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Rinuncia al ricorso: ecco le conseguenze sulle spese

Una procedura fallimentare aveva impugnato in Cassazione un’ordinanza del Tribunale relativa a crediti da contratti di leasing e factoring. A seguito di un accordo transattivo con l’istituto di credito, la procedura ha effettuato una rinuncia al ricorso, accettata dalla controparte. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il giudizio, compensando le spese e chiarendo che in caso di rinuncia non è dovuto il raddoppio del contributo unificato.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Rinuncia al ricorso: cosa succede a spese e contributo unificato?

La rinuncia al ricorso rappresenta uno strumento processuale che permette di chiudere un contenzioso prima che si arrivi a una decisione di merito. Questo accade spesso quando le parti raggiungono un accordo transattivo, rendendo superflua la prosecuzione del giudizio. Un’ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce in modo definitivo le conseguenze di tale scelta in merito alle spese legali e al pagamento del cosiddetto “raddoppio del contributo unificato”.

Il caso in esame: un accordo che estingue il processo

La vicenda trae origine da una controversia tra una procedura fallimentare e un importante istituto di credito. La procedura fallimentare aveva presentato ricorso in Cassazione contro una decisione del Tribunale che aveva parzialmente accolto l’opposizione della banca allo stato passivo, relativamente a crediti derivanti da contratti di leasing e factoring.

Tuttavia, prima che la Corte potesse pronunciarsi, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la disputa in via amichevole. Di conseguenza, la procedura fallimentare ha notificato un atto di rinuncia al ricorso, prontamente accettato dall’istituto di credito. A questo punto, la Corte di Cassazione è stata chiamata non a decidere sul merito della questione, ma a prendere atto della volontà delle parti di porre fine al giudizio.

La decisione della Corte: estinzione e spese compensate

La Suprema Corte, verificata la presenza dei presupposti richiesti dall’articolo 390 del codice di procedura civile, ha dichiarato l’estinzione del giudizio. La decisione più significativa, però, riguarda gli aspetti economici del procedimento.

La Corte ha disposto la compensazione integrale delle spese legali tra le parti. Questa scelta riflette la volontà comune espressa nell’atto di rinuncia e nella sua accettazione. Il provvedimento sottolinea un principio fondamentale: l’accettazione della rinuncia da parte del controricorrente esclude la possibilità di una condanna alle spese a carico del rinunciante, come previsto dall’articolo 391, comma 4, del codice di procedura civile.

Le motivazioni della decisione

Le motivazioni dell’ordinanza si concentrano su due aspetti cruciali derivanti dalla rinuncia al ricorso. Il primo riguarda la gestione delle spese processuali. La Corte evidenzia che, quando la rinuncia è accettata, la regola generale della condanna della parte soccombente viene meno. Le parti, attraverso l’accordo, possono decidere autonomamente come regolare le spese, e la compensazione è la soluzione più naturale in un contesto di risoluzione consensuale della lite.

Il secondo e più importante punto chiarito dalla Corte riguarda l’inapplicabilità del raddoppio del contributo unificato. L’articolo 13, comma 1-quater, del d.P.R. 115/2002 prevede che la parte che ha proposto un’impugnazione respinta, dichiarata inammissibile o improcedibile, sia tenuta a versare un ulteriore importo pari a quello del contributo unificato già pagato. La Corte ribadisce, citando precedenti sentenze, che questa norma ha un carattere eccezionale e sanzionatorio. Pertanto, non può essere applicata per analogia a casi diversi da quelli espressamente previsti. La rinuncia al ricorso, essendo un atto che porta all’estinzione del giudizio e non a una pronuncia sfavorevole nel merito, non rientra in tale casistica. La parte rinunciante, quindi, non è tenuta a pagare alcun importo aggiuntivo a titolo di contributo unificato.

Conclusioni

Questa ordinanza offre un’importante guida pratica per le parti coinvolte in un contenzioso. Raggiungere un accordo transattivo e formalizzare una rinuncia al ricorso accettata dalla controparte non solo pone fine alla disputa, ma offre anche certezza sui costi. Le parti possono evitare una condanna alle spese e, soprattutto, il rinunciante ha la sicurezza di non dover affrontare il raddoppio del contributo unificato. Si tratta di un chiarimento che incentiva la risoluzione stragiudiziale delle controversie, mostrando come il sistema giudiziario riconosca e agevoli la volontà delle parti di trovare un’intesa amichevole.

Se si rinuncia al ricorso dopo un accordo, chi paga le spese legali?
Se la rinuncia viene accettata dalla controparte, come di solito accade in caso di accordo, le spese legali vengono compensate. Ciò significa che ogni parte sostiene i propri costi e nessuna viene condannata a pagare le spese dell’altra.

In caso di rinuncia al ricorso, si deve pagare l’ulteriore importo del contributo unificato (il cosiddetto raddoppio)?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato si applica solo nei casi di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, non in caso di rinuncia.

Cosa succede al processo se la parte che ha presentato ricorso vi rinuncia e l’altra parte accetta?
Il giudice dichiara l’estinzione del giudizio. Il processo si chiude definitivamente senza una decisione sul merito della questione, poiché la volontà delle parti di porre fine alla controversia prevale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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