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Risarcimento del danno e prova nel contratto

La Corte d’Appello ha riformato una sentenza di primo grado relativa alla vendita di un macchinario industriale. Sebbene l’acquirente fosse inadempiente, il venditore ha perso il diritto al risarcimento del danno per i costi di personalizzazione poiché ha manomesso il bene prima della perizia tecnica, rendendo impossibile la prova del danno subito.

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Risarcimento del danno: perché la prova è fondamentale

Nel diritto civile, il Risarcimento del danno non è mai automatico, nemmeno quando l’altra parte ha chiaramente violato il contratto. Una recente sentenza della Corte d’Appello di Venezia ha ribadito un principio fondamentale: chi distrugge o altera le prove dei danni subiti non può poi pretenderne il ristoro economico. Il caso riguardava la fornitura di un macchinario industriale personalizzato e la successiva disputa tra acquirente e venditore.

Il caso del macchinario manomesso

La vicenda nasce dall’acquisto di una macchina confezionatrice ad hoc. L’acquirente, dopo aver versato un acconto significativo, ha deciso di non procedere al ritiro del bene. Sebbene il tribunale di primo grado avesse inizialmente condannato l’acquirente a pagare ingenti somme per i costi di progettazione e personalizzazione, la Corte d’Appello ha ribaltato tale decisione.

La motivazione risiede nel comportamento del venditore. Durante lo svolgimento della causa, la società venditrice ha smontato e riutilizzato parti del macchinario, impedendo al perito nominato dal giudice (CTU) di verificare se l’impianto fosse davvero un pezzo unico ‘su misura’ o una macchina standard.

Risarcimento del danno e clausola penale

Nonostante la perdita del diritto ai danni per la personalizzazione, il venditore è riuscito a mantenere parte del Risarcimento del danno grazie alla clausola penale inserita nel contratto. Questa clausola prevedeva un costo fisso mensile per il magazzinaggio del bene non ritirato.

Il giudice ha ricordato che, a differenza del danno generico, la clausola penale è dovuta per il semplice fatto dell’inadempimento, senza che il creditore debba provare di aver subito un danno effettivo. Tuttavia, il calcolo della penale deve essere limitato nel tempo e non può coprire periodi successivi all’inizio della causa se il bene è stato nel frattempo smantellato.

Implicazioni pratiche per le imprese

Questa sentenza insegna che la conservazione dello stato dei luoghi e dei beni oggetto di lite è un dovere processuale. Alterare il bene oggetto della causa, magari per recuperare componenti, può costare molto caro in termini di perdita del diritto al ristoro dei danni. Le aziende dovrebbero sempre attendere la conclusione delle operazioni peritali prima di dismettere o modificare impianti contestati.

le motivazioni

La Corte ha stabilito che l’onere della prova grava interamente sul danneggiato. Poiché il venditore ha reso impossibile la verifica tecnica della personalizzazione del macchinario attraverso lo smantellamento dello stesso, non ha fornito la prova necessaria del nesso causale e dell’entità del danno. La condotta è stata valutata negativamente ai sensi dei doveri di lealtà e correttezza processuale, precludendo l’accertamento dei costi di progettazione e manodopera reclamati in via riconvenzionale.

le conclusioni

In conclusione, l’appello è stato parzialmente accolto. Il venditore ha dovuto restituire una parte dell’acconto ricevuto (circa 9.000 euro), trattenendo solo la somma corrispondente alla penale per il magazzinaggio, ricalcolata dalla Corte per il periodo compreso tra la messa a disposizione del bene e la notifica dell’atto di citazione. Il principio cardine è che la manomissione del bene da parte del creditore agisce come un boomerang, neutralizzando le pretese risarcitorie legate alla natura tecnica del bene stesso.

Cosa accade se il venditore smonta un macchinario prima della perizia del tribunale?
Se il venditore altera o smonta il bene prima che il perito possa esaminarlo, perde il diritto a chiedere il risarcimento per i danni legati alla personalizzazione o alla costruzione specifica, poiché viene meno la prova dello stato del bene.

La clausola penale richiede la prova del danno subito?
No, la clausola penale è dovuta per il semplice fatto dell’inadempimento contrattuale. Il creditore non è tenuto a dimostrare l’effettivo danno economico, a meno che non si contesti la sua manifesta eccessività.

Il giudice può ridurre l’importo di una penale contrattuale?
Sì, il giudice ha il potere di ridurre d’ufficio l’ammontare della penale se questa appare manifestamente eccessiva rispetto all’interesse che il creditore aveva all’adempimento del contratto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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