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Tutela reintegratoria: licenziamento e onere della prova

Un lavoratore, dopo aver ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, veniva licenziato per giustificato motivo oggettivo. La Corte d’Appello, pur ritenendo illegittimo il licenziamento, concedeva solo una tutela indennitaria. La Cassazione, accogliendo il ricorso del dipendente, ha cassato la sentenza. Richiamando le sentenze della Corte Costituzionale, ha stabilito che per ottenere la tutela reintegratoria attenuata è sufficiente la semplice insussistenza del fatto posto a base del licenziamento, senza che debba essere ‘manifesta’.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Tutela reintegratoria: basta l’insussistenza del fatto

L’ordinanza della Corte di Cassazione n. 18075/2024 offre un’importante chiarificazione sui confini della tutela reintegratoria attenuata in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Sulla scia di due fondamentali sentenze della Corte Costituzionale, i giudici supremi hanno ribadito un principio cruciale: per ottenere la reintegra, è sufficiente dimostrare la semplice insussistenza del fatto posto a base del recesso, senza la necessità di provare che tale insussistenza fosse ‘manifesta’.

La vicenda processuale

Il caso ha origine dalla domanda di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato con una società di studi. Il Tribunale di primo grado accoglieva la domanda, qualificando il rapporto come subordinato, ma respingeva la richiesta di annullamento del licenziamento, ritenendo provata la soppressione del servizio cui il lavoratore era addetto.

In secondo grado, la Corte d’Appello confermava la natura subordinata del rapporto ma, a differenza del Tribunale, dichiarava l’illegittimità del licenziamento. I giudici ritenevano che l’azienda non avesse fornito prova sufficiente dell’effettiva cessazione del servizio. Tuttavia, invece della reintegra, la Corte applicava una tutela meramente indennitaria, condannando la società al pagamento di 12 mensilità.

Il ricorso in Cassazione e l’applicazione della tutela reintegratoria attenuata

Entrambe le parti hanno presentato ricorso in Cassazione. La società datrice di lavoro (ricorrente principale) contestava la valutazione delle prove sulla natura del rapporto e sulla legittimità del recesso. Il lavoratore (ricorrente incidentale), invece, lamentava la mancata applicazione della tutela reintegratoria attenuata prevista dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

La Cassazione ha rigettato il ricorso dell’azienda, ma ha accolto quello del lavoratore, cassando la sentenza d’appello e rinviando la causa a un’altra sezione della stessa Corte per un nuovo esame.

L’impatto delle sentenze della Corte Costituzionale

Il fulcro della decisione risiede nell’impatto di due pronunce della Corte Costituzionale:

1. Sentenza n. 125 del 2022: Ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 7, della Legge 300/1970, nella parte in cui richiedeva la ‘manifesta’ insussistenza del fatto per disporre la reintegra. Dopo questa sentenza, è sufficiente l’accertamento della semplice insussistenza del fatto.

2. Sentenza n. 59 del 2021: Ha dichiarato incostituzionale lo stesso articolo nella parte in cui prevedeva che il giudice ‘può’ applicare la reintegra, trasformando la facoltà in un obbligo. Se il fatto è insussistente, il giudice ‘applica’ la tutela reintegratoria.

Le motivazioni della Cassazione

La Corte Suprema ha chiarito che i giudici di merito, nel riesaminare il caso, dovranno attenersi a questi principi ormai consolidati. Le censure dell’azienda sono state respinte perché miravano a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Il ricorso del lavoratore, invece, è stato ritenuto fondato proprio alla luce dei citati interventi della Consulta. La Corte d’Appello aveva erroneamente negato la reintegra, basandosi su una normativa che, nel frattempo, era stata modificata nelle sue parti essenziali dalla giurisprudenza costituzionale. L’accertata insussistenza della ragione addotta per il licenziamento (la cessazione del servizio) imponeva l’applicazione della tutela reintegratoria e non di quella meramente economica.

Le conclusioni

L’ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale di fondamentale importanza per la tutela dei lavoratori. Viene definitivamente superato il requisito della ‘manifesta’ insussistenza del fatto, che spesso rendeva più difficile per il lavoratore ottenere la reintegrazione. Ora, l’onere della prova per il datore di lavoro diventa più stringente: deve dimostrare in modo inequivocabile la veridicità del motivo oggettivo alla base del licenziamento. In caso contrario, il giudice è tenuto a disporre la reintegra del dipendente, sebbene con un’indennità risarcitoria limitata, garantendo una protezione più effettiva e certa contro i licenziamenti pretestuosi.

Cosa ha cambiato la Corte Costituzionale riguardo alla tutela reintegratoria attenuata?
La Corte Costituzionale, con le sentenze n. 125/2022 e n. 59/2021, ha stabilito due principi: 1) non è più necessario che l’insussistenza del fatto alla base del licenziamento sia ‘manifesta’, è sufficiente che sia semplicemente accertata; 2) se il fatto è insussistente, il giudice ha l’obbligo (‘applica’) e non più la facoltà (‘può applicare’) di ordinare la reintegrazione.

Perché la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore?
La Cassazione ha accolto il ricorso perché la Corte d’Appello, negando la reintegrazione e concedendo solo un’indennità, non aveva tenuto conto delle citate sentenze della Corte Costituzionale. Poiché i giudici d’appello avevano accertato l’insussistenza del motivo oggettivo del licenziamento, avrebbero dovuto applicare la tutela reintegratoria attenuata.

Qual è l’onere della prova per il datore di lavoro in un licenziamento per giustificato motivo oggettivo?
Il datore di lavoro ha l’onere di provare l’effettiva esistenza della ragione posta a base del licenziamento (ad esempio, la reale soppressione di un reparto o di una mansione). La semplice ammissione da parte del lavoratore di una ‘scarsa redditività’ del servizio, senza altri elementi, non è sufficiente a dimostrare la legittimità del recesso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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