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Affidamento in prova all’estero: si può fare?

Un cittadino italiano residente e lavoratore in Lussemburgo, condannato per un reato stradale, ha richiesto l’affidamento in prova all’estero. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, addebitando al condannato una mancata collaborazione dovuta alla sua residenza estera. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la residenza in un altro paese UE non implica automaticamente una mancata collaborazione. La Corte ha sottolineato che l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) ha il dovere di attivarsi per contattare l’interessato e avviare l’indagine necessaria, non potendo rimanere inerte. La sentenza rafforza il principio secondo cui l’esecuzione delle misure alternative è possibile anche all’interno dell’Unione Europea.

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Pubblicato il 4 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Affidamento in Prova all’Estero: La Cassazione Apre le Porte

La possibilità di scontare una pena in un paese dell’Unione Europea diverso da quello della condanna rappresenta un tema di cruciale importanza per la mobilità e i diritti dei cittadini. Con la sentenza n. 17496 del 2024, la Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti fondamentali sull’ affidamento in prova all’estero, stabilendo che la residenza del condannato in un altro Stato membro non può essere, di per sé, un ostacolo insormontabile. Anzi, impone agli uffici giudiziari italiani un dovere di collaborazione attiva.

Il Caso: Dalla Condanna alla Richiesta di Scontare la Pena in Lussemburgo

La vicenda riguarda un cittadino italiano condannato a una pena di due mesi e venti giorni di arresto per un reato previsto dal Codice della Strada. Al momento della richiesta di accesso alla misura alternativa, l’uomo risultava stabilmente residente e lavoratore in Lussemburgo, dove si era trasferito dopo la commissione del reato.

L’interessato ha presentato istanza al Tribunale di Sorveglianza per ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale, chiedendo di poter eseguire la misura nel paese di residenza, in modo da non compromettere i suoi legami familiari e lavorativi.

La Decisione del Tribunale di Sorveglianza: Un Diniego Basato su Presupposti Errati

Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la richiesta. Le ragioni del diniego si basavano su due punti principali:
1. La gravità del fatto e le modalità dell’azione.
2. La presunta mancata collaborazione dell’istante nella fase di raccolta delle informazioni socio-familiari da parte dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE).

Secondo il Tribunale, il fatto che il condannato fosse radicato in Lussemburgo impediva all’UEPE di acquisire i necessari dati osservazionali per valutare la sua idoneità alla misura. In sostanza, la sua assenza dal territorio nazionale veniva interpretata come un ostacolo insuperabile e, implicitamente, come una forma di non collaborazione.

L’Affidamento in Prova all’Estero secondo la Cassazione

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del condannato, ha ribaltato completamente questa prospettiva. I giudici supremi hanno censurato la decisione del Tribunale di Sorveglianza, definendola carente e basata su una motivazione apparente.

Il principio fondamentale richiamato è che, a seguito dell’attuazione della normativa europea (in particolare il D.Lgs. 15 febbraio 2016, n. 38), è pienamente consentita l’ammissione all’affidamento in prova la cui esecuzione debba svolgersi in un altro Stato membro dell’UE dove il condannato abbia la sua residenza legale e abituale.

Le motivazioni

La Corte ha smontato punto per punto le argomentazioni del Tribunale di Sorveglianza. In primo luogo, ha chiarito che la mancata collaborazione non può essere desunta automaticamente dalla sola residenza all’estero. Nel caso di specie, non risultava che l’UEPE avesse mai tentato di contattare il richiedente, né presso il domicilio eletto in Italia né attraverso altri canali. L’inerzia dell’ufficio non può essere imputata al condannato.

Il Tribunale avrebbe dovuto, al contrario, sollecitare l’UEPE a un approfondimento istruttorio, utilizzando gli strumenti a disposizione, come il contatto presso il domicilio dichiarato in Italia, per instaurare quel rapporto diretto indispensabile per la valutazione.

In secondo luogo, il riferimento alla gravità del reato è stato giudicato del tutto generico e privo di giustificazione, trasformandosi in una motivazione apparente che non spiega concretamente perché tali elementi sarebbero ostativi alla concessione della misura.

La decisione del Tribunale, secondo la Cassazione, finiva per negare di fatto la possibilità di svolgere l’affidamento in prova in un altro Stato, a meno che il soggetto non rientrasse in Italia per tutta la durata dell’indagine dell’UEPE. Una conclusione che si pone in contrasto sia con la giurisprudenza consolidata sia con l’esigenza di non minare i rapporti socio-familiari del richiedente, che è uno degli obiettivi rieducativi della misura stessa.

Le conclusioni

Con questa sentenza, la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo giudizio. Quest’ultimo dovrà attenersi ai principi enunciati, ovvero:

1. Riconoscere la piena fattibilità dell’affidamento in prova in un altro paese UE.
2. Ordinare all’UEPE di condurre un’indagine effettiva, attivandosi per contattare il condannato.
3. Evitare motivazioni generiche sulla gravità del reato, fornendo invece una valutazione concreta e personalizzata.

Questa pronuncia rappresenta un importante passo avanti per la tutela dei diritti dei cittadini europei, garantendo che la mobilità all’interno dell’Unione non si trasformi in un ostacolo all’accesso a percorsi rieducativi e al mantenimento dei legami vitali costruiti all’estero.

È possibile scontare l’affidamento in prova in un altro Stato dell’Unione Europea?
Sì, la sentenza conferma che, in seguito all’entrata in vigore del D.Lgs. 15 febbraio 2016, n. 38, è consentita l’ammissione all’affidamento in prova al servizio sociale da eseguirsi in uno Stato estero membro dell’Unione Europea dove il condannato abbia residenza legale e abituale.

Se un condannato risiede all’estero, la sua assenza può essere considerata ‘mancata collaborazione’ con i servizi sociali?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che la mancata collaborazione non può essere desunta dal solo radicamento del soggetto all’estero. È necessario che l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) dimostri di aver tentato attivamente di contattare l’interessato, ad esempio presso il domicilio eletto in Italia, prima di poter concludere per una sua non collaborazione.

Qual è il ruolo dell’UEPE quando un condannato chiede di eseguire la misura all’estero?
L’UEPE ha un ruolo attivo e non può rimanere inerte. Deve condurre un effettivo approfondimento istruttorio per raccogliere le necessarie informazioni socio-familiari. Questo include il dovere di tentare di contattare il condannato per instaurare un rapporto diretto, indispensabile per predisporre il programma di trattamento e valutarne l’eseguibilità all’estero.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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