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**Pactum de non exequendo**: limiti nel fallimento

La Corte di Cassazione ha stabilito che il **Pactum de non exequendo**, stipulato prima che un decreto ingiuntivo diventi definitivo, non impedisce la successiva dichiarazione di fallimento. Nel caso di specie, una società debitrice sosteneva che il creditore avesse promesso di non presentare istanza di fallimento in cambio della mancata opposizione al decreto. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il giudicato copre tutti i fatti antecedenti e che gli accordi privati sui diritti processuali non possono paralizzare l’esercizio di azioni previste dalla legge fallimentare una volta che il credito è divenuto indiscutibile.

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Pactum de non exequendo: la prevalenza del giudicato nel fallimento

Il Pactum de non exequendo è un accordo spesso utilizzato nelle trattative stragiudiziali per evitare il tracollo di un’impresa, ma la sua efficacia legale ha confini molto rigidi, specialmente quando si confronta con un titolo esecutivo definitivo. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito come tali patti non possano impedire l’apertura di una procedura concorsuale se il credito è ormai cristallizzato da un giudicato.

Il caso: l’accordo per non opporre il decreto ingiuntivo

La vicenda trae origine dal fallimento di una società commerciale, dichiarato su istanza di un importante creditore che vantava un credito di quasi due milioni di euro. Tale credito era stato sancito da un decreto ingiuntivo non opposto e, pertanto, divenuto definitivo. La società fallita aveva proposto reclamo, sostenendo che tra le parti fosse intercorso un accordo verbale: il debitore si sarebbe impegnato a non proporre opposizione al decreto ingiuntivo, mentre il creditore avrebbe garantito di non avviare azioni esecutive né istanze di fallimento.

Nonostante questa ricostruzione, la Corte d’Appello aveva confermato il fallimento, ritenendo irrilevanti le vicende negoziali antecedenti alla definitività del decreto. La questione è giunta così davanti ai giudici di legittimità per valutare se un Pactum de non exequendo possa effettivamente paralizzare il diritto del creditore di chiedere il fallimento.

La decisione della Cassazione sul Pactum de non exequendo

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della decisione di merito. Il punto centrale della controversia riguarda l’interazione tra l’autonomia privata e le norme processuali. Secondo i giudici, il giudicato sostanziale derivante dalla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non solo l’esistenza del credito, ma anche l’inesistenza di qualsiasi fatto impeditivo o estintivo precedente al ricorso.

L’efficacia limitata dei negozi processuali

Il diritto italiano non riconosce un “processo convenzionale”. Ciò significa che le parti non possono, di regola, disporre direttamente dei diritti processuali o regolare le modalità di svolgimento del processo al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge (come l’arbitrato o la scelta della competenza territoriale). Un accordo che miri a limitare il potere del giudice di emettere una sentenza o di valutarne gli effetti è considerato inammissibile.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sul principio di assorbimento. Se le parti stipulano un Pactum de non exequendo prima che il titolo diventi definitivo, tale patto finisce per essere assorbito dal giudicato. Il giudicato detta l’unica disciplina applicabile alla fattispecie, colpendo tutto ciò che vi rientra. Pertanto, i fatti antecedenti alla pronuncia non sono idonei a fondare un’opposizione o a paralizzare l’azione della parte vittoriosa. Inoltre, la Corte ha precisato che un simile patto ha natura puramente obbligatoria: la sua violazione potrebbe, al massimo, generare un diritto al risarcimento del danno, ma non può impedire l’esercizio del diritto processuale di chiedere il fallimento del debitore insolvente.

Le conclusioni

Le conclusioni tratte dalla Cassazione evidenziano che la tutela del credito e la certezza del diritto prevalgono sugli accordi informali tra le parti. Il creditore che ottiene un titolo definitivo ha il diritto di agire per la tutela dei propri interessi, inclusa la richiesta di apertura della liquidazione giudiziale. Per le imprese, questo significa che fare affidamento su promesse di non esecuzione per evitare di opporsi a un decreto ingiuntivo è una strategia estremamente rischiosa. Una volta che il titolo diventa definitivo, il Pactum de non exequendo perde la sua capacità di bloccare le procedure concorsuali, lasciando il debitore privo di difese processuali efficaci contro l’insolvenza accertata.

Un accordo privato può impedire a un creditore di chiedere il fallimento?
No, se l’accordo è stato stipulato prima che il titolo di credito diventasse definitivo, esso viene assorbito dal giudicato e non può impedire l’istanza di fallimento.

Cosa succede se non si oppone un decreto ingiuntivo basandosi su una promessa del creditore?
Il decreto diventa definitivo e il credito non può più essere contestato. Eventuali patti precedenti non possono bloccare l’esecuzione o le procedure fallimentari.

Quali sono le conseguenze della violazione di un patto di non esecuzione?
La violazione ha solo effetti obbligatori tra le parti. Il debitore potrebbe richiedere un risarcimento danni, ma non può ottenere l’annullamento della procedura fallimentare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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