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Art. 131 bis: non si applica per abitualità del reato

La Corte di Cassazione analizza un caso di furto aggravato dove era stata inizialmente applicata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.). La Corte d’Appello aveva riformato la sentenza, condannando l’imputato. La Cassazione conferma che l’art. 131 bis non può essere applicato in presenza di ‘abitualità del reato’, definita come la commissione di almeno altri due reati. Tuttavia, annulla la sentenza d’appello limitatamente alla pena, poiché i giudici non avevano fornito alcuna motivazione sul calcolo della sanzione, violando un preciso obbligo di legge.

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Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Art. 131 bis: la Cassazione sui limiti per abitualità e obbligo di motivazione sulla pena

L’applicazione dell’art. 131 bis del codice penale, che prevede la non punibilità per particolare tenuità del fatto, è uno degli istituti più discussi e rilevanti del nostro sistema. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 32791/2024) offre spunti cruciali su due aspetti fondamentali: il concetto di ‘abitualità’ del reato come causa ostativa e l’inderogabile obbligo del giudice d’appello di motivare la pena inflitta quando riforma una sentenza di assoluzione. Analizziamo nel dettaglio questa importante decisione.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine da un’imputazione per furto aggravato. In primo grado, il Tribunale di Milano, pur riconoscendo la responsabilità dell’imputato, aveva applicato la causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p., ritenendo il fatto di particolare tenuità.

La Procura Generale, tuttavia, impugnava la decisione. La Corte d’Appello di Milano accoglieva il ricorso, escludendo l’applicabilità dell’istituto a causa dei precedenti penali dell’imputato e condannandolo alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

L’imputato, tramite il suo difensore, ricorreva quindi in Cassazione, sollevando diverse questioni procedurali e di merito, tra cui la presunta inammissibilità dell’appello del PM e, soprattutto, la carenza di motivazione sia sulla mancata applicazione dell’art. 131 bis sia sulla quantificazione della pena.

L’applicazione dell’art. 131 bis e il concetto di abitualità

Il cuore della controversia giuridica riguarda i limiti di applicabilità della particolare tenuità del fatto. La difesa sosteneva che la Corte d’Appello avesse motivato in modo insufficiente il diniego del beneficio, limitandosi a un generico riferimento ai precedenti penali.

La Cassazione, tuttavia, respinge questa tesi, confermando la correttezza della decisione di secondo grado. Il punto centrale è il requisito, previsto dallo stesso art. 131 bis, che la condotta non sia ‘abituale’. La Corte richiama la fondamentale sentenza delle Sezioni Unite ‘Tushaj’ (n. 13861/2016), che ha chiarito in modo definitivo il concetto: il comportamento è da considerarsi abituale quando l’autore ha commesso almeno altri due reati, oltre a quello per cui si procede.

Nel caso di specie, i plurimi precedenti penali dell’imputato, non contestati dalla difesa, integravano pienamente quella ‘serialità’ di comportamenti che la norma intende escludere dal beneficio. La Corte sottolinea che neanche la recente Riforma Cartabia (d.lgs. 150/2022), che ha ampliato i limiti di pena per l’applicazione dell’istituto, ha modificato la condizione ostativa dell’abitualità.

L’obbligo di motivazione sulla pena

Se da un lato la Cassazione ha confermato la condanna, dall’altro ha accolto il motivo di ricorso relativo al trattamento sanzionatorio. La sentenza impugnata, infatti, era totalmente priva di argomentazioni riguardo alla quantificazione della pena inflitta.

La Corte ribadisce un principio consolidato: quando un giudice d’appello riforma una sentenza assolutoria di primo grado e condanna l’imputato, ha un obbligo di motivazione ‘rafforzato’. Deve non solo confutare le argomentazioni della prima sentenza, ma anche esporre in modo chiaro e completo il percorso logico-giuridico che lo ha portato a determinare una specifica sanzione. Questo include la valutazione delle circostanze, i criteri di cui all’art. 133 c.p. e il calcolo finale della pena.

Nel caso in esame, la Corte d’Appello si era limitata a infliggere la pena senza fornire alcuna indicazione sul relativo calcolo. Questa omissione costituisce un vizio di motivazione che impone l’annullamento della sentenza sul punto.

Le motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato irrevocabile l’affermazione della responsabilità penale dell’imputato, confermando quindi la sua colpevolezza e la corretta esclusione dell’art. 131 bis. La condotta abituale, provata dai precedenti penali, rappresenta un ostacolo insuperabile all’applicazione della causa di non punibilità. Ha inoltre rigettato le eccezioni procedurali, chiarendo che la richiesta di conferma della sentenza di primo grado da parte del Procuratore Generale in udienza non costituisce una rinuncia formale all’appello.

Tuttavia, ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano. I nuovi giudici dovranno procedere a una nuova determinazione della pena, questa volta fornendo una motivazione completa e trasparente sul percorso argomentativo seguito per la sua quantificazione.

Conclusioni

La sentenza offre due importanti lezioni. In primo luogo, ribadisce la rigidità del criterio dell’abitualità come limite all’applicazione dell’art. 131 bis: la presenza di almeno due precedenti reati esclude automaticamente il beneficio, a prescindere da altre valutazioni. In secondo luogo, riafferma il principio fondamentale secondo cui ogni sanzione penale deve essere giustificata da un percorso motivazionale tracciabile e comprensibile, specialmente quando si ribalta una decisione più favorevole all’imputato. La pena non può essere il risultato di un’applicazione automatica, ma deve essere il frutto di una valutazione ponderata e, soprattutto, spiegata.

Chiedere la conferma della sentenza di primo grado in appello equivale a una rinuncia all’impugnazione?
No. La Corte di Cassazione chiarisce che la rinuncia all’impugnazione è un atto formale che non ammette equipollenti. Pertanto, le conclusioni formulate in udienza dal Pubblico Ministero che chiede la conferma della sentenza di primo grado non costituiscono una rinuncia all’appello precedentemente proposto dal suo stesso ufficio.

Quando un comportamento è considerato ‘abituale’ ai fini dell’esclusione della particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.)?
Un comportamento è considerato ‘abituale’ quando l’autore ha commesso almeno altri due reati, oltre a quello per cui si sta procedendo. Questo principio, stabilito dalle Sezioni Unite, rende irrilevante la particolare tenuità del singolo episodio se si inserisce in una comprovata serialità di condotte penalmente rilevanti.

Cosa succede se il giudice d’appello, nel condannare un imputato assolto in primo grado, non spiega come ha calcolato la pena?
La sentenza viene annullata limitatamente al punto relativo al trattamento sanzionatorio. Il giudice che riforma una sentenza assolutoria ha un obbligo di motivazione rafforzato e deve spiegare dettagliatamente il percorso logico seguito per quantificare la pena. La totale assenza di motivazione sul calcolo della sanzione costituisce un vizio che porta all’annullamento con rinvio per un nuovo giudizio su quel punto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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