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Polizza claims made: come interpretare la copertura

Un professionista, assicurato con una polizza claims made, è stato citato in giudizio per condotte risalenti a un periodo precedente la stipula del contratto. Sebbene assolto nel merito, la sua compagnia assicurativa si è rifiutata di coprire le spese legali. La Corte di Cassazione ha stabilito che la polizza è operativa, poiché ciò che conta è il momento in cui la richiesta di risarcimento viene presentata, non la data del fatto illecito, cassando la decisione della Corte d’Appello che aveva erroneamente interpretato le clausole contrattuali.

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Pubblicato il 27 gennaio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Polizza Claims Made: La Cassazione Chiarisce la Copertura per Fatti Anteriori

L’interpretazione dei contratti di assicurazione professionale è un campo minato di clausole complesse. Tra queste, la polizza claims made è una delle più diffuse e, al contempo, oggetto di frequenti contenziosi. Un’ordinanza recente della Corte di Cassazione fa luce su un aspetto cruciale: l’operatività della copertura per fatti commessi prima della stipula del contratto. La decisione offre un’analisi rigorosa, distinguendo nettamente tra la clausola che definisce l’attivazione della garanzia e quelle che ne limitano la portata.

I Fatti di Causa

Un consulente del lavoro stipulava nel 2003 una polizza di responsabilità professionale decennale con una nota compagnia assicurativa. Il contratto conteneva una clausola del tipo “claims made”, che garantiva la copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta durante il periodo di validità della polizza, a prescindere dalla data di commissione dell’errore.

Nel 2008, il professionista riceveva una richiesta di risarcimento da una società sua cliente per una presunta condotta colposa continuata, il cui primo atto risaliva al 1981. Il professionista, a sua volta, denunciava il sinistro alla propria compagnia. Successivamente, la società cliente lo citava in giudizio.

Il Tribunale di primo grado rigettava la domanda della società cliente, assolvendo di fatto il professionista. Tuttavia, non si pronunciava sulla domanda di manleva e di rimborso delle spese legali che il professionista aveva avanzato nei confronti della sua assicurazione, compensando le spese di lite tra le parti.

Il professionista impugnava la sentenza solo nei confronti della compagnia, chiedendo la condanna al pagamento delle spese sostenute per difendersi in giudizio, come previsto dall’art. 1917, comma 3, del codice civile. La Corte d’Appello, però, rigettava il gravame, ritenendo la polizza non operativa.

L’Errore della Corte d’Appello nell’Interpretazione della Polizza

Il nodo della questione risiedeva nell’interpretazione del contratto assicurativo. La Corte d’Appello aveva basato la sua decisione su una clausola specifica (l’art. 7.14) che stabiliva che, in caso di comportamento colposo protratto nel tempo, questo si considera avvenuto al momento della prima azione od omissione. Poiché la prima omissione era del 1981, ben prima della stipula del 2003, i giudici di secondo grado avevano concluso per l’inoperatività della polizza, travolgendo anche l’obbligo di rimborso delle spese legali.

Le Motivazioni della Cassazione sulla polizza claims made

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, cassando con rinvio la sentenza d’appello. Secondo i giudici di legittimità, la Corte territoriale ha commesso un palese errore di interpretazione, violando i canoni ermeneutici stabiliti dagli articoli 1362 e 1363 del codice civile.

L’errore fondamentale è stato quello di ignorare completamente la clausola principale (l’art. 7.13), che definiva la natura di polizza claims made del contratto. Tale clausola stabilisce in modo inequivocabile che la copertura è attivata dalla “richiesta di risarcimento” presentata durante la vigenza del contratto. Nel caso di specie, la richiesta era del 2008, periodo in cui la polizza era pienamente efficace.

La Corte d’Appello ha invece applicato in modo decontestualizzato un’altra clausola (l’art. 7.14), rubricata “limiti della garanzia”, la cui funzione non era quella di escludere la copertura, bensì di regolare il massimale in caso di sinistri seriali, stabilendo una fictio iuris per cui tutti gli atti di una condotta continuata vengono considerati come un unico sinistro avvenuto al momento del primo atto. I giudici di secondo grado hanno confuso la pattuizione sul massimale con la condizione di indennizzabilità del sinistro, negando così ogni significato alla clausola “claims made”.

La Cassazione ha ribadito che le clausole di un contratto devono essere interpretate le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto. In questo contesto, era chiaro che la polizza era stata concepita per coprire le richieste di risarcimento pervenute durante la sua vigenza, anche se relative a fatti professionali pregressi.

Conclusioni

Questa ordinanza riafferma con forza un principio fondamentale nell’interpretazione delle polizze di responsabilità professionale. La natura di una polizza claims made risiede nel momento della richiesta di risarcimento, che funge da evento scatenante della garanzia. Le clausole che definiscono limiti o massimali non possono essere utilizzate per snaturare la funzione principale della polizza, escludendo la copertura in contrasto con la volontà delle parti. La decisione della Cassazione rappresenta un’importante tutela per i professionisti, che si affidano a tali contratti per proteggersi da richieste di risarcimento che possono emergere a distanza di molti anni dal compimento dell’attività. Il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello, che dovrà ora riesaminare la questione attenendosi ai principi stabiliti dalla Suprema Corte, decidendo sull’obbligo della compagnia di rimborsare le spese legali al proprio assicurato.

Che cos’è una polizza ‘claims made’ secondo questa ordinanza?
È una polizza assicurativa che copre le richieste di risarcimento danni presentate per la prima volta contro l’assicurato e da lui denunciate alla compagnia durante il periodo di validità del contratto, anche se il comportamento colposo che ha generato la richiesta è avvenuto in un’epoca precedente alla stipula della polizza stessa.

Perché la Corte d’Appello aveva negato la copertura assicurativa?
La Corte d’Appello aveva erroneamente interpretato una clausola secondaria, destinata a definire i limiti del massimale per danni seriali, come se fosse una clausola di esclusione generale della copertura. Aveva considerato che, poiché il primo atto colposo risaliva a prima della stipula, l’intera polizza fosse inefficace, ignorando la clausola principale che la qualificava come ‘claims made’.

Qual è stato il principio interpretativo affermato dalla Corte di Cassazione?
La Corte di Cassazione ha stabilito che le clausole contrattuali devono essere interpretate le une per mezzo delle altre (art. 1363 c.c.), attribuendo a ciascuna il senso che emerge dal complesso dell’atto. Non è corretto isolare una singola clausola per negare il significato della pattuizione principale, che in questo caso era la copertura basata sul momento della richiesta di risarcimento (‘claims made’).

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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