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Risoluzione contratto appalto: guida al risarcimento

Un committente ha citato in giudizio un’impresa per inadempimento di due contratti di appalto, relativi alla fornitura di infissi e al rifacimento di un bagno. A causa della mancata consegna di un serramento e di gravi vizi nei lavori edili, il Tribunale ha accolto la domanda di risoluzione contratto appalto. L’impresa, rimasta contumace, è stata condannata a restituire gli importi versati e a risarcire integralmente i danni subiti dal cliente, per un totale di oltre 29.000 euro.

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Pubblicato il 14 febbraio 2026 in Diritto Civile, Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

Risoluzione Contratto Appalto: Cosa Fare in Caso di Lavori Incompleti o Difettosi

Affidare lavori di ristrutturazione della propria casa è un passo importante, ma purtroppo non sempre le cose vanno come previsto. Lavori eseguiti male, materiali non conformi o, peggio ancora, opere mai completate possono trasformare un sogno in un incubo. Una recente sentenza del Tribunale di Milano offre un chiaro esempio di come la legge tuteli il committente in questi casi, chiarendo i presupposti per la risoluzione contratto appalto e il diritto a un risarcimento completo. Analizziamo insieme questa decisione per capire quali sono gli strumenti a nostra disposizione.

I Fatti del Caso: Due Contratti, un Unico Grave Inadempimento

Una proprietaria di immobile stipulava due distinti contratti di appalto con un’impresa edile. Il primo riguardava la fornitura e posa in opera di infissi, per un costo di circa 5.800 euro. Il secondo prevedeva il rifacimento completo di un bagno, per un importo di oltre 7.300 euro. In entrambi i casi, la committente pagava integralmente e in anticipo il corrispettivo pattuito.

Tuttavia, l’impresa si rendeva responsabile di un duplice e grave inadempimento:
1. Inadempimento parziale: Non forniva uno degli infissi previsti dal primo contratto, una portafinestra del valore di oltre 2.100 euro.
2. Inadempimento qualitativo: Eseguiva i lavori di rifacimento del bagno in modo palesemente difettoso e irregolare, rendendo l’opera inservibile.

Di fronte al silenzio dell’impresa, che ignorava ogni sollecito, la proprietaria era costretta a rivolgersi a un’altra ditta per rimediare ai vizi e completare i lavori del bagno, sostenendo un ulteriore costo di quasi 20.000 euro.

La Domanda Giudiziale e la Risoluzione Contratto Appalto

La committente decideva di agire in giudizio, chiedendo al Tribunale di accertare il grave inadempimento dell’impresa e, di conseguenza, di pronunciare la risoluzione contratto appalto per entrambi gli accordi.
Le sue richieste economiche erano precise:
* La restituzione delle somme già versate per entrambi i contratti.
* Il risarcimento del danno subito, pari alla spesa aggiuntiva necessaria per i lavori di ripristino.

L’impresa edile, pur regolarmente citata in giudizio, sceglieva di non costituirsi, venendo dichiarata contumace. Questa scelta, tuttavia, non ferma il processo, ma priva la parte convenuta della possibilità di difendersi e contestare le prove presentate.

Le Motivazioni della Decisione del Tribunale

Il Giudice ha accolto integralmente le richieste della proprietaria, basando la sua decisione su prove documentali e testimoniali inoppugnabili. La conclusione dei contratti e i relativi pagamenti sono stati provati tramite preventivi, fatture e bonifici. L’inadempimento dell’impresa è stato dimostrato sia da comunicazioni formali (PEC) sia dalle fatture della seconda ditta che ha eseguito i lavori correttivi. Inoltre, un testimone ha confermato in udienza la presenza dei vizi e l’entità dei costi di ripristino.

Il Tribunale ha ritenuto che l’inadempimento dell’appaltatore fosse di ‘non scarsa importanza’, requisito fondamentale richiesto dall’art. 1453 c.c. per la risoluzione del contratto. La mancata fornitura di un elemento essenziale come una portafinestra e l’esecuzione di lavori edili gravemente difettosi hanno integrato pienamente questa fattispecie. La contumacia dell’impresa, inoltre, ha fatto sì che questa non fornisse alcun elemento a propria discolpa, lasciando al Giudice la sola via di accogliere le richieste basate sulle prove prodotte dalla parte attrice.

Le Conclusioni: Come Tutelarsi in Caso di Inadempimento

Questa sentenza è un importante monito e una guida per chiunque affronti lavori di ristrutturazione. La decisione del Tribunale di Milano conferma che in caso di grave inadempimento da parte dell’appaltatore, il committente ha diritto non solo a sciogliere il contratto (risoluzione), ma anche a ottenere la restituzione di quanto pagato e il risarcimento di tutti i danni conseguenti. Questo include anche i maggiori costi sostenuti per affidare i lavori di completamento o riparazione a un’altra impresa.

Le implicazioni pratiche sono chiare: è fondamentale conservare tutta la documentazione (contratti, preventivi, pagamenti, comunicazioni scritte) e, in caso di vizi, documentarli accuratamente (con fotografie, perizie) e contestarli formalmente. Agire tempestivamente per vie legali, come in questo caso, si è rivelato lo strumento più efficace per ottenere piena tutela dei propri diritti.

È possibile chiedere la risoluzione di un contratto di appalto se i lavori non sono stati completati o sono stati eseguiti male?
Sì, la sentenza conferma che un grave inadempimento, consistente sia nella mancata fornitura di beni (una portafinestra) sia nell’esecuzione di lavori difettosi (il bagno), è una causa sufficiente per ottenere la risoluzione di entrambi i contratti, come previsto dall’art. 1453 del codice civile.

Se il contratto viene risolto, ho diritto solo alla restituzione di quanto ho pagato?
No, oltre alla restituzione integrale delle somme versate (in questo caso, €2.157,26 per l’infisso non fornito e €7.320,05 per il bagno), la parte adempiente ha diritto al risarcimento del danno ulteriore. Nel caso specifico, questo includeva il costo aggiuntivo di €19.635 sostenuto per far completare e rimediare ai vizi da un’altra impresa.

Cosa succede se l’impresa a cui ho fatto causa non si presenta in giudizio?
Se l’impresa viene dichiarata contumace (cioè non si costituisce in giudizio pur essendo stata notificata regolarmente), il processo prosegue. La parte che ha avviato la causa (attore) deve comunque provare i fatti a fondamento della propria domanda. Tuttavia, la contumacia del convenuto fa sì che quest’ultimo non possa presentare difese o prove contrarie, il che facilita l’accoglimento delle richieste dell’attore se queste sono supportate da prove sufficienti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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