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Telelavoro negato: quando il ricorso è inammissibile

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente a cui era stato negato il rinnovo del telelavoro. La decisione si fonda sul fatto che la lavoratrice non aveva collaborato alla definizione del progetto, ignorando le richieste dell’ente datore di lavoro. La Corte ha stabilito che il ricorso in Cassazione non può essere utilizzato per ottenere una nuova valutazione dei fatti già accertati in appello, confermando la correttezza dell’operato dell’ente nel considerare venuto meno l’interesse della dipendente al telelavoro negato.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Telelavoro Negato: La Cassazione Sottolinea l’Importanza della Collaborazione del Lavoratore

L’ordinanza in esame della Corte di Cassazione affronta un caso di telelavoro negato, fornendo chiarimenti cruciali sui doveri di collaborazione del lavoratore e sui limiti del ricorso in sede di legittimità. La vicenda riguarda una dipendente di un ente pubblico che, dopo essersi vista respingere la richiesta di prosecuzione del lavoro da remoto, ha intrapreso un’azione legale. La decisione finale della Suprema Corte stabilisce un principio fondamentale: il lavoratore deve partecipare attivamente alla definizione delle modalità del telelavoro, e un suo comportamento passivo può essere legittimamente interpretato come una rinuncia.

I Fatti del Caso

Una dipendente di un importante istituto pubblico, che lavorava in modalità di telelavoro fino a luglio 2015, ha richiesto la prosecuzione di tale modalità con la formula “parentale”. L’ente ha avviato l’iter previsto dal proprio regolamento interno, inviando alla lavoratrice una “scheda di monitoraggio” per concordare gli elementi essenziali del nuovo progetto di lavoro a distanza.

Nonostante solleciti ripetuti da parte dell’ente, la dipendente non ha fornito riscontri concreti per definire l’accordo. L’istituto, dopo averla avvisata che il suo silenzio sarebbe stato interpretato come una mancanza di interesse, ha archiviato la pratica per decorrenza dei termini. La lavoratrice ha quindi citato in giudizio l’ente, ottenendo in primo grado un risarcimento del danno. La Corte d’Appello, tuttavia, ha ribaltato la decisione, ritenendo che l’istituto avesse agito correttamente e che la responsabilità della mancata concessione del telelavoro fosse da attribuire alla dipendente stessa. Contro questa sentenza, la lavoratrice ha proposto ricorso per cassazione.

La Controversia Giuridica sul Telelavoro Negato

Il cuore della disputa legale si è concentrato su due aspetti principali:

1. Procedurale: La ricorrente sosteneva che la Corte d’Appello avesse omesso di pronunciarsi su una sua eccezione relativa all’improcedibilità dell’appello.
2. Sostanziale: La lavoratrice lamentava una violazione delle norme sul telelavoro, sostenendo che l’ente non avesse seguito l’iter corretto e che la scheda inviata fosse un mero strumento di controllo, non un vero progetto da condividere. A suo avviso, il telelavoro negato era il risultato di un comportamento illegittimo del datore di lavoro.

L’ente, dal canto suo, ha sempre mantenuto di aver seguito le procedure interne, che prevedevano la condivisione del progetto con il lavoratore, e di aver sollecitato più volte un confronto costruttivo, senza mai riceverlo.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo entrambe le censure della lavoratrice con argomentazioni nette.

In primo luogo, riguardo all’omessa pronuncia sull’eccezione processuale, i giudici hanno ribadito un principio consolidato: quando un giudice decide nel merito una causa, rigetta implicitamente tutte le questioni procedurali preliminari. Non è quindi configurabile un vizio di omessa pronuncia.

Il punto cruciale della decisione, però, riguarda il secondo motivo di ricorso. La Corte ha chiarito che le doglianze della lavoratrice non rappresentavano una vera critica alla violazione di norme di legge, ma un tentativo di ottenere una nuova e diversa valutazione dei fatti già esaminati dalla Corte d’Appello. Il ricorso per cassazione, per sua natura, è un giudizio di legittimità e non un terzo grado di merito. La Corte di Cassazione non può riesaminare le prove o sostituire la propria valutazione dei fatti a quella del giudice di secondo grado. La Corte d’Appello aveva accertato, con una motivazione logica, che l’ente aveva cercato di concordare il progetto e che la lavoratrice non aveva collaborato. Questa ricostruzione fattuale non poteva essere messa in discussione in sede di legittimità.

Le Conclusioni

L’ordinanza consolida due importanti principi. Il primo, di natura processuale, è che il ricorso in Cassazione non può trasformarsi in un pretesto per ridiscutere i fatti della causa. Il secondo, di diritto sostanziale, ha implicazioni pratiche significative per il mondo del lavoro: l’attivazione del telelavoro è un processo che richiede la collaborazione attiva di entrambe le parti. Il datore di lavoro ha l’onere di avviare l’iter e proporre un progetto, ma il lavoratore ha il dovere di rispondere e partecipare costruttivamente alla sua definizione. Una condotta inerte e non collaborativa da parte del dipendente può legittimamente portare il datore di lavoro a concludere che l’interesse per quella modalità lavorativa sia venuto meno, giustificando l’archiviazione della richiesta e il conseguente telelavoro negato.

È possibile contestare in Cassazione la ricostruzione dei fatti operata da un giudice di appello?
No, la Corte di Cassazione non è un terzo grado di merito. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge e la coerenza logica della motivazione, non può riesaminare le prove o sostituire la propria valutazione dei fatti a quella dei giudici dei gradi precedenti, a meno che non vi sia un vizio di omesso esame di un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Cosa succede se un lavoratore non risponde alle richieste del datore di lavoro per definire un accordo di telelavoro?
Secondo questa ordinanza, un comportamento passivo e non collaborativo del lavoratore può essere legittimamente interpretato dal datore di lavoro come una mancanza di interesse. Di conseguenza, il datore di lavoro può archiviare la richiesta di telelavoro per decorrenza dei termini procedurali interni, senza incorrere in responsabilità.

Se un giudice d’appello non si pronuncia esplicitamente su un’eccezione processuale, la sentenza è nulla?
No. Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, la decisione nel merito della causa comporta un rigetto implicito di tutte le questioni processuali sollevate che sarebbero state ostative a tale decisione. Pertanto, non si configura un vizio di omessa pronuncia.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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