LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Rimesse bancarie: chi deve provare la durevolezza?

La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della revocatoria fallimentare applicata alle rimesse bancarie effettuate da una società poi ammessa all’amministrazione straordinaria. Il nucleo della controversia riguarda la ripartizione dell’onere probatorio circa il carattere ‘consistente e durevole’ della riduzione dell’esposizione debitoria. La Suprema Corte ha stabilito che, una volta provata la natura solutoria della rimessa, spetta alla banca (e non al curatore) dimostrare che tale riduzione non sia stata consistente o durevole per beneficiare dell’esenzione dalla revocatoria. La decisione chiarisce che l’art. 67, comma 3, lett. b) della legge fallimentare non crea una nuova fattispecie autonoma, ma introduce un fatto impeditivo la cui prova grava sul convenuto.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Rimesse bancarie e revocatoria: la svolta della Cassazione sull’onere della prova

Nel panorama del diritto fallimentare, la gestione delle rimesse bancarie rappresenta da sempre un terreno di scontro tra procedure concorsuali e istituti di credito. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha gettato nuova luce su un aspetto cruciale: chi deve provare che il rientro dal debito sia stato ‘consistente e durevole’ per evitare la restituzione delle somme?

Il caso: rimesse bancarie e contestazioni

La vicenda trae origine da un’azione revocatoria promossa da una società in amministrazione straordinaria contro un primario istituto di credito. L’obiettivo era il recupero di ingenti somme versate sul conto corrente nell’anno precedente l’apertura della procedura. Mentre il tribunale e la corte d’appello avevano rigettato la domanda, sostenendo che spettasse alla procedura provare la natura ‘consistente e durevole’ della riduzione del debito, la Cassazione ha ribaltato tale impostazione.

La distinzione tra rimesse solutorie e ripristinatorie

Il cuore del problema risiede nella natura del versamento. Se il conto è ‘scoperto’ (oltre il limite del fido), la rimessa ha natura solutoria, ovvero costituisce un vero e proprio pagamento. Se invece il conto è ‘passivo’ ma entro i limiti del fido, la rimessa è ripristinatoria della provvista. La giurisprudenza ha confermato che solo le rimesse solutorie sono, in linea di principio, soggette a revocatoria.

La decisione della Suprema Corte sulle rimesse bancarie

I giudici di legittimità hanno chiarito che l’attuale disciplina non ha cancellato la distinzione tra rimesse solutorie e ripristinatorie. Al contrario, ha introdotto un’esenzione specifica per i pagamenti che non riducono il debito in modo significativo e stabile. Tuttavia, la collocazione sistematica della norma indica che tale esenzione non è un elemento costitutivo della domanda del curatore, ma un’eccezione a favore della banca.

Le motivazioni

La Corte ha spiegato che l’onere della prova deve seguire la natura dei fatti. Il curatore deve provare i fatti costitutivi: l’esistenza della rimessa solutoria, il periodo sospetto e la conoscenza dello stato di insolvenza. Una volta fornita questa prova, la palla passa alla banca. È l’istituto di credito a dover allegare e dimostrare il ‘fatto impeditivo’, ovvero che quella specifica rimessa non ha ridotto l’esposizione in modo consistente e durevole. Caricare il curatore di questa prova negativa creerebbe una distonia procedurale insostenibile, rendendo quasi impossibile l’esercizio dell’azione revocatoria.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza riafferma un principio di equità processuale. La banca, disponendo di tutta la documentazione contabile e degli estratti conto, è il soggetto meglio posizionato per dimostrare l’andamento del rapporto e l’eventuale natura non durevole del rientro. Questa interpretazione semplifica l’azione delle procedure concorsuali nel recupero dell’attivo, garantendo che le eccezioni di legge siano provate da chi intende trarne vantaggio. Le implicazioni pratiche sono immediate: le banche dovranno essere molto più analitiche nel difendersi, non potendo più limitarsi a eccepire la generica mancanza di prova da parte della curatela.

Cosa si intende per rimessa bancaria solutoria?
Si tratta di un versamento effettuato su un conto corrente che presenta un saldo scoperto, ovvero oltre il limite del fido concesso, agendo quindi come un vero e proprio pagamento di un debito esigibile.

Chi deve provare che la riduzione del debito è stata consistente e durevole?
Secondo la Cassazione, l’onere della prova spetta alla banca convenuta in giudizio, trattandosi di un fatto impeditivo che consente di beneficiare dell’esenzione dalla revocatoria fallimentare.

Qual è la conseguenza se la banca non fornisce questa prova?
Se la banca non riesce a dimostrare che la riduzione del debito era priva dei requisiti di consistenza e durevolezza, la rimessa solutoria effettuata nel periodo sospetto resta soggetta a revocatoria e deve essere restituita alla procedura.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati