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Pensione e rapporto di lavoro: cosa succede al posto?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 18209/2024, ha stabilito che la percezione della pensione di anzianità non comporta l’automatica estinzione del rapporto di lavoro. In un caso di cessione di ramo d’azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla reintegrazione anche se nel frattempo è andato in pensione. Tuttavia, il diritto alle retribuzioni matura solo dal momento della formale messa in mora del datore di lavoro. La sentenza chiarisce la distinzione tra la relazione previdenziale e quella lavorativa, confermando che la compatibilità tra pensione e rapporto di lavoro è la regola, salvo esplicita volontà contraria del dipendente.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Pensione e rapporto di lavoro: andare in pensione significa licenziarsi?

La relazione tra pensione e rapporto di lavoro è una questione che tocca da vicino molti lavoratori prossimi al raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi. Una domanda comune è: se inizio a percepire la pensione, perdo automaticamente il mio posto di lavoro? La Corte di Cassazione, con la recente ordinanza n. 18209 del 3 luglio 2024, ha offerto un chiarimento fondamentale, stabilendo un principio netto: il pensionamento non equivale a dimissioni e non estingue di per sé il rapporto di lavoro.

I fatti del caso: una cessione di ramo d’azienda illegittima

La vicenda trae origine da una complessa situazione lavorativa. Un dipendente di una nota società di telecomunicazioni era stato trasferito a un’altra azienda nel 2003 a seguito di una cessione di ramo d’azienda. Anni dopo, la magistratura ha dichiarato illegittima tale cessione, ordinando il ripristino del rapporto di lavoro con la società originaria (cedente).

Nel frattempo, però, nel 2006 il lavoratore aveva maturato i requisiti per la pensione di anzianità e aveva iniziato a percepirla. La società cedente ha quindi sostenuto che il pensionamento del dipendente fosse incompatibile con la prosecuzione del rapporto lavorativo, rifiutandosi di reintegrarlo. La Corte d’Appello, riformando la decisione di primo grado, aveva condannato l’azienda al pagamento delle retribuzioni, ma solo a partire da settembre 2014, data in cui il lavoratore aveva formalmente messo in mora l’azienda.

La questione del legame tra pensione e rapporto di lavoro

Entrambe le parti hanno presentato ricorso in Cassazione. La società insisteva sul fatto che la richiesta di pensione di anzianità fosse un atto incompatibile con la volontà di continuare a lavorare, sostenendo che estinguesse automaticamente il rapporto. Il lavoratore, d’altro canto, chiedeva il pagamento delle retribuzioni per un periodo più lungo, a partire dal suo pensionamento nel 2006 e non dalla messa in mora del 2014.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato entrambi i ricorsi, fornendo due principi di diritto di grande importanza pratica.

In primo luogo, ha smontato la tesi della società, chiarendo che il rapporto di lavoro e il rapporto previdenziale sono due piani distinti e separati. Il diritto a pensione sorge al verificarsi dei requisiti di legge (età e contributi) e la sua percezione non implica una volontà di risolvere il contratto di lavoro. Secondo la Corte, il pensionamento non è una causa di risoluzione automatica. Per porre fine al rapporto, è necessaria una chiara manifestazione di volontà del lavoratore, come le dimissioni esplicite. Le ragioni che spingono un lavoratore a chiedere la pensione possono essere molteplici e non sono necessariamente legate alla volontà di cessare ogni attività lavorativa.

In secondo luogo, la Corte ha confermato la correttezza della decisione della Corte d’Appello riguardo alla decorrenza delle retribuzioni. Il lavoratore il cui rapporto viene giudizialmente ripristinato non ha diritto automatico alla retribuzione per il periodo in cui non ha lavorato. Tale diritto, che si configura come un risarcimento del danno per il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di ricevere la prestazione, sorge solo dal momento in cui il lavoratore mette formalmente a disposizione le proprie energie lavorative. Questo atto formale è la cosiddetta ‘messa in mora’. Fino a quel momento, l’obbligazione retributiva del datore di lavoro rimane sospesa. La semplice intenzione di voler tornare al lavoro non è sufficiente; è necessario un atto formale che solleciti il datore ad adempiere.

Le conclusioni

Questa ordinanza della Cassazione consolida due principi fondamentali per la gestione del pensione e rapporto di lavoro:

1. La pensione non è una causa di licenziamento: I datori di lavoro non possono considerare un dipendente come ‘dimissionario’ solo perché ha iniziato a percepire la pensione di anzianità. La cessazione del rapporto richiede sempre un atto formale di dimissioni da parte del lavoratore.

2. L’importanza della messa in mora: I lavoratori che ottengono il ripristino del proprio posto di lavoro dopo un licenziamento o un trasferimento illegittimo devono agire tempestivamente. Per avere diritto alle retribuzioni mancate, è indispensabile inviare una comunicazione formale (raccomandata A/R o PEC) in cui si offre la propria prestazione lavorativa, mettendo così in mora il datore di lavoro. Da quel momento scatta l’obbligo di pagamento per l’azienda.

Se un lavoratore inizia a percepire la pensione di anzianità, il suo rapporto di lavoro si estingue automaticamente?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che l’accesso alla pensione di anzianità è una vicenda che riguarda il rapporto previdenziale e non comporta di per sé la risoluzione del rapporto di lavoro. Per terminare il rapporto, è necessaria una manifestazione di volontà del lavoratore, come le dimissioni.

In caso di cessione di ramo d’azienda dichiarata illegittima, da quando il lavoratore ha diritto alle retribuzioni dal datore di lavoro originario?
Il lavoratore ha diritto alle retribuzioni (o al risarcimento del danno) solo a partire dal momento in cui mette formalmente in mora il datore di lavoro, offrendo la propria prestazione lavorativa. Il diritto non decorre automaticamente dalla data della cessione illegittima.

Il fatto che un’azienda non sapesse del pensionamento di un dipendente può essere usato per sostenere la fine del rapporto di lavoro?
No. La Corte ha ritenuto irrilevante la conoscenza o meno del pensionamento da parte dell’azienda. La questione centrale non è la conoscenza di un fatto, ma l’interpretazione giuridica del pensionamento, che non costituisce causa di estinzione del rapporto di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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