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Associazione di lieve entità: non osta ai benefici

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25542/2024, ha stabilito che una condanna per associazione di lieve entità finalizzata al traffico di stupefacenti (art. 74, comma 6, D.P.R. 309/1990) non impedisce l’accesso ai benefici penitenziari. Tale reato è una fattispecie autonoma e non rientra nel novero dei cosiddetti “reati ostativi” di cui all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario. Di conseguenza, la Corte ha annullato la decisione di un Tribunale di Sorveglianza che aveva dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento terapeutico presentata da un condannato.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione di Lieve Entità e Benefici Penitenziari: La Cassazione Fa Chiarezza

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia di esecuzione della pena per reati legati agli stupefacenti. La Corte ha chiarito che una condanna per associazione di lieve entità finalizzata al traffico di droga non preclude automaticamente l’accesso a misure alternative al carcere, come l’affidamento terapeutico. Questa decisione consolida un orientamento giurisprudenziale cruciale, distinguendo nettamente le organizzazioni criminali complesse da quelle dedite a traffici di modesta portata.

I Fatti del Caso: La Negazione dell’Affidamento Terapeutico

Il caso trae origine dal ricorso di un uomo condannato per il reato previsto dall’articolo 74, comma 6, del Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. 309/1990). Egli aveva presentato un’istanza al Tribunale di Sorveglianza per essere ammesso alla misura alternativa dell’affidamento terapeutico-riabilitativo. Tuttavia, il Tribunale aveva dichiarato l’istanza inammissibile, ritenendo che il reato contestato rientrasse tra quelli “ostativi” elencati nell’articolo 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario. Secondo i giudici di sorveglianza, la condanna per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, a prescindere dalla sua gravità, impediva di per sé la concessione del beneficio richiesto.

L’Argomento del Ricorrente: Una Distinzione Cruciale

L’imputato, tramite il suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che il Tribunale di Sorveglianza avesse commesso un errore di diritto. La tesi difensiva si basava su una distinzione fondamentale: la sua condanna non riguardava il reato associativo generico (previsto dal comma 1 dell’art. 74), ma la specifica ipotesi di associazione di lieve entità (prevista dal comma 6). Secondo il ricorrente, quest’ultima non è una semplice attenuante del reato principale, ma una fattispecie di reato autonoma, che come tale non è inclusa nell’elenco dei reati ostativi.

La Decisione della Cassazione sull’associazione di lieve entità

La Corte di Cassazione ha accolto pienamente il ricorso. Gli Ermellini hanno annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza, rinviando il caso per un nuovo esame. La Corte ha stabilito che il Tribunale ha errato nel considerare ostativa la condanna, basandosi su una “fallace assimilazione” tra le due diverse tipologie di reato associativo previste dall’articolo 74.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte ha fondato la sua decisione su un principio di diritto ormai consolidato, richiamando una precedente pronuncia delle Sezioni Unite (sent. n. 34475/2011). In tale pronuncia, era stato chiarito in modo inequivocabile che il reato di associazione di lieve entità costituisce una fattispecie autonoma e non una mera ipotesi attenuata del reato di cui al primo comma dell’art. 74.

Questa autonomia comporta una conseguenza diretta e decisiva: l’esclusione dai benefici penitenziari, prevista dall’articolo 4-bis, non si applica a chi è stato condannato per l’ipotesi del comma 6. Il legislatore ha inteso riservare il regime penitenziario più severo solo alle associazioni criminali di maggiore pericolosità, non a quelle la cui finalità è limitata alla commissione di fatti di lieve entità. Pertanto, assimilare le due fattispecie, come fatto dal Tribunale di Sorveglianza, costituisce una violazione di legge.

Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche

Questa sentenza riafferma un principio di proporzionalità e ragionevolezza nell’applicazione delle norme sull’esecuzione penale. Stabilisce che non tutti i reati associativi legati alla droga sono uguali e che il trattamento penitenziario deve essere differenziato in base alla gravità concreta del fatto. Per chi è stato condannato per associazione di lieve entità, la porta per accedere a percorsi di recupero e a misure alternative alla detenzione, come l’affidamento terapeutico, rimane aperta. La decisione impone ai Tribunali di Sorveglianza di valutare nel merito le istanze, senza poterle respingere aprioristicamente sulla base di un’errata qualificazione del titolo di reato come “ostativo”.

Un reato di associazione finalizzata allo spaccio di lieve entità è considerato “ostativo” ai benefici penitenziari?
No, la Corte di Cassazione ha chiarito che questa fattispecie è autonoma e non rientra tra i reati “ostativi” previsti dall’art. 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario, i quali precludono l’accesso a determinati benefici.

Qual è la differenza tra il reato previsto dal comma 1 e quello del comma 6 dell’art. 74 del d.P.R. 309/1990?
Il comma 1 punisce l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti in generale. Il comma 6, invece, punisce una fattispecie autonoma e meno grave: l’associazione costituita al fine di commettere fatti di “lieve entità”. Quest’ultima non è una semplice attenuante del reato principale.

Cosa succede dopo che la Cassazione ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza?
La Cassazione ha annullato la decisione e ha rinviato il caso allo stesso Tribunale di Sorveglianza, che dovrà riesaminare la richiesta dell’imputato. Nel nuovo giudizio, il Tribunale dovrà attenersi al principio di diritto stabilito dalla Corte, ovvero che il reato non è ostativo, e valutare nel merito la sussistenza dei presupposti per la concessione della misura alternativa richiesta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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