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Usucapione del proprietario: quando è inammissibile?

Un ente locale, dopo aver acquistato un immobile con un atto valido ma non trascritto, ha tentato di ottenerne la proprietà per usucapione contro un terzo che lo aveva successivamente acquistato all’asta. La Corte di Cassazione ha dichiarato la domanda inammissibile, stabilendo che il principio dell’usucapione del proprietario non si applica in questo contesto. Chi è già proprietario non può usucapire un bene che già gli appartiene, anche se il suo titolo non è opponibile a terzi a causa della mancata trascrizione.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Usucapione del proprietario: la Cassazione chiarisce i limiti

L’istituto dell’usucapione consente di acquisire la proprietà di un bene attraverso il possesso prolungato nel tempo. Ma cosa accade se chi agisce per l’usucapione è, in realtà, già proprietario del bene in base a un contratto valido? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18242 del 2024, affronta il delicato tema dell’usucapione del proprietario, chiarendo l’inammissibilità di tale azione quando esiste un titolo di acquisto derivativo, sebbene non trascritto e quindi non opponibile a terzi.

I Fatti di Causa

La vicenda ha origine da un atto di compravendita del 1991 con cui un Comune acquistava un immobile. L’ente locale, tuttavia, non provvedeva a trascrivere l’atto nei registri immobiliari. Anni dopo, lo stesso immobile veniva pignorato a danno del venditore originario (che risultava ancora formalmente proprietario) e successivamente venduto all’asta a un privato cittadino, il quale otteneva un decreto di trasferimento regolarmente trascritto.

A questo punto, il Comune, vedendosi privato del bene, intentava una causa contro il nuovo acquirente, chiedendo al giudice di accertare l’avvenuto acquisto della proprietà per usucapione, vantando un possesso ultraventennale, pacifico e continuativo a partire dal 1991.
Mentre il Tribunale di primo grado dichiarava la domanda inammissibile, la Corte di Appello ribaltava la decisione, accogliendo la richiesta del Comune. La questione giungeva così all’esame della Corte di Cassazione.

La Decisione della Corte e l’inammissibilità dell’usucapione del proprietario

La Suprema Corte ha accolto il ricorso del privato cittadino, cassando la sentenza d’appello e affermando un principio fondamentale: chi è già proprietario non può usucapire. Il ragionamento dei giudici si basa sulla distinzione tra la natura del possesso derivante da un titolo di proprietà e il possesso uti dominus necessario per l’usucapione.

Le Motivazioni

La Corte ha spiegato che la relazione del Comune con l’immobile non era un possesso finalizzato ad acquisire un diritto, ma era la diretta conseguenza dell’esercizio del diritto di proprietà già acquisito con il contratto del 1991. Attività come la concessione del bene in comodato a terzi non sono manifestazioni di un possesso uti dominus, bensì tipiche facoltà del proprietario.

Il punto cruciale della decisione risiede nella natura del problema. Il Comune non aveva perso la proprietà, ma si trovava di fronte a un problema di inopponibilità del suo titolo d’acquisto nei confronti dei terzi. La mancata trascrizione dell’atto del 1991, infatti, pur non invalidando il contratto tra le parti originarie, lo rendeva inefficace nei confronti di chi, in buona fede, avesse successivamente acquistato diritti sullo stesso bene e li avesse trascritti per primo.

Secondo la Cassazione, l’usucapione è un modo di acquisto a titolo originario che serve a sanare situazioni di possesso senza titolo, non a risolvere conflitti tra diversi acquirenti dello stesso bene, per i quali l’ordinamento prevede già lo strumento della trascrizione (artt. 2652 e 2653 c.c.). Permettere l’usucapione del proprietario in questo contesto significherebbe utilizzare l’istituto per uno scopo improprio, ovvero per aggirare le conseguenze negative della propria negligenza (la mancata trascrizione).

Le Conclusioni

La sentenza ribadisce con forza che l’azione di usucapione non è uno strumento per rimediare all’inopponibilità di un titolo di acquisto derivativo. Il proprietario che non trascrive il proprio atto di acquisto non può successivamente invocare l’usucapione per prevalere su un terzo che abbia legittimamente acquistato e trascritto il proprio titolo. Questa decisione sottolinea l’importanza cruciale della trascrizione degli atti immobiliari come unico strumento efficace per garantire la certezza dei diritti e la loro opponibilità erga omnes. L’usucapione del proprietario resta un’ipotesi non configurabile quando il possesso trae origine da un titolo di acquisto valido ed efficace, sebbene non trascritto.

Un proprietario può usucapire un bene che ha già acquistato con un contratto valido?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che chi è già proprietario di un bene in forza di un titolo valido, come un contratto di compravendita, non può agire per l’usucapione dello stesso bene. Il possesso in questo caso è una conseguenza del diritto di proprietà, non un possesso utile all’usucapione.

Cosa succede se un atto di acquisto di un immobile non viene trascritto?
L’atto rimane valido ed efficace tra le parti che lo hanno stipulato, ma diventa “inopponibile” ai terzi. Ciò significa che se un terzo acquista diritti sullo stesso immobile (ad esempio, tramite pignoramento e successiva asta giudiziaria) e trascrive il proprio acquisto, il suo diritto prevale su quello del primo acquirente che non ha trascritto.

La concessione in comodato di un bene è prova di possesso utile per l’usucapione?
Non necessariamente. La Corte ha chiarito che concedere un bene in comodato è un’azione tipica del proprietario. Se questa azione deriva da un titolo di proprietà esistente, non dimostra un possesso uti dominus ai fini dell’usucapione, ma semplicemente l’esercizio dei diritti di proprietà già acquisiti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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