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Abitualità del reato: no a 131-bis e condizionale

Un imprenditore, condannato per omesso versamento IVA, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l’abitualità del reato, desumibile da precedenti condanne e persino da un precedente proscioglimento ex art. 131-bis, osta alla concessione del beneficio, rendendo irrilevante il modesto superamento della soglia di punibilità. Anche la sospensione condizionale è stata negata per la prognosi negativa sulla futura condotta.

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Pubblicato il 29 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Abitualità del reato: quando i precedenti escludono la tenuità del fatto

La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 29096/2024, offre un importante chiarimento sui limiti di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis del codice penale. Il caso analizzato riguarda un imprenditore condannato per omesso versamento IVA, il cui ricorso è stato respinto a causa della riscontrata abitualità del reato. Questa decisione sottolinea come la storia criminale di un imputato, anche se include proscioglimenti per tenuità del fatto, possa diventare un ostacolo insormontabile per ottenere benefici di legge.

I fatti del caso: l’omesso versamento IVA e il ricorso in Cassazione

L’amministratore unico di una società di logistica veniva condannato in primo e secondo grado per il reato di cui all’art. 10-ter del d.lgs. 74/2000, per aver omesso il versamento dell’IVA relativa all’anno d’imposta 2018. L’importo evaso superava di poco la soglia di rilevanza penale.

La difesa dell’imprenditore ha presentato ricorso per cassazione, basandosi principalmente su due motivi:
1. Mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p.: Si sosteneva che l’offesa fosse di lieve entità e che i giudici di merito non avessero correttamente valutato la connessione con una precedente condotta, dovuta a una persistente crisi economico-finanziaria. Inoltre, si lamentava la mancata valutazione di documenti che attestavano un’assoluzione per lo stesso reato nell’annualità successiva.
2. Mancata concessione della sospensione condizionale della pena: La difesa riteneva che i precedenti a carico non fossero ostativi al riconoscimento del beneficio.

La questione dell’abitualità del reato e l’art. 131-bis

Il fulcro della decisione della Suprema Corte ruota attorno al concetto di abitualità del reato. L’articolo 131-bis c.p. esclude la non punibilità quando il comportamento dell’autore del reato è ‘abituale’. La Corte d’Appello aveva negato il beneficio non per la gravità del fatto in sé (riconosciuta come modesta), ma proprio perché aveva ritenuto abituale la condotta dell’imputato.

I precedenti dell’imputato e la valutazione della Corte

Per giungere a questa conclusione, i giudici di merito avevano considerato due elementi specifici:
* Una condanna irrevocabile per omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali.
* Una precedente sentenza di proscioglimento, proprio ai sensi dell’art. 131-bis, per omesso versamento di ritenute certificate.

Questa valutazione è stata considerata corretta dalla Cassazione, che ha ribadito il proprio orientamento consolidato (a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite ‘Tushaj’ del 2016): per configurare l’abitualità è sufficiente l’accertata commissione di almeno due reati della stessa indole, e in questo computo rientrano anche le sentenze di proscioglimento per particolare tenuità del fatto.

Le motivazioni della Suprema Corte sulla abitualità del reato

La Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato in ogni sua parte. Le argomentazioni dei giudici supremi chiariscono in modo netto i principi applicabili.

Per quanto riguarda l’art. 131-bis, la Corte ha confermato che la valutazione sull’abitualità del reato è pregiudiziale. Una volta accertata, essa preclude il beneficio a prescindere dall’entità del danno. Le censure difensive sono state liquidate come generiche e ripropositive di questioni già esaminate in appello, prive peraltro di adeguato supporto documentale. La Corte ha ricordato che l’onere di allegare elementi fattuali a sostegno della propria tesi difensiva spetta all’imputato.

Anche il secondo motivo, relativo alla sospensione condizionale, è stato respinto. I giudici hanno ritenuto incensurabile la prognosi negativa sulla futura commissione di reati, formulata dalla Corte territoriale sulla base dei precedenti a carico dell’imputato. Tale valutazione discrezionale, se logicamente motivata, non è sindacabile in sede di legittimità.

Le conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

La sentenza in esame ribadisce un principio fondamentale: i benefici di legge, come la non punibilità per tenuità del fatto e la sospensione condizionale, non sono automatici. La valutazione del giudice deve estendersi all’intera condotta di vita e alla storia criminale dell’imputato. La nozione di abitualità del reato assume un ruolo centrale, potendo essere desunta non solo da condanne passate in giudicato ma anche da precedenti declaratorie di non punibilità ex art. 131-bis. Per gli operatori del diritto e per i cittadini, emerge un chiaro monito: la reiterazione di condotte illecite, anche se singolarmente di modesta gravità, crea un ‘curriculum’ criminale che può precludere l’accesso a importanti istituti premiali previsti dall’ordinamento.

Una precedente sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis) può essere usata per dimostrare l’abitualità del reato?
Sì. La Corte di Cassazione, richiamando i suoi precedenti orientamenti, ha stabilito che anche le sentenze di proscioglimento ai sensi dell’art. 131-bis possono essere considerate, insieme ad altri reati della stessa indole, per ritenere sussistente l’abitualità del comportamento, che preclude l’applicazione dello stesso beneficio.

Quando viene negata l’applicazione dell’art. 131-bis per l’abitualità del reato, ha ancora importanza che l’importo evaso superi di poco la soglia di punibilità?
No. Secondo la sentenza, una volta accertata l’abitualità del comportamento dell’imputato, questa condizione preclude di per sé il riconoscimento della causa di non punibilità, a prescindere dalla modestia dell’offesa o dal lieve superamento della soglia penale.

Su chi ricade l’onere di provare l’assenza di elementi che ostacolano benefici come l’art. 131-bis?
La sentenza chiarisce che, a fronte degli elementi probatori forniti dall’accusa, spetta all’imputato allegare e provare, con elementi concreti e oggettivi, il fondamento della propria tesi difensiva, come ad esempio l’insussistenza dell’abitualità o la presenza di altre cause di giustificazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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