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Supercondominio di fatto: come nasce senza atto?

Una società immobiliare ha rivendicato la proprietà esclusiva di un porticato, agendo contro un condominio per la rimozione di un pozzetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l’area è un bene comune in un supercondominio di fatto. La Corte ha chiarito che il supercondominio sorge automaticamente (ipso iure et facto) quando più edifici condividono parti o servizi, senza necessità di un atto formale. La natura comune del bene è stata desunta dalla sua oggettiva funzione di servizio per l’intero complesso immobiliare.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Supercondominio di Fatto: Quando un Bene è Comune Anche Senza Atto Scritto?

La costituzione di un supercondominio di fatto rappresenta una delle questioni più dibattute nel diritto immobiliare. Molti credono che per stabilire aree comuni tra più edifici sia necessario un atto notarile o una delibera assembleare specifica. Tuttavia, una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 18238 del 2024, ha ribadito un principio fondamentale: il supercondominio può sorgere spontaneamente, sulla base della semplice situazione fattuale e della destinazione d’uso di determinati beni. Analizziamo questa importante decisione.

I Fatti di Causa: La Disputa sulla Proprietà del Porticato

Una società, proprietaria di alcune aree in un complesso immobiliare composto da tre edifici, citava in giudizio il condominio di uno di questi edifici. L’obiettivo era ottenere una pronuncia che accertasse la sua proprietà esclusiva su una porzione di porticato e, di conseguenza, la condanna del condominio a rimuovere un pozzetto per la raccolta di acque piovane lì realizzato.

Il Tribunale in primo grado e la Corte di Appello in secondo grado rigettavano la domanda della società. I giudici di merito hanno concluso che il porticato non era di proprietà esclusiva, ma costituiva un bene comune a tutti e tre gli edifici, rientrando così nella nozione di supercondominio. Questa conclusione era basata sull’analisi dei regolamenti condominiali, i quali prevedevano che l’area fosse destinata al transito e all’uso comune di tutti i residenti del complesso.

La Decisione della Corte di Cassazione sul supercondominio di fatto

La società ha impugnato la decisione d’appello dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando diversi vizi, tra cui l’errata qualificazione del rapporto e l’assenza di un titolo formale che costituisse il supercondominio. La Suprema Corte ha respinto integralmente il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito e cogliendo l’occasione per ribadire i principi cardine in materia.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte di Cassazione ha fondato la sua decisione su alcuni punti chiave che chiariscono la natura e le modalità di costituzione del supercondominio di fatto.

La Nascita del Supercondominio “Ipso Iure et Facto”

Il punto centrale della sentenza è il principio secondo cui il supercondominio sorge ipso iure et facto, ovvero per effetto diretto della legge e della situazione di fatto, senza che sia necessario un atto formale di costituzione. È sufficiente che singoli edifici, costituiti in distinti condomini, abbiano in comune alcuni beni, impianti o servizi (come viali, giardini, porticati o impianti centralizzati) legati da una relazione di accessorietà e funzionalità rispetto agli edifici stessi. Se un bene è oggettivamente destinato a servire più di un edificio, si presume la sua natura supercondominiale, a meno che un titolo non disponga diversamente in modo esplicito.

Diritti Autodeterminati e Limiti del Giudizio

La Corte ha respinto la censura secondo cui i giudici di merito sarebbero andati oltre la domanda (vizio di extrapetizione) qualificando l’area come supercondominiale. I diritti reali, come la proprietà, sono “diritti autodeterminati”: si identificano sulla base del bene che ne forma l’oggetto. Pertanto, per decidere sulla liceità dell’uso di un bene (in questo caso, l’installazione del pozzetto), il giudice ha il potere e il dovere di accertarne la natura giuridica, stabilendo se sia di proprietà esclusiva o in comunione. Tale accertamento è un presupposto logico della decisione e non una statuizione autonoma non richiesta.

L’Onere della Prova nella Comunione

Infine, la Corte ha chiarito che, una volta accertata la natura comune del bene, la controversia non può essere risolta applicando le regole sulla servitù. Tra comproprietari vige il principio nemini res sua servit (nessuno può avere una servitù sulla propria cosa). L’uso del bene comune da parte di uno dei comproprietari (in questo caso, il condominio convenuto) è legittimo nei limiti dell’articolo 1102 del Codice Civile, ovvero senza alterarne la destinazione e senza impedire agli altri di farne parimenti uso. Non spetta quindi al condominio dimostrare un diritto di servitù, ma era onere della società attrice provare la sua proprietà esclusiva, prova che non è riuscita a fornire.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

La sentenza 18238/2024 consolida un orientamento giurisprudenziale di grande rilevanza pratica. Essa ci insegna che la realtà fattuale e la funzione oggettiva di un bene prevalgono sulla mancanza di un titolo formale. Per proprietari, amministratori e acquirenti di immobili in complessi residenziali, ciò significa che:

1. Non è sempre necessario un atto notarile: per stabilire se un’area è comune a più edifici, è cruciale analizzarne la funzione e la destinazione effettiva.
2. I regolamenti sono una fonte importante: le clausole contenute nei regolamenti condominiali, anche se non hanno efficacia traslativa, possono costituire un elemento probatorio decisivo per ricostruire la volontà originaria dei costruttori e la natura dei beni.
3. L’azione legale deve essere ben impostata: chi rivendica la proprietà esclusiva di un bene funzionalmente connesso a più unità abitative deve essere pronto a superare la presunzione di condominialità, fornendo una prova rigorosa del proprio titolo esclusivo.

È necessario un atto notarile o una delibera specifica per creare un supercondominio?
No. Secondo la sentenza, un supercondominio sorge “ipso iure et facto”, cioè automaticamente per legge e per la situazione di fatto, quando più edifici condividono beni o servizi comuni. Non è richiesto un atto formale di costituzione.

Come si stabilisce se un’area è parte di un supercondominio di fatto?
Si stabilisce analizzando la sua funzione oggettiva. Se un bene, come un porticato o un giardino, è per sua natura e destinazione a servizio di più edifici facenti parte di un unico complesso, si presume che sia un bene comune in supercondominio, salvo prova contraria risultante da un titolo esplicito.

In una causa per negare diritti altrui su un bene (actio negatoria), se questo risulta in comunione, chi deve provare cosa?
Se il bene è accertato come comune (ad esempio, in un supercondominio di fatto), non si applicano le regole sulla servitù. Ciascun comproprietario ha il diritto di utilizzare il bene comune secondo l’art. 1102 c.c. Pertanto, non deve provare un diritto specifico di utilizzo. Spetta invece a chi rivendica la proprietà esclusiva fornire la prova rigorosa del suo diritto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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