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Opposizione allo stato passivo e garanzie pubbliche

Il Tribunale ha accolto l’opposizione allo stato passivo promossa da un ente gestore di fondi di garanzia. Il caso riguarda l’ammissibilità al passivo fallimentare di somme erogate a una banca in forza di garanzie prestate prima del fallimento, ma liquidate dopo la sua dichiarazione. Seguendo l’orientamento della Cassazione, il Tribunale ha riconosciuto la natura privilegiata del credito, escludendo però gli oneri di riscossione maturati post-fallimento.

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Pubblicato il 1 giugno 2026 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile

Opposizione allo stato passivo: il recupero delle garanzie pubbliche

L’istituto dell’opposizione allo stato passivo rappresenta uno strumento fondamentale per i creditori che vedono ingiustamente escluse le proprie pretese durante una procedura fallimentare. Un caso recente ha messo in luce una questione complessa: cosa accade quando un fondo di garanzia pubblico paga una banca dopo che l’azienda garantita è già fallita? Il Tribunale, in sede di rinvio dalla Cassazione, ha fornito chiarimenti essenziali sulla natura di questi crediti.

I fatti alla base dell’opposizione allo stato passivo

La vicenda trae origine da una richiesta di ammissione al passivo presentata da un ente gestore di un fondo di garanzia statale. L’ente aveva prestato garanzia a favore di una banca per i finanziamenti concessi a una società, poi dichiarata fallita. Dopo l’apertura del fallimento, la banca aveva escusso la garanzia e l’ente aveva provveduto al pagamento.

Inizialmente, il Giudice Delegato aveva escluso tali somme dal passivo, ritenendo che il pagamento avvenuto dopo la dichiarazione di fallimento non potesse essere ammesso ai sensi delle limitazioni previste dalla legge fallimentare per i coobbligati. Dopo un lungo iter giudiziario giunto fino alla Suprema Corte, la causa è tornata in tribunale per l’applicazione dei principi stabiliti dai giudici di legittimità.

Il principio della Cassazione nell’opposizione allo stato passivo

La Corte di Cassazione ha ribaltato l’orientamento restrittivo iniziale. Secondo i giudici supremi, quando un ente gestore di fondi pubblici di garanzia (come quello istituito dalla Legge 662/1996) interviene, agisce nell’esercizio di una funzione pubblica di sostegno all’accesso al credito. Di conseguenza, il credito derivante dal recupero delle somme erogate non è soggetto ai limiti ordinari previsti per i debiti solidali (artt. 61 e 62 L.F.).

Questo significa che l’ente può insinuarsi al passivo del fallimento del beneficiario della garanzia anche se il pagamento è avvenuto dopo il fallimento, e a prescindere dal fatto che la banca sia stata soddisfatta integralmente o meno.

Le motivazioni

Le motivazioni del decreto si fondano sulla speciale natura della garanzia pubblica. Il Tribunale ha rilevato che il credito per il recupero delle somme erogate nell’ambito della gestione del Fondo di garanzia non è soggetto al principio di cristallizzazione del passivo nel senso tradizionale del termine. L’ente concedente ha il diritto di insinuare il proprio credito per l’intero importo pagato, godendo del rango privilegiato riconosciuto dalla legge per i crediti derivanti da interventi di sostegno pubblico.

Tuttavia, il Tribunale ha posto un limite preciso: l’ammissione riguarda esclusivamente le somme pagate alla banca a titolo di capitale e interessi. Sono stati invece esclusi tutti gli oneri accessori, come l’aggio della riscossione, i diritti di notifica e le spese tabellari, maturati successivamente alla dichiarazione di fallimento. Tali costi, infatti, non hanno natura concorsuale poiché l’attività di riscossione che li ha generati è iniziata quando il patrimonio era già sottoposto alla procedura fallimentare.

Le conclusioni

In conclusione, il Tribunale ha disposto la parziale modifica dello stato passivo, ammettendo il credito dell’ente gestore per oltre 350.000 euro in via privilegiata e per una piccola quota residua relativa a violazioni del Codice della Strada in via chirografaria. Questa decisione conferma che il sistema delle garanzie pubbliche gode di una protezione rafforzata nel diritto fallimentare, permettendo allo Stato di recuperare le risorse impiegate per il sostegno alle imprese, pur nel rispetto del divieto di far gravare sulla procedura le spese di riscossione nate dopo il dissesto. La compensazione integrale delle spese di lite è stata disposta in virtù della novità e complessità delle questioni trattate.

Può un fondo di garanzia pubblico essere ammesso al passivo se paga dopo il fallimento?
Sì, secondo la giurisprudenza più recente, l’ente che gestisce garanzie pubbliche può insinuarsi al passivo fallimentare anche se il pagamento alla banca è avvenuto dopo la dichiarazione di fallimento, senza subire i limiti previsti per i comuni coobbligati.

Quale rango spetta ai crediti del Fondo di garanzia nel fallimento?
A tali crediti è riconosciuto il rango privilegiato ai sensi della normativa vigente sulle agevolazioni pubbliche, permettendo all’ente di essere soddisfatto con precedenza rispetto ai creditori chirografari.

Le spese di notifica delle cartelle esattoriali post-fallimento sono ammissibili?
No, le spese per l’attività di riscossione, come l’aggio e i diritti di notifica, sono escluse se l’attività è iniziata dopo la dichiarazione di fallimento, in quanto prive di natura concorsuale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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