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Abuso d’ufficio e falso: ricorso inammissibile

Una funzionaria pubblica è stata accusata di abuso d’ufficio per aver percepito compensi non dovuti e di falso per aver creato documenti contraffatti. La Corte d’Appello ha dichiarato prescritto il reato di abuso d’ufficio, rideterminando la pena per il falso. La Corte di Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso della funzionaria per manifesta infondatezza e genericità dei motivi, rendendo definitiva la condanna per il reato di falso e chiarendo i rigorosi criteri di ammissibilità dei ricorsi.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Abuso d’ufficio e Falso: la Cassazione Dichiara il Ricorso Inammissibile

La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 10655 del 2023, offre importanti spunti di riflessione sui reati contro la Pubblica Amministrazione, in particolare sull’abuso d’ufficio e sul falso in atto pubblico. Il caso riguarda una funzionaria pubblica il cui ricorso è stato dichiarato inammissibile, consolidando la condanna per i reati di falso e chiarendo i rigidi paletti procedurali per l’accesso al giudizio di legittimità, specialmente quando uno dei reati contestati è stato dichiarato prescritto.

I Fatti: L’accusa di abuso d’ufficio e falso documentale

Alla ricorrente, una funzionaria pubblica in servizio presso la Direzione Servizi Sociali di un importante comune italiano, venivano contestati due distinti capi d’imputazione.

1. Capo A (Abuso d’ufficio): L’accusa era di aver richiesto e percepito, tra il 2010 e il 2013, un compenso di circa 15.000 euro da enti privati. Tali enti erano coinvolti in un progetto patrocinato dallo stesso Comune, e i compensi sarebbero stati ricevuti per prestazioni rese nell’ambito del medesimo progetto, in violazione delle norme sugli incarichi extraistituzionali non autorizzati.
2. Capo B (Falso in atto pubblico): La funzionaria era accusata di aver formato, in più occasioni nel 2013 e 2014, delle missive false. Questi documenti, recanti l’intestazione del Comune e numeri di protocollo fittizi, comunicavano informazioni non veritiere a un’altra amministrazione regionale riguardo l’accreditamento di nuovi punti di raccolta per un Centro di Solidarietà.

La Decisione della Corte d’Appello

La Corte d’Appello, con sentenza del 17 febbraio 2022, aveva dichiarato il non doversi procedere per il reato di abuso d’ufficio e per un singolo episodio di falso, in quanto estinti per intervenuta prescrizione. Tuttavia, aveva confermato la responsabilità penale per i restanti episodi di falso, rideterminando la pena in otto mesi di reclusione.

Il Ricorso in Cassazione e la valutazione sull’abuso d’ufficio

La difesa ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su tre motivi principali:

1. Sull’abuso d’ufficio: Si contestava la sussistenza stessa del reato, sostenendo che le somme percepite non erano legate al progetto comunale ma ad altre attività, e che la Corte d’Appello non aveva considerato la recente riforma della fattispecie.
2. Sulla prova del falso: Si lamentava la mancata disposizione di una perizia grafica sulle firme disconosciute, ritenendo insufficiente il semplice disconoscimento operato dal presunto firmatario.
3. Sull’attribuzione del falso e la pena: Si contestava la riconducibilità dei falsi alla ricorrente e si criticava la mancata valutazione, ai fini della pena, di una parziale restituzione di somme effettuata al Comune.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha dichiarato l’intero ricorso inammissibile per manifesta infondatezza e assenza di specificità.

Per quanto riguarda il primo motivo, relativo all’abuso d’ufficio, la Corte ha sottolineato che, essendo il reato già prescritto, un proscioglimento nel merito sarebbe stato possibile solo in presenza di una prova “evidente” dell’innocenza dell’imputata, come richiesto dall’art. 129, comma 2, c.p.p. Le argomentazioni difensive sono state ritenute generiche e non in grado di dimostrare in modo inequivocabile l’estraneità dei compensi al progetto contestato o l’irrilevanza penale della condotta alla luce della nuova normativa.

Anche gli altri due motivi sono stati respinti. La Corte ha ritenuto logica la scelta dei giudici di merito di non procedere con una perizia grafica, dato che il disconoscimento della firma era avvenuto da parte dell’interessato in un momento in cui non soffriva ancora di deterioramento cognitivo. Infine, la riconducibilità dei falsi all’imputata è stata considerata adeguatamente motivata dal rinvenimento, nella sua autovettura, di un fascicolo contenente le prove documentali delle spedizioni e le lettere false. La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante la finalità asseritamente “benefica” delle condotte e non illogica la decisione di non valorizzare la parziale restituzione delle somme ai fini della determinazione della pena per il diverso reato di falso.

Le Conclusioni

La sentenza ribadisce un principio fondamentale del processo penale: il ricorso per cassazione non è un terzo grado di giudizio nel merito, ma un controllo di legittimità. I motivi devono essere specifici, non assertivi, e devono confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata. In caso di reato prescritto, come l’abuso d’ufficio in questa vicenda, l’onere della prova per ottenere un proscioglimento nel merito in sede di legittimità diventa ancora più gravoso, richiedendo un’evidenza probatoria che escluda ogni dubbio. La decisione conferma la condanna per il reato di falso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

Quando un ricorso in Cassazione può essere dichiarato inammissibile?
Un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile quando i motivi presentati sono manifestamente infondati, ovvero palesemente privi di pregio, oppure per assenza di specificità, cioè quando le critiche sono generiche e non si confrontano puntualmente con le argomentazioni della sentenza impugnata.

Cosa accade se un reato, come l’abuso d’ufficio, viene dichiarato prescritto in appello?
La Corte dichiara il “non doversi procedere” per quel reato. Il giudizio può proseguire solo se, dagli atti, emerge in modo “evidente” che l’imputato è innocente. In caso contrario, come avvenuto nel caso di specie, la prescrizione estingue il reato e la Corte procede a rideterminare la pena per gli eventuali altri reati per i quali è stata affermata la responsabilità.

Perché la restituzione di una parte delle somme percepite non ha influito sulla pena per il reato di falso?
La Corte ha ritenuto la decisione non illogica perché la restituzione era legata alle somme indebitamente percepite contestate nel capo d’imputazione per abuso d’ufficio (reato poi prescritto). Tale restituzione, quindi, non era direttamente collegata al diverso e autonomo reato di falso documentale, per il quale la pena è stata inflitta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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