sugli altri due motivi, che toccano il cuore della discrezionalità del giudice nella commisurazione della pena e nella valutazione delle attenuanti generiche.

Le motivazioni

La Corte ha smontato le critiche del ricorrente con argomentazioni precise. In primo luogo, ha spiegato che il riferimento alla misura di prevenzione non era servito ad applicare un’aggravante non contestata, ma a delineare la personalità del reo ai sensi dell’art. 133 del codice penale. Questo articolo fornisce al giudice una serie di parametri (gravità del danno, intensità del dolo, precedenti penali, condotta di vita) per adeguare la pena al caso concreto. La Corte ha ritenuto legittimo che il giudice di merito avesse considerato la sottoposizione a una misura di prevenzione come un indice di maggiore pericolosità sociale e di una personalità incline a delinquere, giustificando così un lieve scostamento dal minimo della pena.

Ancora più netta è stata la posizione sulle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ribadito un principio consolidato: la loro applicazione non è un diritto conseguente alla mera assenza di elementi negativi. Al contrario, richiede la presenza di elementi di segno positivo che meritino un trattamento sanzionatorio più mite. Il diniego, pertanto, è legittimamente motivato quando si evidenziano elementi negativi, come nel caso di specie. Il Tribunale, con decisione confermata in appello, aveva negato le attenuanti sottolineando non solo la sottoposizione a misura di prevenzione, ma anche il coinvolgimento attivo e continuato dell’imputato in attività di spaccio, la sua “sfrontatezza” e, soprattutto, una condanna per un reato della stessa specie commesso successivamente ai fatti in giudizio. La Corte ha confermato che il giudice può legittimamente considerare anche condanne successive per valutare la personalità dell’imputato al momento della decisione.

Le conclusioni

La sentenza in commento offre due importanti lezioni pratiche. La prima è di natura processuale: un ricorso per Cassazione, per essere ammissibile, deve contenere una critica puntuale e giuridicamente fondata alla sentenza impugnata, non potendosi limitare a riproporre le stesse doglianze fattuali già esaminate nei gradi di merito. La seconda è di natura sostanziale: la valutazione del giudice sulla pena e sulle attenuanti generiche è ampiamente discrezionale, purché motivata. Elementi come la condotta di vita dell’imputato, i suoi precedenti, e persino i reati commessi dopo il fatto per cui si procede, sono tutti tasselli che compongono il mosaico della sua personalità e possono legittimamente orientare il giudice verso una pena più severa o verso il diniego di benefici.

È possibile ottenere le attenuanti generiche semplicemente perché non ci sono elementi negativi a carico dell’imputato?
No, la sentenza chiarisce che la loro applicazione è oggetto di un giudizio di fatto che richiede elementi di segno positivo. La sola assenza di elementi negativi non è sufficiente a costituire un diritto alla loro concessione.

Il giudice può aumentare la pena base perché il reato è stato commesso mentre l’imputato era sottoposto a una misura di prevenzione?
Sì. La sentenza spiega che il giudice può considerare tale circostanza non come un’aggravante specifica (se non contestata), ma come un indice della personalità negativa dell’imputato ai sensi dell’art. 133 del codice penale, per giustificare uno scostamento motivato dal minimo edittale della pena.

Un ricorso in Cassazione può limitarsi a ripetere gli stessi argomenti dell’appello?
No. La sentenza ribadisce il principio secondo cui i motivi di ricorso che riproducono pedissequamente le censure già dedotte in appello, senza una critica puntuale alle argomentazioni della sentenza impugnata, sono inammissibili.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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