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Abitualità del reato: quando esclude la tenuità

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per violazione della sorveglianza speciale. I giudici hanno escluso l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a causa dell’abitualità del reato, desunta da plurimi precedenti penali per evasione e altre violazioni, considerati della stessa indole.

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Pubblicato il 29 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Abitualità del reato: quando i precedenti escludono la non punibilità

L’istituto della particolare tenuità del fatto, previsto dall’articolo 131-bis del codice penale, rappresenta un importante strumento di deflazione processuale, escludendo la punibilità per reati di minima entità. Tuttavia, la sua applicazione è subordinata a precise condizioni, tra cui l’assenza di abitualità del reato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 28909/2024) ha fornito chiarimenti cruciali su come valutare tale abitualità, ampliando il campo di analisi oltre i precedenti specifici.

I Fatti di Causa

Il caso riguarda un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, condannato in primo e secondo grado per non essersi presentato presso gli uffici di polizia per la firma obbligatoria in una data specifica. La Corte d’Appello aveva ridotto la pena, riconoscendo le attenuanti generiche, ma aveva respinto la richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la Corte territoriale avesse errato nel negare il beneficio. Secondo la difesa, per configurare l’abitualità del reato ostativa, non era sufficiente un solo precedente specifico per la stessa violazione, ma sarebbe stata necessaria una pluralità di illeciti della stessa indole. Il fatto in esame, a suo dire, doveva considerarsi isolato.

L’abitualità del reato e l’interpretazione della Cassazione

La questione centrale sottoposta alla Suprema Corte era, dunque, come definire concretamente l’abitualità del reato. L’appellante insisteva su una lettura restrittiva, limitata ai soli reati identici a quello per cui si procedeva. La Cassazione, tuttavia, ha sposato un’interpretazione più ampia e sostanziale, confermando la decisione dei giudici di merito.

La valutazione dei precedenti penali

La Corte ha ribadito un principio consolidato: il presupposto ostativo del comportamento abituale ricorre quando l’autore, anche dopo il fatto per cui si procede, ha commesso almeno altri due reati della stessa indole. La nozione di “stessa indole” non si limita a reati previsti dalla stessa norma, ma si estende a quelli che presentano “caratteri fondamentali comuni per le circostanze oggettive e le condizioni ambientali nelle quali le azioni sono state compiute, o per i motivi che li hanno determinati”.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

Nel caso specifico, la Cassazione ha esaminato il certificato penale dell’imputato, rilevando non solo un precedente per la medesima violazione (art. 75 D.Lgs. 159/2011), ma anche due condotte di evasione (art. 385 c.p.) successive al fatto contestato. I giudici hanno ritenuto che il delitto di evasione e quello di violazione degli obblighi della sorveglianza speciale siano inequivocabilmente della stessa indole. Entrambi, infatti, manifestano una sistematica incapacità e volontà del soggetto di non sottostare alle prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria.

La Corte ha concluso che la valutazione dei giudici di merito era stata corretta e completa. La non occasionalità della condotta non derivava da un singolo precedente, ma da un quadro complessivo di plurime violazioni che dimostravano una “non sporadica incapacità del ricorrente di osservare le prescrizioni imposte”. Pertanto, l’esclusione della speciale tenuità dell’offesa era pienamente giustificata.

Le conclusioni

La sentenza in commento rafforza un importante principio: per valutare l’abitualità del reato ai fini dell’applicazione dell’art. 131-bis c.p., il giudice deve compiere un’analisi complessiva della storia criminale dell’imputato. Non ci si può fermare a un mero conteggio di precedenti identici, ma è necessario valutare la presenza di reati “della stessa indole”, intesi come manifestazioni di una medesima tendenza a delinquere o a violare determinate categorie di norme. Questa interpretazione garantisce che il beneficio della non punibilità sia riservato a condotte genuinamente occasionali, escludendo chi dimostra una persistente inclinazione a infrangere la legge.

Quando un comportamento viene considerato “abituale” ai fini dell’esclusione della particolare tenuità del fatto?
Un comportamento è considerato abituale quando l’autore ha commesso, anche in momenti successivi, almeno altri due reati della stessa indole, ovvero reati che presentano caratteri fondamentali comuni, anche se previsti da norme diverse.

I reati di evasione e di violazione della sorveglianza speciale sono considerati “della stessa indole”?
Sì, la sentenza conferma che questi reati sono della stessa indole. Entrambi manifestano una tendenza del soggetto a non rispettare le prescrizioni e le limitazioni alla libertà personale imposte dall’autorità giudiziaria.

Per escludere la tenuità del fatto basta un solo precedente penale?
No, un singolo precedente non è di per sé sufficiente a configurare l’abitualità del reato. Tuttavia, la valutazione non si limita ai soli precedenti identici. Se, oltre a un precedente specifico, esistono altre condanne per reati considerati della stessa indole (come l’evasione nel caso di specie), il quadro complessivo può legittimamente portare a ritenere il comportamento abituale e a escludere il beneficio.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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