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Protezione internazionale: prova del rischio personale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17121/2023, ha rigettato il ricorso di un cittadino pakistano contro un decreto di espulsione. La Corte ha stabilito che, ai fini della protezione internazionale, non è sufficiente allegare una generica situazione di pericolo nel Paese d’origine. È necessario, invece, fornire prove concrete di un rischio personale, attuale e specifico di persecuzione o danno grave, dimostrando una correlazione diretta tra la situazione generale e la propria condizione individuale.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Protezione Internazionale: Non Basta il Pericolo Generico, Serve la Prova del Rischio Personale

Con la recente ordinanza n. 17121/2023, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su un tema di grande attualità e delicatezza: i requisiti per ottenere la protezione internazionale. La decisione chiarisce un principio fondamentale: per opporsi a un decreto di espulsione, non è sufficiente invocare una generica situazione di conflitto o instabilità nel proprio Paese d’origine, ma è indispensabile dimostrare un rischio concreto, attuale e personalizzato. Analizziamo insieme questa importante pronuncia.

I Fatti del Caso

Un cittadino di origine pakistana si opponeva a un decreto di espulsione emesso nei suoi confronti. L’opposizione era stata inizialmente respinta dal Giudice di Pace, il quale aveva rilevato che il richiedente aveva presentato documenti falsi (una certificazione anagrafica e la prova di un’impresa individuale inesistente) a corredo della sua istanza di soggiorno. Contro questa decisione, il cittadino proponeva ricorso per cassazione.

Il Motivo del Ricorso e la richiesta di Protezione Internazionale

Il ricorrente lamentava un error in iudicando da parte del primo giudice, sostenendo che non fosse stata adeguatamente considerata la situazione di grave pericolo esistente nella sua regione di provenienza, il distretto di Kushab, noto per essere un focolaio di attività terroristiche. A suo dire, questa condizione oggettiva avrebbe dovuto essere ritenuta sufficiente a integrare un rischio grave e personale in caso di rimpatrio, giustificando così il divieto di espulsione e il riconoscimento della protezione internazionale.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il motivo infondato, rigettando il ricorso. Gli Ermellini hanno ribadito un orientamento consolidato: sebbene il divieto di espulsione scatti in presenza di un concreto pericolo di essere sottoposto a un elevato rischio personale, spetta al richiedente allegare e provare tale rischio.

Nel caso di specie, il Giudice di Pace aveva correttamente osservato che dalle allegazioni del ricorrente non emergeva alcun elemento significativo di un pericolo concreto e attuale di persecuzione personale. Il richiedente si era limitato a un mero riferimento alla situazione politica e sociale del Pakistan, senza fornire alcun elemento di riscontro che collegasse tale situazione generale alla sua specifica posizione.

La Corte ha sottolineato come i riferimenti a presunti rischi familiari fossero stati presentati in modo del tutto scollegato dal contesto generale e privi di qualsiasi prova, anche solo indiziaria. Di conseguenza, il giudice di merito aveva correttamente escluso la sussistenza di una causa di inespellibilità, sia sotto il profilo della vulnerabilità soggettiva che della personalizzazione del rischio.

In sostanza, la decisione impugnata si basava su un convincimento fattuale, non rivedibile in sede di legittimità, secondo cui mancava sia una condizione generale di per sé integrante un pericolo per il solo fatto del rientro, sia qualsiasi elemento di prova su una situazione di rischio specifica e riferibile alla situazione personale e familiare del ricorrente.

Conclusioni: L’Onere della Prova nella Domanda di Protezione

La sentenza ribadisce con forza un principio cardine in materia di immigrazione e protezione internazionale: l’onere della prova grava sul richiedente. Non è sufficiente invocare notizie di dominio pubblico sulla pericolosità di un’area geografica; è necessario dimostrare, con elementi concreti e verificabili, come quella situazione di pericolo si traduca in una minaccia diretta, personale e attuale per la propria incolumità. La decisione del giudice deve fondarsi su una valutazione individualizzata del rischio, che metta in correlazione la situazione generale del Paese con la storia e la condizione specifica del singolo individuo. In assenza di tale nesso, la domanda di protezione non può essere accolta.

Una generica situazione di pericolo nel Paese d’origine è sufficiente per bloccare un’espulsione?
No. Secondo la Corte di Cassazione, non è sufficiente fare riferimento alla situazione politica o sociale generale del Paese di origine. È necessario dimostrare un collegamento tra quella situazione e un rischio concreto, attuale e personale.

Cosa deve provare chi chiede protezione internazionale per rischio nel proprio Paese?
Deve fornire elementi di riscontro e prove, anche indiziarie, che dimostrino una situazione di pericolo specifica e riferibile alla propria condizione personale e familiare. L’onere della prova di un rischio personalizzato grava sul richiedente.

La presentazione di documenti falsi può influire sull’esito della richiesta?
Sebbene la decisione della Cassazione si concentri sulla prova del rischio personale, l’ordinanza menziona che il provvedimento iniziale di espulsione era motivato anche dalla presentazione di una certificazione anagrafica palesemente falsa da parte del richiedente, un fatto che ha inciso negativamente sulla valutazione della sua posizione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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