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Ripetizione dell’indebito: PA può agire sul dipendente

Un ente locale ha agito per la ripetizione dell’indebito contro un suo ex dirigente per recuperare retribuzioni non dovute. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell’azione diretta, rigettando il ricorso del lavoratore. La Corte ha chiarito che le normative speciali sul recupero crediti della PA non escludono l’applicazione della norma generale del Codice Civile (art. 2033 c.c.), che consente di chiedere la restituzione direttamente a chi ha ricevuto il pagamento non dovuto.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Ripetizione dell’indebito: la PA può agire direttamente sul dipendente?

La questione della ripetizione dell’indebito nel pubblico impiego è un tema delicato che tocca la stabilità dei rapporti di lavoro e la corretta gestione delle finanze pubbliche. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: la Pubblica Amministrazione ha il diritto di agire direttamente nei confronti del dipendente per recuperare somme stipendiali erogate per errore, anche in presenza di normative speciali. Analizziamo insieme la vicenda e le conclusioni della Suprema Corte.

I fatti del caso

Un Comune otteneva un decreto ingiuntivo contro un suo ex dirigente per ottenere la restituzione di oltre 65.000 euro. Tale somma era stata versata a titolo di retribuzioni di posizione e di risultato, ma successivamente ritenuta indebita perché non prevista dalla contrattazione collettiva e priva di adeguata copertura finanziaria.

Il dirigente si opponeva al decreto. Il Tribunale di primo grado accoglieva parzialmente l’opposizione, riducendo l’importo dovuto a circa 34.000 euro, tenendo conto della prescrizione di una parte del credito. La decisione veniva confermata in secondo grado dalla Corte d’Appello.

Non soddisfatto, l’ex dirigente proponeva ricorso in Cassazione, basandolo su due motivi principali: l’errata valutazione di un documento da parte dei giudici di merito e la violazione di una legge speciale che, a suo dire, avrebbe impedito l’azione diretta di recupero nei suoi confronti.

I motivi del ricorso e la questione della ripetizione dell’indebito

Il ricorrente lamentava due aspetti:

1. Omesso esame di un fatto decisivo: Sosteneva che i giudici non avessero correttamente valutato una delibera della Corte dei Conti, che a suo avviso non riguardava il periodo in cui aveva ricevuto le somme contestate. La Cassazione ha dichiarato questo motivo inammissibile, ricordando che il suo ruolo non è quello di riesaminare le prove, ma di giudicare sulla corretta applicazione del diritto.

2. Violazione di legge: Il punto centrale del ricorso riguardava l’interpretazione dell’art. 4 del D.L. n. 16/2014. Secondo il dirigente, questa norma (considerata ius superveniens) imporrebbe alla PA di recuperare le somme indebite secondo modalità specifiche, diverse dalla ripetizione dell’indebito diretta contro il dipendente, prevista dall’art. 2033 del Codice Civile. In pratica, sosteneva che l’ente non potesse fargli causa direttamente per riavere i soldi.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato entrambi i motivi, confermando la sentenza d’appello.

Sul secondo e più importante motivo, i giudici hanno chiarito che l’interpretazione proposta dal ricorrente era infondata. Richiamando precedenti pronunce (Cass. n. 23419/2023 e n. 17648/2023), la Corte ha stabilito che l’art. 4 del D.L. n. 16/2014 non deroga affatto all’art. 2033 c.c. Questo significa che la Pubblica Amministrazione conserva pienamente il diritto di agire con l’azione ordinaria di ripetizione dell’indebito per recuperare direttamente dal dipendente le somme che gli sono state versate senza una valida causa giuridica.

Le motivazioni

La motivazione della Corte si fonda su un principio cardine del nostro ordinamento: la generalità dell’azione di indebito. L’art. 2033 c.c. stabilisce che chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato. Questa è la regola generale. Le normative speciali, come quella invocata dal ricorrente, possono introdurre meccanismi aggiuntivi o alternativi di recupero, ma non eliminano l’azione principale, a meno che non lo prevedano espressamente. Nel caso di specie, la legge del 2014 non contiene alcuna deroga, lasciando quindi intatta la facoltà della PA di agire direttamente contro il percipiente. La decisione impugnata, che aveva permesso all’ente locale di procedere con il recupero, è stata quindi ritenuta corretta e immune da censure.

Le conclusioni

Questa ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: il dipendente pubblico che percepisce emolumenti non dovuti non può opporsi all’azione di restituzione diretta da parte dell’amministrazione. La decisione ha importanti implicazioni pratiche: rafforza gli strumenti a disposizione degli enti pubblici per la tutela delle finanze e riafferma il principio di responsabilità individuale nella percezione di somme dal datore di lavoro. Per i dipendenti, ciò significa che la ricezione di una somma anomala in busta paga non può essere considerata acquisita in via definitiva, poiché l’ente potrà sempre chiederne la restituzione attraverso l’azione di ripetizione dell’indebito.

Una Pubblica Amministrazione può chiedere direttamente a un proprio dipendente la restituzione di stipendi pagati per errore?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che l’ente pubblico può utilizzare l’azione ordinaria di ripetizione dell’indebito (art. 2033 del Codice Civile) per recuperare direttamente dal lavoratore le somme versate ma non dovute.

Una legge successiva che introduce nuove modalità di recupero delle somme indebite esclude l’azione diretta contro il dipendente?
No. Secondo la sentenza, una normativa speciale che prevede procedure specifiche di recupero, come il D.L. n. 16/2014, non esclude né deroga alla regola generale del Codice Civile. Pertanto, la PA conserva la facoltà di agire direttamente contro chi ha ricevuto il pagamento.

È possibile chiedere alla Corte di Cassazione di riesaminare un documento che si ritiene sia stato valutato male dai giudici di primo e secondo grado?
No. La Corte di Cassazione non è un terzo grado di giudizio sul fatto. Il suo compito è verificare la corretta applicazione delle norme di diritto. Una richiesta di rivalutazione delle prove documentali è considerata una questione di merito e, come tale, è inammissibile in sede di legittimità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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