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Verbale Polizia Locale: quando fa piena prova?

Una cittadina ha ricevuto una multa per un terreno incolto. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, ha fatto ricorso in Cassazione contestando il valore probatorio del verbale della Polizia Locale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il verbale che attesta fatti oggettivamente percepibili, come la presenza di erbacce, ha fede privilegiata e non può essere contestato se non con una querela di falso. La competenza degli agenti locali è stata pienamente confermata.

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Pubblicato il 29 agosto 2025 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Verbale Polizia Locale: quando fa piena prova contro il cittadino?

Il verbale della Polizia Locale è uno strumento fondamentale nell’accertamento delle violazioni amministrative. Ma quale valore ha in un processo? E quando la parola degli agenti prevale su quella del cittadino? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza sulla sua efficacia probatoria, in un caso riguardante una sanzione per un terreno lasciato incolto. La decisione sottolinea come un accertamento basato su una percezione oggettiva dei fatti goda di una “fede privilegiata”, rendendo molto difficile per il cittadino contestarlo.

I Fatti del Caso

Tutto ha inizio quando una cittadina, comproprietaria di un terreno, riceve un’ordinanza-ingiunzione dal suo Comune per il pagamento di 50 euro. La sanzione era dovuta alla violazione del Regolamento comunale di Igiene e Sanità, che imponeva di mantenere i terreni liberi da “erbacce, sterpi e rovi”. La violazione era stata constatata dalla Polizia Locale tramite un verbale di accertamento.

La cittadina decide di opporsi alla sanzione, prima davanti al Giudice di Pace e poi, in appello, davanti al Tribunale. In entrambi i gradi di giudizio, le sue ragioni vengono respinte. I giudici ritengono sufficiente, come prova della violazione, il verbale redatto dagli agenti. Non convinta, la cittadina porta il caso fino alla Corte di Cassazione, sollevando diverse questioni di legittimità.

I Motivi del Ricorso e il valore del verbale della Polizia Locale

La ricorrente basa il suo ricorso in Cassazione su quattro motivi principali:
1. Mancanza di prova: Il Tribunale avrebbe errato nel considerare provata la violazione basandosi solo sul verbale, specialmente perché il Comune non si era costituito in giudizio e non aveva depositato la documentazione completa, come i rilievi fotografici.
2. Incompetenza degli agenti: La competenza ad accertare violazioni in materia di igiene spetterebbe esclusivamente agli ispettori dell’Azienda Sanitaria Locale (ex USL) e non alla Polizia Locale.
3. Natura valutativa del verbale: L’attestazione della “presenza di erbacce, sterpi e rovi” non sarebbe un fatto oggettivo, ma una valutazione soggettiva degli agenti. Pertanto, il verbale non dovrebbe godere di fede privilegiata e non sarebbe necessaria la querela di falso per contestarlo.
4. Errata dichiarazione di inammissibilità dell’appello: Il Tribunale avrebbe sbagliato a considerare inammissibile una parte dell’appello solo perché riproponeva i motivi iniziali, senza cogliere le critiche mosse alla sentenza di primo grado.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha respinto tutti i motivi del ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. Analizziamo i punti chiave della sua motivazione.

In primo luogo, la Corte ha smontato la questione della competenza. Ha chiarito che, secondo la legge generale sulle sanzioni amministrative (L. 689/1981), gli agenti di polizia giudiziaria, qualifica che la Polizia Municipale riveste nel proprio territorio, sono pienamente competenti ad accertare questo tipo di violazioni. Un regolamento comunale, essendo una fonte normativa secondaria, non può limitare una competenza stabilita da una legge dello Stato.

Il punto cruciale della decisione riguarda il valore probatorio del verbale della Polizia Locale. La Corte ha stabilito che la descrizione della “presenza di erbacce, sterpi e rovi” non è una valutazione discrezionale, ma la constatazione di una situazione di fatto oggettivamente percepibile attraverso i sensi (la vista). Si tratta di un’operazione di semplice riscontro, priva di margini di apprezzamento soggettivo. Di conseguenza, il verbale fa piena prova, fino a querela di falso, dei fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza. Non è una semplice opinione dell’agente, ma la certificazione di una realtà oggettiva.

La Corte ha anche precisato che l’inerzia processuale del Comune (la sua contumacia) non porta automaticamente alla vittoria del cittadino. Il giudice ha il potere di valutare le prove già presenti agli atti, come il verbale, e ritenere provata la violazione.

Infine, è stato confermato che un atto di appello, per essere ammissibile, deve contenere una critica specifica e argomentata delle ragioni della sentenza impugnata. Non è sufficiente riproporre genericamente le stesse difese del primo grado.

Conclusioni

Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale: un verbale della Polizia Locale che attesta fatti materiali, oggettivi e direttamente percepibili dall’agente, ha un’efficacia probatoria rafforzata. Per il cittadino che intende contestarlo, non è sufficiente negare i fatti o sostenere che si tratti di una valutazione soggettiva. L’unica strada percorribile, in questi casi, è quella, ardua e complessa, della querela di falso. La decisione offre un importante monito sulla necessità di formulare le proprie difese in modo specifico e tecnicamente corretto, specialmente nei gradi di impugnazione.

Un verbale della Polizia Locale ha sempre valore di piena prova?
No, non sempre. Secondo la sentenza, il verbale ha valore di piena prova (o ‘fede privilegiata’) solo per i fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza e che sono frutto di una semplice e oggettiva percezione sensoriale, senza margini di apprezzamento soggettivo. Non ha la stessa forza probatoria per le valutazioni o le deduzioni dell’agente.

La Polizia Locale è competente ad accertare violazioni di regolamenti comunali sull’igiene?
Sì. La Corte ha confermato che la legge quadro sulle sanzioni amministrative (L. 689/1981) attribuisce questa competenza agli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, qualifica che gli agenti di polizia municipale rivestono nell’ambito del loro territorio. Questa competenza, derivante da una legge statale, non può essere limitata da un regolamento comunale.

Se il Comune non si presenta in giudizio, l’opposizione alla multa viene automaticamente accolta?
No. La mancata costituzione in giudizio (contumacia) dell’ente che ha emesso la sanzione non comporta l’accoglimento automatico del ricorso. Il giudice ha il dovere di decidere nel merito della questione, basandosi sui documenti e sulle prove già acquisite agli atti, come il verbale di accertamento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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