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Prova del danno da Centrale Rischi: onere probatorio

Una società in liquidazione e un suo esponente hanno citato in giudizio un istituto di credito per risarcimento danni, a seguito di una presunta illegittima segnalazione alla Centrale Rischi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d’Appello. Il punto cruciale della decisione è la mancata prova del danno da parte dei ricorrenti. La Suprema Corte ha ribadito che non basta lamentare un’illegittima segnalazione, ma è necessario dimostrare concretamente il pregiudizio subito, rispettando il rigoroso onere probatorio.

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Pubblicato il 25 gennaio 2026 in Diritto Bancario, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Prova del Danno da Centrale Rischi: La Cassazione Sottolinea l’Onere Probatorio

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale in materia di responsabilità bancaria: per ottenere un risarcimento a seguito di una segnalazione illegittima alla Centrale Rischi, non è sufficiente lamentare l’errore della banca, ma è indispensabile fornire una rigorosa prova del danno subito. Questa decisione chiarisce come l’onere probatorio gravi interamente sul cliente che si ritiene danneggiato, delineando i confini dell’ammissibilità delle prove in giudizio.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dall’azione legale intentata da una società in liquidazione e da un suo esponente contro una banca cooperativa. I ricorrenti lamentavano di aver subito un ingente danno a causa di una segnalazione, a loro dire illegittima, alla Centrale Rischi, effettuata dall’istituto di credito. La loro richiesta di risarcimento era stata respinta sia in primo grado dal Tribunale sia in secondo grado dalla Corte d’Appello. Quest’ultima, in particolare, aveva rigettato l’appello ritenendo che i danneggiati non avessero fornito una prova adeguata del pregiudizio economico effettivamente patito a causa della segnalazione.

Contro la sentenza d’appello, la società e il suo rappresentante hanno proposto ricorso per Cassazione, articolando tre motivi principali: violazione delle norme sul recesso e sugli atti unilaterali, violazione del principio di buona fede e, infine, un’errata valutazione sull’ammissione delle prove testimoniali che, a loro avviso, avrebbero dimostrato la loro capacità di ripagare il debito e, di conseguenza, il danno subito.

La Decisione della Corte e la Prova del Danno

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ponendo fine alla controversia. La decisione si fonda su argomentazioni di natura prevalentemente processuale, ma di grande rilevanza sostanziale per chiunque si trovi in una situazione simile. Il fulcro della questione ruota attorno all’inadeguatezza della prova del danno offerta dai ricorrenti.

La Valutazione sull’Ammissibilità delle Prove

La Suprema Corte ha analizzato in dettaglio il terzo motivo di ricorso, relativo alla mancata ammissione delle prove testimoniali. I giudici di legittimità hanno confermato la correttezza della decisione della Corte d’Appello, la quale aveva ritenuto le prove richieste in parte superflue (perché relative a fatti già provati documentalmente), in parte inammissibili (perché generiche o da provarsi con documenti contabili) e in parte irrilevanti.

La Cassazione ha ricordato che il giudizio sull’ammissibilità di una prova testimoniale è, di regola, insindacabile in sede di legittimità. Una censura è possibile solo se il diniego del giudice di merito si basa su principi giuridici errati o su un’evidente illogicità. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva fornito una motivazione analitica e coerente per escludere le testimonianze, superando così la soglia del ‘minimo costituzionale’ richiesto per la validità della motivazione.

La Duplice ‘Ratio Decidendi’ e le Sue Conseguenze

Un aspetto cruciale evidenziato dalla Cassazione è che la sentenza d’appello si basava su una duplice ratio decidendi, ovvero su due autonomi pilastri argomentativi, ciascuno sufficiente a sorreggere la decisione di rigetto.

1. Prima Ratio: I ricorrenti non avevano dimostrato che, in assenza della segnalazione, sarebbero stati in grado di ripianare la propria esposizione debitoria.
2. Seconda Ratio: In ogni caso, non avevano provato il danno specifico, inteso come perdita subita o mancato guadagno (ai sensi dell’art. 1223 c.c.), direttamente causato dalla segnalazione.

La Cassazione ha osservato che i ricorrenti, con i loro motivi, non avevano efficacemente contestato questa seconda ratio decidendi. Di conseguenza, anche se i loro argomenti sulla prima ratio fossero stati fondati, la decisione d’appello sarebbe rimasta comunque valida, basandosi sulla seconda autonoma ragione. Questo ha reso il ricorso inammissibile.

Le motivazioni

La motivazione della Suprema Corte è chiara: il danno derivante da un’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi non è in re ipsa, cioè non si può presumere solo perché la segnalazione è avvenuta. Il soggetto che si ritiene leso ha il preciso onere di allegare e provare concretamente quale pregiudizio economico ha subito. Deve dimostrare, con prove sufficienti e convincenti, il nesso di causalità tra la segnalazione e il danno lamentato, come ad esempio la revoca di altri affidamenti bancari o l’impossibilità di accedere a nuovo credito.

L’ordinanza ribadisce che il diniego di ammissione di una prova testimoniale può essere contestato in Cassazione solo se si dimostra che quella prova, se ammessa, sarebbe stata ‘decisiva’, cioè idonea a sovvertire l’esito del giudizio con un grado di certezza e non di mera probabilità. Nel caso in esame, le prove offerte non avevano questo carattere di decisività e la loro esclusione era stata motivata in modo logico e giuridicamente corretto.

Le conclusioni

Questa pronuncia della Corte di Cassazione offre un importante monito per imprese e privati: in un contenzioso contro una banca per illegittima segnalazione in Centrale Rischi, la strategia difensiva deve concentrarsi non solo sulla dimostrazione dell’errore dell’istituto, ma soprattutto sulla puntuale e rigorosa prova del danno patrimoniale che ne è derivato. Affermazioni generiche o prove testimoniali non supportate da riscontri documentali non sono sufficienti per ottenere un risarcimento. È essenziale costruire un solido impianto probatorio, preferibilmente documentale, che colleghi in modo inequivocabile la segnalazione al pregiudizio economico subito. In assenza di una robusta prova del danno, anche l’azione legale più fondata sull’illegittimità della condotta della banca è destinata a fallire.

È sufficiente dimostrare l’illegittimità di una segnalazione in Centrale Rischi per ottenere un risarcimento?
No, non è sufficiente. La Corte di Cassazione, confermando la decisione dei giudici di merito, ha chiarito che il presunto danneggiato deve allegare e provare l’esistenza del danno subito, o quantomeno fornire indizi precisi e apprezzabili su cui fondare un giudizio a carattere presuntivo.

Il danno da illegittima segnalazione in Centrale Rischi è ‘in re ipsa’, cioè presunto nell’esistenza stessa del fatto?
No. La sentenza impugnata in Cassazione ha espressamente affermato che il danno da illegittima segnalazione alla Centrale Rischi non è ‘in re ipsa’, ma è al contrario necessario che chi agisce per il risarcimento provi il pregiudizio effettivamente subito.

Perché il ricorso per Cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile principalmente per due ragioni: primo, la decisione della Corte d’Appello si basava su una duplice ‘ratio decidendi’ (mancata prova della capacità di rientro dal debito e mancata prova del danno), e i ricorrenti non hanno efficacemente contestato la seconda. Secondo, la critica alla mancata ammissione delle prove testimoniali non era fondata, poiché la motivazione del giudice d’appello era analitica e coerente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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