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Servitù di veduta: no, se la ringhiera è divisoria

La Corte di Cassazione ha stabilito che una semplice ringhiera di confine tra due proprietà, posta sullo stesso livello, non costituisce una servitù di veduta. La sua funzione principale è divisoria, e la possibilità reciproca di guardare attraverso di essa non crea la soggezione di un fondo all’altro, elemento necessario per una servitù. Di conseguenza, è stata respinta la richiesta di un proprietario di rimuovere dei pannelli di vetro opaco installati dal vicino sulla ringhiera stessa.

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Pubblicato il 28 dicembre 2025 in Diritto Civile, Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

Servitù di veduta: no, se la ringhiera è divisoria

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale nei rapporti di vicinato: una semplice ringhiera metallica che separa due proprietà non è sufficiente a creare una servitù di veduta. Questa pronuncia pone fine a una lunga vicenda giudiziaria, stabilendo che la funzione primaria di un’opera di confine prevale sulla mera possibilità di guardare nella proprietà altrui.

I Fatti di Causa: Una Vetrata Contesa tra Vicini

La controversia nasce tra i proprietari di due villette a schiera confinanti. A dividere i loro porticati vi è una ringhiera metallica lavorata, alta 85 cm. Un giorno, una delle due famiglie decide di installare, a ridosso della ringhiera, due pannelli di vetro smerigliato per garantirsi maggiore privacy.

I vicini, tuttavia, non gradiscono l’iniziativa. Sostengono che la nuova vetrata ostacoli il loro diritto di veduta sul fondo confinante, un diritto che, a loro dire, esercitavano proprio attraverso la ringhiera preesistente. Chiedono quindi al tribunale di ordinare la rimozione dei pannelli e di condannare i vicini al risarcimento dei danni, invocando la violazione delle distanze legali previste dall’art. 907 del Codice Civile.

Il Lungo e Complesso Percorso Giudiziario

Il caso attraversa tutti i gradi di giudizio, con esiti altalenanti. Inizialmente, sia il Tribunale che la Corte d’Appello respingono la domanda, assimilando la vetrata a un muro di cinta e ritenendola quindi non soggetta alle norme sulle distanze.

La questione arriva una prima volta in Cassazione, che annulla la sentenza d’appello. I giudici supremi sottolineano che la nozione di ‘costruzione’ ai fini della servitù di veduta è diversa da quella urbanistica. Anche un manufatto che non è una vera e propria costruzione può impedire una veduta. La Corte d’Appello viene quindi incaricata di verificare due punti cruciali: se esistesse effettivamente una veduta e se la vetrata ne ostacolasse l’esercizio.

Nel giudizio di rinvio, la Corte d’Appello cambia rotta: riconosce l’esistenza di una servitù di veduta costituita ‘per destinazione del padre di famiglia’, poiché l’originario costruttore del complesso aveva installato la ringhiera, creando così le condizioni per l’affaccio. Di conseguenza, ordina la rimozione dei pannelli di vetro. Contro questa decisione, i proprietari della vetrata propongono un nuovo ricorso in Cassazione.

Le Motivazioni della Cassazione: la Funzione Divisoria Prevale

La Corte di Cassazione, con la decisione finale, accoglie il ricorso e ribalta nuovamente il verdetto. Il ragionamento dei giudici è cristallino e si fonda su un principio consolidato: per aversi una servitù di veduta, è necessaria una situazione di ‘soggezione’ di un fondo (servente) rispetto a un altro (dominante).

Nel caso di una ringhiera posta a confine tra due fondi allo stesso livello, questa soggezione manca. La possibilità di guardare attraverso la recinzione è reciproca. Entrambi i vicini possono ‘inspicere et prospicere in alienum’ (guardare nella proprietà altrui). Non è possibile individuare un fondo dominante e uno servente.

La funzione essenziale della ringhiera, sottolinea la Corte, è quella di dividere le proprietà, non di consentire l’esercizio di una veduta a vantaggio di una sola parte. Pertanto, un’opera con scopo primariamente divisorio non può costituire il fondamento per una servitù di veduta, neanche per destinazione del padre di famiglia. L’apparenza e l’univoca destinazione dell’opera all’esercizio della servitù, requisiti necessari, vengono a mancare.

Le Conclusioni: un Principio Chiaro per i Rapporti di Vicinato

La Corte di Cassazione, accogliendo il primo motivo di ricorso, ha cassato la sentenza impugnata ‘senza rinvio’, decidendo direttamente la causa nel merito. Ha rigettato in via definitiva la domanda originaria di rimozione dei pannelli di vetro.

Questa ordinanza stabilisce un importante principio pratico: non si può vantare un diritto di veduta basandosi unicamente sulla presenza di una recinzione di confine che permette di guardare dall’altra parte. Se la funzione principale del manufatto è quella di separare i fondi, la facoltà di affaccio è semplicemente una conseguenza di fatto, reciproca e non tutelabile come servitù. I proprietari che desiderano maggiore privacy possono quindi installare barriere sulla propria linea di confine, a condizione che non violino altre norme, senza temere contestazioni basate su una presunta lesione della veduta.

Una ringhiera di confine tra due villette può creare una servitù di veduta?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che una ringhiera con funzione essenzialmente divisoria non dà luogo a una servitù di veduta, anche se permette di guardare nella proprietà del vicino, poiché manca la soggezione di un fondo all’altro.

Perché la possibilità di guardare oltre una recinzione di confine non è sufficiente per una servitù di veduta?
Perché, secondo la giurisprudenza consolidata, la facoltà di guardare è reciproca e manca la situazione di ‘soggezione’ di un fondo rispetto all’altro, che è un requisito indispensabile per la configurazione di un diritto di servitù.

Cosa significa che la Corte ha cassato la sentenza ‘senza rinvio’?
Significa che la Corte di Cassazione non solo ha annullato la decisione della Corte d’Appello, ma ha anche deciso la causa nel merito, rigettando definitivamente la domanda originaria dei vicini senza la necessità di celebrare un nuovo processo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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