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Reclamo Endofallimentare: Unica Via Contro il Decreto

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’unico rimedio per impugnare un decreto di liquidazione compensi emesso dal Giudice delegato in ambito fallimentare è il reclamo endofallimentare, ai sensi dell’art. 26 della Legge Fallimentare. Questa regola prevale anche quando le spese sono a carico dello Stato. L’errore nella scelta del rito processuale non è considerato scusabile ai fini della rimessione in termini.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Reclamo Endofallimentare: Unica Via Contro il Decreto di Liquidazione

Quando un professionista opera nell’ambito di una procedura fallimentare, la liquidazione del suo compenso da parte del Giudice delegato è un momento cruciale. Ma cosa succede se l’importo liquidato è ritenuto inadeguato? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ribadisce con forza un principio fondamentale: l’unico strumento per contestare tale provvedimento è il reclamo endofallimentare. Scegliere la via sbagliata può portare all’inammissibilità del ricorso, senza possibilità di sanatoria. Questo caso offre uno spunto fondamentale per comprendere la specificità delle procedure concorsuali.

I Fatti del Caso

Un commercialista, incaricato dal curatore fallimentare di difendere una società fallita in due procedimenti tributari, chiedeva la liquidazione del proprio compenso per un importo di oltre 225.000 euro. Il Giudice delegato, pur avendo precedentemente attestato la mancanza di fondi nella massa fallimentare (attivando così il meccanismo del patrocinio a spese dello Stato), liquidava una somma notevolmente inferiore: 2.500 euro.

Ritenendo l’importo irrisorio, il professionista decideva di impugnare il decreto. Anziché utilizzare il reclamo previsto dalla legge fallimentare, optava per l’opposizione ex art. 170 del Testo Unico sulle Spese di Giustizia, citando in giudizio il Ministero della Giustizia. La sua tesi era che, essendo le spese a carico dell’Erario, la controversia dovesse seguire il rito ordinario contro lo Stato. Il Tribunale di Foggia, tuttavia, dichiarava l’opposizione inammissibile, sostenendo che il rimedio corretto fosse il reclamo endofallimentare da proporsi entro il termine perentorio di 10 giorni, ormai scaduto.

La Decisione della Corte di Cassazione

Investita della questione, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la decisione del Tribunale. Gli Ermellini hanno chiarito due punti fondamentali: la natura del provvedimento di liquidazione e l’impossibilità di rimediare a un errore di procedura.

Le Motivazioni: la specialità del reclamo endofallimentare

La Corte ha ribadito un orientamento consolidato: il decreto con cui il Giudice delegato liquida i compensi agli incaricati della procedura (come consulenti, legali, ecc.) è un atto di natura giurisdizionale che decide sul diritto al compenso. Proprio per questa sua natura, esso è suscettibile di acquisire l’efficacia di cosa giudicata.

La legge fallimentare (art. 26 L.F.) prevede uno strumento specifico per impugnare tali decreti: il reclamo endofallimentare. Questa procedura speciale prevale su qualsiasi altra procedura generale, come l’opposizione prevista in materia di spese di giustizia. Il fatto che, in concreto, il pagamento sia a carico dello Stato a causa dell’incapienza del fallimento (ex art. 144 d.P.R. 115/2002) non modifica la natura del provvedimento né il rito applicabile. La competenza a liquidare il compenso rimane del Giudice delegato e il rimedio per contestarla rimane quello interno alla procedura fallimentare.

Il Rigetto della Rimessione in Termini

Il ricorrente aveva anche chiesto di essere ‘rimesso in termini’, sostenendo di essere incorso in un errore scusabile nell’individuazione del rito. Anche questa richiesta è stata respinta. La Cassazione ha specificato che la rimessione in termini è concessa solo per decadenze dovute a cause non imputabili alla parte, come un fatto impeditivo esterno e assoluto. Un errore nell’interpretazione di una norma processuale, anche se complessa, non rientra in questa categoria. Si tratta di una scelta difensiva che, purtroppo per il professionista, si è rivelata sbagliata e come tale non può essere sanata.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

Questa ordinanza è un monito per tutti i professionisti che assistono le procedure concorsuali. La liquidazione dei compensi da parte del Giudice delegato deve essere sempre impugnata attraverso il reclamo endofallimentare ex art. 26 L.F., entro il breve termine di 10 giorni. Non esistono scorciatoie o riti alternativi, neanche quando si opera in regime di patrocinio a spese dello Stato. La specialità del diritto fallimentare impone una conoscenza precisa dei suoi meccanismi procedurali, poiché un errore nella scelta del rimedio può precludere definitivamente la tutela del proprio diritto al compenso.

Qual è il rimedio corretto per contestare il decreto di liquidazione del compenso emesso dal Giudice delegato in un fallimento?
L’unico rimedio esperibile è il reclamo endofallimentare, come previsto dall’art. 26 della Legge Fallimentare, da proporsi entro 10 giorni.

Se il compenso del professionista è a carico dello Stato per incapienza del fallimento, cambia il tipo di impugnazione?
No, il rimedio non cambia. Anche se il pagamento è a carico dell’Erario secondo l’art. 144 del d.P.R. 115/2002, il provvedimento di liquidazione resta un atto del Giudice delegato e deve essere impugnato con il reclamo endofallimentare.

È possibile ottenere la rimessione in termini se si sbaglia la procedura di impugnazione per un errore di diritto?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che l’errore nell’interpretazione della legge processuale è una scelta difensiva imputabile alla parte e non costituisce una ‘causa non imputabile’ che possa giustificare la rimessione in termini per la decadenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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