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Attenuante art. 62 n. 4: no se il lucro è alto

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di lieve entità. La richiesta di applicazione dell’attenuante art. 62 n. 4 cod. pen. è stata respinta poiché l’elevato numero di dosi (oltre 200), la presenza di bilancini e denaro sono stati ritenuti incompatibili con la ‘speciale tenuità’ del danno e del lucro richiesta dalla norma.

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Pubblicato il 21 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Attenuante art. 62 n. 4: la Cassazione nega lo sconto se il profitto è elevato

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, è tornata a pronunciarsi sui criteri di applicazione della circostanza attenuante art. 62 n. 4 del codice penale, relativa al danno e al lucro di ‘speciale tenuità’. La pronuncia chiarisce che, in materia di stupefacenti, la presenza di un numero elevato di dosi e di strumenti per il confezionamento esclude in radice la possibilità di concedere tale beneficio, confermando la valutazione dei giudici di merito.

I Fatti del Processo

Il caso trae origine dalla condanna di un soggetto per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, qualificato come fatto di lieve entità ai sensi dell’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990. La Corte d’Appello aveva confermato la sentenza di primo grado, che condannava l’imputato alla pena di un anno di reclusione e 2.000 euro di multa.

L’imputato ha presentato ricorso per cassazione lamentando principalmente tre aspetti:
1. Il mancato riconoscimento della circostanza attenuante art. 62 n. 4 cod. pen.
2. La mancata concessione delle attenuanti generiche nella loro massima estensione.
3. Il diniego della messa alla prova.

La valutazione sull’attenuante art. 62 n. 4 e la speciale tenuità

Il punto centrale del ricorso rigettato dalla Suprema Corte riguarda l’applicabilità dell’attenuante della speciale tenuità del danno. La difesa sosteneva che il reato dovesse beneficiare di uno sconto di pena in virtù del modesto danno patrimoniale arrecato.

La Cassazione, richiamando un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha ribadito che la valutazione per la concessione di tale attenuante deve essere complessiva. Non si guarda solo al danno, ma anche e soprattutto al lucro che l’autore del reato ha conseguito o intendeva conseguire. La speciale tenuità deve riguardare congiuntamente entrambi gli aspetti: l’entità del profitto e l’evento dannoso o pericoloso causato.

Nel caso specifico, i giudici di merito avevano correttamente escluso l’attenuante sulla base di elementi fattuali inequivocabili: l’elevato numero di dosi ricavabili dalla sostanza sequestrata (oltre 200), il rinvenimento di due bilancini di precisione e di una somma di denaro in banconote di piccolo taglio, ritenuta provento dell’attività di spaccio. Questi elementi, nel loro insieme, delineano un quadro incompatibile con la ‘speciale tenuità’ richiesta dalla norma.

Gli Altri Motivi di Ricorso: Attenuanti Generiche e Messa alla Prova

La Corte ha dichiarato inammissibili anche gli altri motivi di ricorso. Per quanto riguarda le attenuanti generiche, i giudici hanno ritenuto sufficiente e logica la motivazione della Corte d’Appello, che aveva negato la massima estensione del beneficio basandosi proprio sulla gravità del fatto, desunta sempre dall’elevato numero di dosi.

Ancora più netta la decisione sulla richiesta di messa alla prova. La Cassazione ha rilevato che tale richiesta non era mai stata avanzata nei precedenti gradi di giudizio, costituendo quindi una domanda nuova e, come tale, inammissibile in sede di legittimità.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha fondato la sua decisione sul principio secondo cui la valutazione circa la sussistenza dell’attenuante art. 62 n. 4 è riservata al giudice di merito e non è sindacabile in Cassazione, se non per vizi logici manifesti, che in questo caso erano assenti. La motivazione della Corte d’Appello è stata giudicata congrua e coerente con i principi espressi dalla giurisprudenza, incluse le Sezioni Unite.

In particolare, i giudici hanno sottolineato come gli elementi raccolti (quantità dello stupefacente, strumenti per la pesatura e il confezionamento, denaro contante) siano indici convergenti di una destinazione della sostanza allo spaccio e di un’attività non occasionale. Tale quadro fattuale esclude la possibilità di ritenere ‘specialmente tenue’ sia il potenziale danno alla salute pubblica sia il lucro perseguito dall’agente, rendendo di fatto inapplicabile l’attenuante richiesta.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame conferma un principio fondamentale: l’applicazione delle circostanze attenuanti non è un automatismo, ma il risultato di una valutazione concreta e complessiva dei fatti di causa. Nel contesto dei reati di spaccio, la quantità e le modalità di detenzione della sostanza sono elementi decisivi per valutare la gravità della condotta. Un numero di dosi considerevole, come nel caso di specie, è un indicatore oggettivo che si oppone al riconoscimento della speciale tenuità del fatto, legittimando pienamente il diniego dell’attenuante art. 62 n. 4 del codice penale.

L’attenuante del danno di speciale tenuità (art. 62 n. 4 c.p.) si applica ai reati in materia di stupefacenti?
Sì, la giurisprudenza ammette che l’attenuante sia in linea di principio applicabile anche ai delitti in materia di stupefacenti, compresa la fattispecie autonoma del fatto di lieve entità (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/1990).

Quali elementi concreti possono escludere l’applicazione di questa attenuante in un caso di spaccio?
La Corte ha ritenuto ostativi al riconoscimento dell’attenuante l’elevato numero di dosi ricavabili (oltre 200), il rinvenimento di due bilancini di precisione e di una somma di denaro in piccolo taglio, considerata provento dell’attività di spaccio. Questi elementi, complessivamente, dimostrano un profitto e un pericolo non connotati da ‘speciale tenuità’.

È possibile chiedere la ‘messa alla prova’ per la prima volta in Cassazione?
No. La Corte ha dichiarato tale richiesta inammissibile perché non aveva costituito motivo di appello nel precedente grado di giudizio. Si tratta di una deduzione tardiva che non può essere esaminata per la prima volta in sede di legittimità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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