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Affidamento in prova all’estero: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza di un Tribunale di Sorveglianza che negava l’affidamento in prova all’estero a un condannato residente in Olanda. La richiesta era stata respinta per la mancata collaborazione delle autorità olandesi. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata risposta di uno Stato estero non può essere l’unica ragione per negare la misura alternativa, specialmente se il condannato ha collaborato e se il silenzio dello Stato estero potrebbe derivare da un errore amministrativo. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.

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Pubblicato il 31 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Affidamento in Prova all’Estero: La Collaborazione tra Stati non può Ostacolare i Diritti del Condannato

La possibilità di scontare una pena attraverso l’affidamento in prova all’estero rappresenta un’importante applicazione del principio di reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie all’interno dell’Unione Europea. Con la sentenza n. 25242 del 2024, la Corte di Cassazione interviene per chiarire i limiti del potere del giudice di sorveglianza di fronte alla mancata collaborazione dello Stato estero, riaffermando la centralità della valutazione sul merito della richiesta e sulla condotta del condannato.

I Fatti del Caso: La Richiesta di Scontare la Pena in Olanda

Il caso riguarda un uomo condannato a una pena di due anni e otto mesi di reclusione che, risiedendo stabilmente in Olanda, aveva richiesto di poter essere ammesso alla misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale da svolgersi nel suo paese di residenza. Questa istanza si basa sulla normativa europea recepita in Italia che consente, a determinate condizioni, l’esecuzione di pene e misure alternative in uno Stato membro diverso da quello di condanna.

La Decisione del Tribunale di Sorveglianza e le Ragioni del Ricorso

Il Tribunale di Sorveglianza di Ancona aveva rigettato la richiesta. La ragione principale del diniego non risiedeva in una valutazione negativa sulla persona del condannato o sulla sua idoneità alla misura. Al contrario, il Tribunale ha motivato la sua decisione evidenziando l’impossibilità di procedere a causa della mancata collaborazione delle autorità olandesi, le quali non avevano fornito riscontro alle richieste istruttorie inviate dall’Italia. Il giudice ha inoltre sottolineato l’esigenza di non protrarre indefinitamente la procedura.

La difesa del condannato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la decisione fosse errata per diversi motivi. In primo luogo, il condannato aveva mantenuto contatti costanti con l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), che aveva dato parere positivo. In secondo luogo, la mancata risposta delle autorità olandesi era verosimilmente dovuta a un errore materiale nella richiesta inviata dal Tribunale stesso, che indicava una data di udienza già passata. Negare la misura per un’inerzia non imputabile al condannato, ma allo Stato estero (e forse a un errore dell’ufficio giudiziario), costituiva, secondo la difesa, una violazione di legge.

L’evoluzione normativa sull’affidamento in prova all’estero

La Corte di Cassazione premette una ricostruzione dell’evoluzione legislativa. Se in passato era escluso che l’affidamento in prova potesse svolgersi fuori dal territorio nazionale, l’introduzione del d.lgs. n. 38 del 2016 (in attuazione della decisione quadro 2008/947/GAI) ha radicalmente cambiato il quadro. Oggi è pacifico che un condannato possa essere affidato ai servizi sociali di un altro Stato UE, a condizione che tale Stato abbia dato attuazione alla medesima decisione quadro. L’affidamento in prova è assimilabile a una ‘sanzione sostitutiva’ che può essere ‘esportata’ in un altro Paese membro.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ritenendo fondate le censure della difesa. Il punto centrale della decisione è che il Tribunale di Sorveglianza ha sbagliato a fondare il rigetto esclusivamente sulla ‘mancata collaborazione dello Stato estero’. La Corte chiarisce che il giudice italiano deve sempre procedere a una valutazione nel merito della richiesta, basandosi sui principi dell’art. 47 dell’Ordinamento Penitenziario.

Il comportamento del condannato è risultato collaborativo, come dimostrato dai contatti con l’UEPE e dal parere favorevole di quest’ultimo. Di contro, la mancata risposta delle autorità olandesi, plausibilmente causata dall’imprecisione nella nota di sollecito, non può ricadere sul condannato e precludergli l’accesso a un suo diritto. La pronuncia sottolinea che il giudice non può escludere a priori la possibilità di ammettere il soggetto alla misura alternativa (eventualmente da eseguirsi in Italia, se quella all’estero non fosse praticabile), ma deve compiere una prognosi completa sulla sua rieducazione. Basare il diniego sulla mera inerzia di un’autorità straniera, senza aver approfondito le cause e senza aver valutato il merito, costituisce un vizio di motivazione.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza e ha rinviato gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Ancona per un nuovo esame. Questo dovrà essere condotto seguendo i principi enunciati: la valutazione sulla richiesta di affidamento in prova all’estero non può arrestarsi di fronte a ostacoli procedurali esterni, come il silenzio di un altro Stato. Il giudice deve prioritariamente valutare la posizione del condannato, la sua collaborazione e la fondatezza della richiesta di misura alternativa. Solo dopo questa analisi sostanziale potrà affrontare le modalità esecutive, incluse quelle che richiedono la cooperazione internazionale. Questa sentenza rafforza le garanzie per i condannati che, pur risiedendo all’estero, intendono accedere a percorsi di reinserimento sociale conformi alla normativa europea.

È possibile scontare una pena italiana tramite l’affidamento in prova in un altro Stato dell’Unione Europea?
Sì, la sentenza conferma che, in seguito al recepimento della normativa europea (d.lgs. n. 38/2016), è possibile eseguire la misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale in un altro Stato membro dell’UE che abbia dato attuazione alla medesima disciplina.

La mancata collaborazione di uno Stato estero può essere l’unico motivo per respingere una richiesta di affidamento in prova all’estero?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che il rigetto non può basarsi unicamente sull’inerzia o sulla mancata risposta delle autorità dello Stato estero. Il giudice è tenuto a valutare nel merito la richiesta, considerando la condotta collaborativa del condannato e la fondatezza dell’istanza di accesso alla misura alternativa.

Cosa succede se la mancata risposta dello Stato estero è dovuta a un errore dell’autorità giudiziaria italiana?
Se la mancata collaborazione dello Stato estero è plausibilmente causata da un’imprecisione o un errore da parte dell’ufficio giudiziario italiano (come l’indicazione di una data di udienza errata), questa circostanza rafforza l’illegittimità del rigetto. La conseguenza di un errore amministrativo non può ricadere negativamente sul diritto del condannato ad ottenere una valutazione nel merito della sua istanza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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