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Arresti domiciliari: quando è negato il lavoro

La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dell’istanza di autorizzazione al lavoro per un imputato sottoposto agli arresti domiciliari. La decisione sottolinea che il beneficio richiede la prova di un’assoluta indigenza, non riscontrata nel caso di specie poiché il nucleo familiare beneficiava di sussidi pubblici e comprendeva membri abili al lavoro. Inoltre, la spiccata pericolosità sociale dell’imputato e la distanza della sede lavorativa sono state ritenute incompatibili con le esigenze cautelari degli arresti domiciliari.

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Pubblicato il 29 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Arresti domiciliari e lavoro: i limiti dell’autorizzazione

Il regime degli arresti domiciliari impone restrizioni severe alla libertà di movimento, ma l’ordinamento prevede la possibilità di assentarsi per svolgere attività lavorativa in casi eccezionali. Tuttavia, come chiarito dalla recente sentenza della Corte di Cassazione, l’autorizzazione non è un diritto automatico, ma è subordinata a rigorosi requisiti economici e di sicurezza.

I fatti di causa

Un imputato, condannato per associazione a delinquere finalizzata alle rapine e detenzione di armi, aveva richiesto l’autorizzazione a svolgere l’attività di magazziniere mentre si trovava agli arresti domiciliari. Il Tribunale di Napoli aveva respinto l’appello contro il diniego della Corte d’Appello, rilevando che l’imputato viveva con familiari abili al lavoro e che il nucleo percepiva il reddito di cittadinanza. La difesa ha impugnato tale decisione sostenendo che la documentazione ISEE provasse l’incapacità economica e che l’attività lavorativa fosse facilmente controllabile.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ribadito che l’autorizzazione ad allontanarsi dal luogo di detenzione per motivi lavorativi richiede una situazione di indigenza assoluta. Tale condizione deve essere valutata con estremo rigore, verificando se il soggetto sia effettivamente impossibilitato a provvedere alle proprie esigenze primarie e a quelle della famiglia da lui dipendente.

Le motivazioni

Le motivazioni del rigetto risiedono nella corretta valutazione del contesto familiare e della pericolosità del soggetto. La presenza di una sorella abile al lavoro e la percezione di sussidi statali escludono lo stato di necessità richiesto dall’Art. 284 c.p.p. Inoltre, la Corte ha evidenziato che la spiccata pericolosità sociale dell’imputato, unita alla distanza tra il domicilio e la sede di lavoro, rende impossibile garantire un controllo adeguato, prevalendo così le esigenze di tutela della collettività sul diritto al lavoro del singolo in regime cautelare.

Le conclusioni

In conclusione, l’istanza per lavorare durante gli arresti domiciliari deve essere supportata da prove inconfutabili circa l’assenza di altre fonti di reddito nel nucleo familiare. La giurisprudenza conferma che la sicurezza pubblica e la prevenzione di nuovi reati restano i criteri prioritari nella gestione delle misure cautelari coercitive. Non basta dimostrare un’offerta di lavoro, ma occorre provare che tale attività sia l’unico mezzo per la sopravvivenza dignitosa dell’indagato.

Quando si può ottenere il permesso di lavoro durante i domiciliari?
L’autorizzazione è concessa solo se l’imputato dimostra uno stato di assoluta indigenza e l’impossibilità di provvedere ai bisogni primari propri e della famiglia.

Il reddito di cittadinanza impedisce l’autorizzazione al lavoro?
Sì, se il sussidio o la presenza di familiari abili al lavoro garantiscono il sostentamento minimo, viene meno il presupposto dell’indigenza assoluta richiesto dalla legge.

La pericolosità sociale influisce sulla concessione del permesso?
Certamente, il giudice deve valutare se l’attività lavorativa e gli spostamenti siano compatibili con il controllo dell’imputato e con la prevenzione di nuovi reati.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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