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Associazione mafiosa: quando lo spaccio integra il reato

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25879/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo accusato di spaccio di droga all’interno di un’associazione criminale. La Corte ha confermato che per integrare il reato di associazione mafiosa non è necessario essere un vertice, ma è sufficiente un ruolo stabile e continuativo, come quello di spacciatore al dettaglio inserito in una rete monopolistica gestita dal clan. È stata inoltre confermata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, data la consapevolezza dell’indagato di operare a vantaggio del sodalizio.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione mafiosa: quando la vendita di droga diventa partecipazione al clan

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 25879/2024) offre importanti chiarimenti sui confini tra il semplice spaccio di stupefacenti e la partecipazione a un’associazione mafiosa. La pronuncia analizza il caso di un individuo che, pur operando come spacciatore al dettaglio, è stato ritenuto un membro effettivo di un sodalizio criminale, data la sua integrazione stabile e consapevole nella struttura organizzativa del clan. Questa decisione sottolinea come il ruolo all’interno del sistema criminale e la finalità dell’azione siano determinanti per qualificare il reato.

I fatti del caso: da spacciatore a parte del sistema

Il caso riguarda un uomo sottoposto a misura cautelare in carcere per aver partecipato a un’associazione finalizzata al traffico di cocaina. Secondo l’accusa, questa associazione operava come un’entità servente di una più vasta e potente organizzazione mafiosa, nota come “Società Foggiana”.

L’indagato non era un capo, ma un addetto alla vendita al dettaglio. Riceveva mensilmente quantitativi predeterminati di droga dal sodalizio e, in cambio, corrispondeva uno stipendio. L’attività si svolgeva avvalendosi della forza intimidatrice e delle condizioni di omertà tipiche del metodo mafioso, con l’obiettivo di garantire al clan il monopolio sul mercato della cocaina in città.

La difesa dell’indagato ha presentato ricorso sostenendo che egli fosse un semplice spacciatore, privo di consapevolezza dell’esistenza di un’associazione e del suo ruolo al suo interno. Sosteneva, inoltre, di essere stato ‘costretto’ a rifornirsi dal clan, che deteneva il monopolio, pena ritorsioni violente. Di conseguenza, contestava sia l’accusa di partecipazione all’associazione sia l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la validità dell’ordinanza di custodia cautelare. I giudici di legittimità hanno stabilito che le censure del ricorrente erano volte a una rivalutazione dei fatti e delle prove, un compito riservato ai giudici di merito e non consentito in sede di cassazione.

Il Tribunale del Riesame, secondo la Cassazione, aveva fornito una motivazione logica e coerente, basata su ampi riscontri probatori come intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Questi elementi dimostravano non un’attività di spaccio estemporanea, ma un sistema strutturato e centralizzato di distribuzione della droga, nel quale l’indagato era pienamente inserito.

Le motivazioni: i criteri per distinguere lo spacciatore dal partecipe

La Corte ha delineato con precisione i principi giuridici che hanno guidato la sua decisione, distinguendo nettamente la figura del mero acquirente-rivenditore da quella del partecipe a un’organizzazione criminale.

La consapevolezza e il ruolo stabile nell’organizzazione

Il punto centrale della motivazione risiede nella stabilità e continuità del rapporto tra l’indagato e l’organizzazione. Non si trattava di acquisti occasionali, ma di una fornitura costante di droga e del pagamento di uno stipendio. Questo automatismo, unito alla ripartizione dei compiti e ai contatti continui con gli altri membri, dimostra una piena partecipazione all’associazione criminale.

La Corte ribadisce un principio consolidato: anche l’acquirente-rivenditore può essere considerato partecipe del vincolo associativo se si dimostra stabilmente disponibile a ricevere la sostanza, contribuendo così al mantenimento e agli scopi dell’organizzazione.

L’aggravante di agevolazione di una associazione mafiosa

Per quanto riguarda l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa, la Corte ha sottolineato che l’importanza del ruolo ricoperto dall’indagato e i suoi contatti con i vertici dell’organizzazione implicavano la piena consapevolezza di far parte di una sequenza operativa finalizzata a un obiettivo unitario: il profitto e il rafforzamento del clan mafioso.

La tesi della ‘costrizione’, secondo cui l’indagato sarebbe stato obbligato a rifornirsi dal clan, è stata respinta. I giudici hanno chiarito che tale timore non esclude il dolo (cioè la volontà cosciente del reato), poiché l’indagato aveva sempre la possibilità di scegliere di non spacciare droga affatto.

Le esigenze cautelari e la presunzione di pericolosità

Infine, la Corte ha confermato la necessità della custodia cautelare in carcere. Per i reati legati all’associazione mafiosa, vige una presunzione di pericolosità sociale che l’indagato non è riuscito a superare. Le condotte contestate non erano episodi isolati, ma parte di un meccanismo criminale strutturato, e l’indagato mostrava l’intenzione di ‘crescere’ all’interno del sistema. Questi elementi, uniti ai precedenti penali, hanno reso la misura carceraria l’unica adeguata a fronteggiare il pericolo di reiterazione del reato.

Le conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa sentenza ribadisce con forza che la partecipazione a un’associazione mafiosa non è un’etichetta riservata solo ai capi e ai promotori. Anche chi occupa i gradini più bassi della gerarchia criminale, come uno spacciatore al dettaglio, può essere considerato un membro a tutti gli effetti se la sua condotta è stabile, continuativa e funzionale agli scopi del sodalizio.

La consapevolezza di agire all’interno di un sistema più grande, contribuendo al suo mantenimento e al raggiungimento dei suoi obiettivi illeciti, è l’elemento chiave che trasforma un reato ‘semplice’ in un crimine associativo aggravato. La decisione serve da monito: l’integrazione, anche a un livello operativo, in una filiera controllata dalla mafia comporta l’assunzione di responsabilità penali di massima gravità.

Quando un’attività di spaccio di droga può essere considerata partecipazione a un’associazione criminale?
Secondo la Corte, lo spaccio integra la partecipazione a un’associazione criminale quando l’individuo non è un semplice acquirente-rivenditore autonomo, ma è inserito stabilmente nella struttura dell’organizzazione, con un ruolo definito (come ricevere quantitativi fissi di droga e uno stipendio mensile), contribuendo così al mantenimento e al programma del gruppo.

Per configurare l’aggravante di agevolazione mafiosa, è sufficiente che lo spacciatore agisca per un proprio guadagno?
No, non è sufficiente. La sentenza chiarisce che è necessaria la consapevolezza da parte dello spacciatore che la propria attività, anche se motivata da un profitto personale, si inserisce in un contesto più ampio e contribuisce a realizzare gli interessi e gli scopi dell’associazione mafiosa, come il controllo monopolistico del mercato della droga.

L’essere “costretto” a rifornirsi da un clan mafioso per via del suo monopolio esclude la responsabilità penale per partecipazione all’associazione?
No. La Corte ha ritenuto che la presunta condizione di costrizione non elimina la consapevolezza e la volontà di partecipare. L’individuo, infatti, aveva la possibilità di non commettere il reato, ovvero di non spacciare droga, invece di scegliere di operare all’interno delle regole imposte dal clan.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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