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Spese legali chiamata in causa: quando paga il convenuto

Un professionista, risultato vittorioso in una causa di responsabilità professionale, è stato comunque condannato a pagare le spese legali dei terzi da lui chiamati in garanzia (cliente e assicurazione). La Corte di Cassazione, dichiarando il ricorso inammissibile, ha confermato che le spese legali della chiamata in causa ricadono sul convenuto se questa si rivela manifestamente infondata o arbitraria, applicando un’eccezione al principio generale di causalità.

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Pubblicato il 1 febbraio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Spese Legali Chiamata in Causa: Quando la Vittoria non Basta

La gestione delle spese legali in una chiamata in causa rappresenta un aspetto cruciale e spesso sottovalutato del contenzioso civile. La regola generale vuole che, in caso di rigetto della domanda principale, sia l’attore soccombente a dover sostenere i costi del terzo chiamato dal convenuto. Tuttavia, una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci ricorda che esiste un’importante eccezione: se la chiamata in causa è palesemente infondata o arbitraria, l’onere delle spese ricade sul convenuto, anche se vittorioso nel merito. Analizziamo questa decisione per comprendere le sue implicazioni pratiche.

Il Caso in Esame: Un Professionista tra Vittoria e Condanna alle Spese

La vicenda ha origine da una controversia per responsabilità professionale. Un geometra veniva citato in giudizio da un collega che lo accusava di aver plagiato una perizia tecnica immobiliare. Il professionista convenuto, per tutelarsi da un’eventuale condanna, decideva di chiamare in causa due soggetti: la società committente che gli aveva affidato l’incarico e la propria compagnia di assicurazione per la responsabilità professionale, chiedendo di essere tenuto indenne (manlevato) da entrambi.

Il giudizio di merito si concludeva favorevolmente per il geometra: la domanda dell’attore veniva respinta. Ciononostante, la Corte d’Appello lo condannava a pagare le spese processuali sostenute dai due terzi chiamati in causa. Secondo i giudici, la chiamata non aveva alcun fondamento: nei confronti della committente, perché non era stata avanzata alcuna pretesa specifica; nei confronti dell’assicurazione, perché la polizza non copriva l’evento per cui era causa. Di fatto, la chiamata era stata ritenuta arbitraria.

La Decisione della Corte: Le spese legali della chiamata in causa arbitraria

Il professionista ha impugnato questa decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando una violazione delle norme sulla ripartizione delle spese processuali (artt. 91 e 92 c.p.c.). A suo avviso, essendo risultato totalmente vittorioso, le spese dei terzi chiamati avrebbero dovuto essere poste a carico dell’attore originario, unico responsabile dell’avvio del contenzioso.

La Suprema Corte, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. Gli Ermellini hanno ribadito un principio giurisprudenziale consolidato, che funge da eccezione alla regola generale.

Le Motivazioni: Il Principio di Causalità e i Limiti del Giudizio di Cassazione

La decisione della Corte si fonda su un’attenta analisi del principio di causalità, che regola la ripartizione delle spese di lite.

L’eccezione alla regola generale

La giurisprudenza ha da tempo chiarito che, se la domanda principale viene rigettata, le spese del terzo chiamato sono a carico dell’attore soccombente, in quanto è stato lui a provocare la necessità della chiamata. Tuttavia, questa regola non si applica quando l’iniziativa del convenuto si rivela manifestamente infondata o palesemente arbitraria. In questo caso, il nesso di causalità si spezza: non è più la domanda dell’attore a giustificare la chiamata, ma una scelta processuale avventata del convenuto. Di conseguenza, è giusto che sia quest’ultimo a sostenere i costi che la sua iniziativa ha generato inutilmente.

I motivi del ricorso ritenuti inammissibili

La Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso del professionista non denunciassero una reale violazione di legge, ma mirassero a ottenere un nuovo esame dei fatti, attività preclusa in sede di legittimità. La Corte d’Appello aveva ampiamente motivato le ragioni per cui la chiamata in causa era da considerarsi arbitraria, e la Cassazione non può sostituire la propria valutazione a quella del giudice di merito. Il ricorso è stato quindi giudicato inammissibile perché non criticava la ratio decidendi della sentenza impugnata, ma si limitava a proporre una diversa lettura della vicenda processuale.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

L’ordinanza in esame offre un importante monito per le parti processuali e i loro difensori. La scelta di chiamare in causa un terzo non deve essere presa alla leggera o come automatica strategia difensiva. È necessario valutare con estremo rigore il fondamento giuridico della domanda di manleva o di garanzia. Una chiamata effettuata senza solide basi può trasformare una vittoria nel merito in una sconfitta economica, costringendo il convenuto a farsi carico di spese legali che avrebbero potuto essere evitate. La prudenza e un’analisi approfondita del caso concreto sono, ancora una volta, le migliori alleate nel percorso giudiziario.

Chi paga le spese legali del terzo chiamato in causa se la domanda principale viene rigettata?
Di regola, le spese sono a carico dell’attore soccombente, in quanto è la sua domanda, risultata infondata, ad aver provocato la necessità per il convenuto di chiamare in causa il terzo per tutelarsi.

In quali circostanze il convenuto, pur vincendo la causa, deve pagare le spese del terzo che ha chiamato in giudizio?
Il convenuto deve pagare le spese del terzo chiamato quando la sua iniziativa si rivela “manifestamente infondata o palesemente arbitraria”. Ciò accade se la chiamata in causa non ha alcun fondamento giuridico o fattuale, come nel caso in cui non venga coltivata alcuna pretesa verso il terzo o la richiesta di garanzia sia palesemente esclusa (es. da una polizza assicurativa).

Perché il ricorso del professionista è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché i motivi presentati non contestavano la corretta applicazione dei principi di diritto da parte della Corte d’Appello, ma miravano a ottenere un riesame dei fatti e della valutazione di merito sulla natura arbitraria della chiamata in causa, un’attività che non rientra nelle competenze della Corte di Cassazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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