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Rinuncia al risarcimento: quando è nulla per la legge?

La Corte di Cassazione ha stabilito che la rinuncia al risarcimento del danno da parte di lavoratori precari del settore pubblico è da considerarsi nulla qualora sia collegata, in un rapporto sinallagmatico, alla stipula di un ulteriore contratto a termine che viola norme imperative, come il superamento del limite massimo di durata di 36 mesi. Il caso riguardava alcuni agenti di polizia municipale che avevano accettato un nuovo contratto part-time rinunciando a ogni pretesa pregressa. La Corte ha cassato la sentenza d’appello, dichiarando la nullità sia della clausola contrattuale sia della conseguente rinuncia.

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Pubblicato il 19 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Rinuncia al Risarcimento: Nulla se Legata a un Contratto Illegittimo

La rinuncia al risarcimento da parte di un lavoratore può sembrare un atto definitivo, ma non sempre è così. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito che tale rinuncia è nulla se collegata a un nuovo contratto di lavoro che viola norme imperative. Questa decisione rappresenta un importante baluardo a tutela dei diritti dei lavoratori, specialmente nel contesto dei contratti a termine nel pubblico impiego.

Il Caso: Precariato e Rinunce Condizionate

La vicenda ha origine dalla controversia tra alcuni agenti di polizia municipale e un Comune. Assunti con contratti a tempo determinato, i lavoratori avevano superato il limite massimo di 36 mesi di servizio precario consentito dalla legge. Successivamente, le parti avevano stipulato un accordo aziendale che prevedeva un ulteriore contratto, questa volta part-time, per un periodo limitato e non prorogabile.

All’interno di questo accordo, i lavoratori avevano dichiarato di “rinunciare espressamente ed incondizionatamente ad ogni ipotesi di risarcimento” per i danni derivanti dalla pregressa e futura precarietà del rapporto di lavoro. In cambio di questa rinuncia, ottenevano il nuovo, seppur breve, contratto.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione al Comune, ritenendo valida la rinuncia dei lavoratori e respingendo le loro richieste di risarcimento per l’illegittima reiterazione dei contratti e per la mancata stabilizzazione.

La Questione Legale: Validità della Rinuncia al Risarcimento

I lavoratori hanno portato il caso davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che l’accordo aziendale fosse nullo. Il punto cruciale era la violazione dell’art. 5, comma 4 bis, del D.Lgs. n. 368/2001, che stabilisce il limite massimo di 36 mesi per i contratti a termine. Secondo i ricorrenti, tale limite non può essere superato né derogato da un accordo collettivo.

La nullità dell’accordo, a loro avviso, avrebbe travolto anche la rinuncia al risarcimento in esso contenuta, in quanto le due pattuizioni erano strettamente collegate.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il motivo di ricorso dei lavoratori, ribaltando le decisioni dei giudici di merito. I giudici hanno affermato un principio di diritto fondamentale: la previsione di un ulteriore contratto a tempo determinato, oltre la soglia massima dei 36 mesi, è nulla perché contraria a una norma imperativa.

La Corte ha spiegato che la clausola che prevedeva il nuovo contratto e la clausola contenente la rinuncia al risarcimento erano legate da un nesso sinallagmatico, ovvero una era la controprestazione dell’altra. Il lavoratore rinunciava ai suoi diritti in cambio della prosecuzione, seppur temporanea, del rapporto di lavoro.

Di conseguenza, la nullità della prima clausola (il nuovo contratto) determina inevitabilmente la nullità della seconda (la rinuncia). Non si può considerare valida una rinuncia ottenuta in cambio di una promessa contrattuale che la legge stessa vieta. La Corte ha inoltre sottolineato che questa forma di nullità, definita “di protezione”, può essere rilevata d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.

Le Conclusioni

La sentenza stabilisce un importante precedente a tutela dei lavoratori precari. In sintesi, una rinuncia al risarcimento per danni da precariato non è valida se costituisce la contropartita per la stipula di un contratto di lavoro che viola norme inderogabili, come il superamento del limite di durata dei contratti a termine. Questa decisione impedisce che i datori di lavoro, pubblici o privati, possano usare la promessa di un’ulteriore, seppur breve, occupazione per ottenere dai lavoratori la rinuncia a diritti già maturati. Il caso è stato quindi rinviato alla Corte d’Appello per una nuova valutazione alla luce di questo principio.

È valida la rinuncia al risarcimento dei danni se fatta in cambio di un nuovo contratto a termine che supera i limiti di legge?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che se la stipula di un nuovo contratto a termine viola una norma imperativa (come il superamento del limite massimo di 36 mesi), la rinuncia del lavoratore a pretese risarcitorie, posta come contropartita, è anch’essa nulla.

La conversione del contratto da tempo determinato a indeterminato è possibile nel pubblico impiego?
No. La sentenza conferma il principio consolidato secondo cui, nel pubblico impiego privatizzato, la conversione del rapporto di lavoro a termine in uno a tempo indeterminato è esclusa sia dai parametri costituzionali che da quelli europei.

Un accordo aziendale può derogare al limite massimo di 36 mesi per i contratti a termine?
No. La Corte ha chiarito che la normativa che consente agli accordi collettivi di prevedere disposizioni diverse non si applica al superamento del termine massimo di 36 mesi. Tale limite è una norma imperativa che non può essere derogata dalla contrattazione collettiva.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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