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Associazione mafiosa: la continuità dell’adesione

Un soggetto, già condannato per associazione mafiosa, impugna una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere, sostenendo la mancanza di prove sulla persistenza del suo legame con il sodalizio. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, affermando il principio secondo cui, in tema di associazione mafiosa, l’adesione si presume continuativa anche dopo una condanna. Per superare tale presunzione non basta il decorso del tempo, ma occorrono prove concrete di dissociazione, mentre elementi successivi alla prima condanna possono validamente dimostrare la perdurante appartenenza al gruppo criminale.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione mafiosa: la continuità del vincolo e la presunzione di appartenenza

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24300 del 2024, torna a pronunciarsi su un tema cruciale in materia di criminalità organizzata: la prova della continuità del vincolo in una associazione mafiosa per un soggetto già condannato per lo stesso reato. La decisione chiarisce che il legame con il sodalizio si presume persistente, e per vincerla non è sufficiente il mero decorso del tempo, ma sono necessari elementi concreti di dissociazione.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un individuo avverso un’ordinanza del Tribunale del riesame che confermava la misura della custodia cautelare in carcere nei suoi confronti. L’accusa era quella di essere partecipe, con ruolo di promotore e organizzatore, di un’articolazione territoriale di ‘ndrangheta facente capo alla sua famiglia. La difesa sosteneva l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza, argomentando che, a seguito di una precedente condanna per il medesimo reato (risalente al 2010), non vi fossero elementi idonei a dimostrare la persistente operatività del clan o la sua continua partecipazione.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato. I giudici di legittimità hanno confermato la validità del ragionamento del Tribunale cautelare, basato su consolidati principi giurisprudenziali in materia di associazione mafiosa. La decisione si fonda sulla particolare natura del reato associativo, caratterizzato dalla stabilità del vincolo che lega i sodali e dalla tendenziale permanenza del patto criminale.

Le motivazioni sulla continuità dell’associazione mafiosa

Il cuore della motivazione risiede nel principio della presunzione di continuità del vincolo associativo. La Corte ha spiegato che, una volta accertata con sentenza irrevocabile l’appartenenza di un soggetto a un’associazione mafiosa, si presume che tale legame perduri nel tempo. Questa presunzione non può essere superata dal semplice trascorrere degli anni. Per dimostrare la cessazione del vincolo, è necessario che emergano segnali concreti ed inequivocabili di rescissione e allontanamento dal sodalizio criminale.

Nel caso di specie, il Tribunale aveva valorizzato una serie di elementi successivi alla prima condanna, tra cui:

* Intercettazioni: colloqui in cui l’indagato discuteva con i familiari della vita del sodalizio, delle strategie da adottare nei confronti di altre cosche e del sostentamento economico degli associati detenuti.
* Ruolo attivo sul territorio: il suo intervento diretto per dirimere una questione estorsiva, la partecipazione a summit criminali per discutere di intenti omicidiari e il suo ruolo funzionale nella risoluzione di controversie, a dimostrazione di un persistente potere di controllo del territorio.
* Rapporti con altre cosche: la capacità di intrattenere rapporti qualificati con esponenti di altre famiglie mafiose, accreditandosi come figura di rilievo nell’intero scacchiere criminale locale.

Questi elementi, sebbene magari non sufficienti a fondare un’accusa originaria di partecipazione, sono stati ritenuti pienamente idonei a dimostrare la continuità dell’adesione al sodalizio, confermando così la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.

Le conclusioni e le implicazioni pratiche

La sentenza ribadisce la rigidità dell’ordinamento nel contrasto ai fenomeni di criminalità organizzata. Le conclusioni pratiche sono significative:

1. Presunzione di appartenenza: Per chi è già stato condannato per associazione mafiosa, l’onere di dimostrare l’abbandono del sodalizio è particolarmente gravoso. La presunzione di continuità del vincolo rende difficile scardinare un quadro accusatorio basato su elementi che indicano la persistenza dei legami criminali.
2. Rigorosità delle misure cautelari: La Corte ha inoltre confermato l’applicazione della doppia presunzione prevista dall’art. 275, comma 3, c.p.p. Per i reati di mafia, si presume non solo l’esistenza di esigenze cautelari (presunzione relativa), ma anche che la custodia in carcere sia l’unica misura adeguata (presunzione assoluta). Di conseguenza, il giudice non è tenuto a motivare sulla ricorrenza dei pericoli, ma solo a valutare eventuali segnali di rescissione del legame con il gruppo criminale, che nel caso di specie erano assenti.

Una precedente condanna per associazione mafiosa è sufficiente a giustificare una nuova misura cautelare per lo stesso reato?
Non da sola, ma crea una forte presunzione di continuità del vincolo associativo. Secondo la sentenza, elementi di fatto successivi alla condanna, anche se non sufficienti per una prima accusa, possono confermare la persistenza dell’adesione al sodalizio e giustificare la misura.

Come si può dimostrare che una persona non fa più parte di un’associazione mafiosa dopo una condanna?
La sentenza chiarisce che il semplice trascorrere del tempo non è sufficiente. È necessario fornire segnali concreti di rescissione del legame con il sodalizio criminale. L’onere di smentire la presunzione di continuità ricade, di fatto, sulla difesa.

Perché per i reati di associazione mafiosa si applica quasi sempre la custodia in carcere?
In base all’art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, per questo tipo di reato vige una doppia presunzione: una ‘relativa’ sull’esistenza delle esigenze cautelari e una ‘assoluta’ sull’adeguatezza della sola misura carceraria. Il giudice deve applicare la custodia in carcere a meno che non emergano prove concrete che smentiscano tale presunzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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