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Associazione a delinquere: quando il concorso non basta

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25649/2024, ha annullato diverse condanne per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, chiarendo la distinzione fondamentale con il semplice concorso di persone nel reato. La Corte ha stabilito che la collaborazione in specifici episodi criminali, come la coltivazione di piantagioni, non è sufficiente a provare l’esistenza di un patto associativo stabile e duraturo (il cosiddetto pactum sceleris), necessario per configurare il più grave reato di associazione a delinquere. Per alcuni imputati, la condanna è stata annullata per insufficienza di prove individualizzanti, mentre altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili per genericità.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione a delinquere: la Cassazione traccia il confine con il concorso di persone

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 25649 del 2024, offre un’importante lezione sulla distinzione tra il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e il semplice concorso di persone nel medesimo reato. La Corte ha annullato diverse condanne, sottolineando che la prova di una collaborazione per commettere singoli illeciti non è sufficiente a dimostrare l’esistenza di una struttura criminale organizzata e permanente.

I fatti del processo

Il caso trae origine da un’indagine su un gruppo di individui accusati di aver costituito un sodalizio criminale dedito alla coltivazione di vaste piantagioni di canapa indiana e al successivo spaccio. Le indagini si basavano su intercettazioni telefoniche e ambientali, servizi di osservazione e sequestri. La Corte di Appello di Reggio Calabria aveva confermato le condanne per diversi imputati sia per il reato associativo (art. 74 d.P.R. 309/90) sia per i singoli reati fine (art. 73 d.P.R. 309/90).

Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando, tra le altre cose, la configurabilità stessa dell’associazione criminale. Secondo le difese, le prove raccolte dimostravano al massimo una collaborazione occasionale tra i soggetti per la realizzazione di specifiche coltivazioni, ma non l’esistenza di quel pactum sceleris (patto criminale) stabile che caratterizza l’associazione.

Il nodo cruciale: la prova dell’associazione a delinquere

Il punto centrale della decisione della Cassazione è la rigorosa distinzione tra le due figure giuridiche. Il concorso di persone nel reato si realizza quando più individui collaborano alla commissione di uno o più crimini specifici. Una volta commessi i reati, l’accordo si esaurisce.

L’associazione a delinquere, invece, richiede un quid pluris, ovvero un elemento in più: un vincolo stabile, permanente e organizzato, diretto all’attuazione di un programma criminale più vasto e indeterminato. I membri devono mettersi a disposizione del gruppo in modo duraturo, indipendentemente dalla realizzazione dei singoli reati.

I giudici di legittimità hanno ribadito che, per provare l’esistenza di un’associazione, non basta dimostrare che gli imputati hanno commesso dei reati insieme. È necessario provare l’esistenza della struttura organizzativa, anche rudimentale, la suddivisione dei ruoli e la consapevolezza di ciascun membro di far parte di un sodalizio che va oltre il singolo episodio delittuoso.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha accolto i ricorsi di alcuni imputati proprio sul punto dell’associazione a delinquere. Analizzando le motivazioni della sentenza d’appello, i giudici hanno riscontrato che non era stato adeguatamente provato quel vincolo permanente che doveva legare i presunti associati.

Le conversazioni intercettate, sebbene provassero l’accordo per la coltivazione delle piantagioni, evidenziavano anche difficoltà, scarsità di mezzi e l’assenza di una chiara struttura gerarchica o di una ripartizione dei ruoli. In sostanza, emergeva un quadro di collaborazione per singoli affari illeciti, non di un’organizzazione criminale stabile.

Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio le condanne per il reato di cui all’art. 74 d.P.R. 309/90 per alcuni imputati, rimandando a un nuovo giudizio d’appello la rideterminazione della pena per i reati-fine. Per altri imputati, la cui responsabilità in specifici episodi era basata su prove ritenute troppo deboli o generiche (come la semplice presenza durante una conversazione o un nome comune non supportato da altri elementi), la Corte ha annullato le condanne con rinvio per un nuovo esame.

Infine, i ricorsi di altri imputati sono stati dichiarati inammissibili perché considerati una mera riproposizione delle argomentazioni già respinte in appello, senza una critica specifica alla motivazione della sentenza impugnata.

Le motivazioni

La motivazione della Corte si fonda sul principio che la condanna per un reato grave come l’associazione a delinquere deve poggiare su prove certe che dimostrino, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’esistenza di un accordo stabile e di una struttura organizzata. Le difficoltà economiche, la mancanza di una chiara divisione dei compiti e l’assenza di contatti continui volti a pianificare un’attività criminale a lungo termine sono stati considerati elementi che minavano la tesi accusatoria. La sentenza sottolinea come l’onere della prova del pactum sceleris spetti all’accusa e non possa essere desunto implicitamente dalla sola commissione di reati in concorso. Ogni elemento indiziario, inoltre, deve essere grave, preciso e concordante, e nel caso di alcuni imputati, le prove a loro carico sono state giudicate insufficienti a raggiungere tale standard.

Le conclusioni

Questa sentenza riafferma un principio fondamentale del diritto penale: la necessità di un accertamento rigoroso degli elementi costitutivi di ciascun reato. Distinguere tra concorso e associazione è essenziale per garantire la proporzionalità della pena e per evitare di applicare una fattispecie di eccezionale gravità a situazioni che, pur essendo illecite, non presentano quel grado di organizzazione e pericolosità sociale che il legislatore ha inteso punire con l’art. 74. La decisione serve da monito sull’importanza di non basare le condanne su mere congetture o sulla semplice somma di episodi criminali, ma di ricercare sempre la prova concreta del patto associativo che lega i membri di un’organizzazione criminale.

Qual è la differenza fondamentale tra concorso di persone e associazione a delinquere?
La differenza risiede nella natura dell’accordo. Nel concorso, l’accordo è occasionale e finalizzato a commettere uno o più reati specifici. Nell’associazione a delinquere, invece, l’accordo è stabile e permanente, volto alla realizzazione di un programma criminale indeterminato, con una struttura organizzata e una disponibilità duratura dei membri.

Perché la Cassazione ha annullato le condanne per associazione a delinquere in questo caso?
La Corte ha annullato le condanne perché le prove non dimostravano l’esistenza di un vincolo associativo stabile e permanente (il cosiddetto pactum sceleris). Le intercettazioni e le indagini hanno rivelato una collaborazione per la commissione di specifici reati di coltivazione, ma non una struttura organizzata e duratura tipica dell’associazione criminale.

Che tipo di prova è necessaria per dimostrare l’esistenza di un’associazione a delinquere?
È necessario provare l’esistenza di un’organizzazione stabile, anche rudimentale, con una suddivisione dei ruoli, un programma criminale a lungo termine e la consapevolezza da parte di ciascun membro di far parte di un sodalizio che va oltre la commissione di singoli reati. La semplice commissione di crimini in gruppo non è, da sola, una prova sufficiente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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